Leggendo questo il capitolo XV della 1 Corinzi, si è colpiti dallo stile argomentativo, estremamente razionale. Per controbattere coloro che negavano la resurrezione dei morti (probabilmente dei gruppi proto-gnostici interni alla chiesa di Corinto), Paolo fa uso di un ragionamento rigoroso. Possiamo riassumerlo nel modo seguente:
a) Se i morti non risorgono, allora nemmeno Cristo è resuscitato.
b) Ma Cristo è resuscitato, dunque
c) È impossibile negare la resurrezione dei morti.
Si nota un cambiamento importante rispetto, ad es., alla predicazione di Gesù, che piuttosto che discutere in modo razionale creava parabole o detti profetici. L’argomentazione di Paolo assomiglia più a quella dei filosofi che all’insegnamento gesuano. Non per questo va rifiutata. Anzi, è importante che già nel Nuovo Testamento vi sia un posto per la ragione. Rinunciarvi del tutto significherebbe esporre la fede cristiana a tutti i pericoli di una spiritualità incontrollata. Poco prima, Paolo aveva discusso il tema della glossolalia, ossia del parlare in lingue sotto la guida dello Spirito santo. Sembra che a Corinto vi fossero credenti con questo dono. Scrive l’Apostolo:
Io ringrazio Dio che parlo in altre lingue più di tutti voi; ma nella chiesa preferisco dire cinque parole intelligibili per istruire anche gli altri che dirne diecimila in altra lingua. Fratelli, non siate come bambini quanto al ragionare; siate pur bambini quanto a malizia, ma quanto al ragionare, siate uomini compiuti (1 Cor. 14, 18-20).
Anche noi dobbiamo ragionare, sforzandoci di farlo bene. Solo ragionando si può dire qualcosa di comprensibile e dunque di utile anche per il prossimo. Probabilmente la teologia successiva ha preso troppo sul serio questo monito arrivando a gradi di sottigliezza quasi incomprensibili, ma è indubbio che Paolo abbia ragione. Rinunciare alla ragione sarebbe esiziale per la fede.
Ciò non significa che un ragionamento, anche il migliore, sia sufficiente a convincerci. Torniamo a Paolo. Di fronte a coloro che negano la resurrezione dei morti, afferma: Se i morti non risorgono, nemmeno Cristo è risorto. Ma Cristo è risorto e noi ne diamo testimonianza. Dunque i morti possono risorgere.
Come ogni ragionamento, anche questo è discutibile. Ad es., potremmo obiettare almeno due cose: o che Cristo non è risorto dai morti, per l’eccellente ragione che non è mai morto (lo sosterranno gli gnostici); oppure che la sua resurrezione è un evento unico, irripetibile. Che Cristo sia risorto, non significa necessariamente che anche noi risorgeremo. Potrebbe essere l’unico caso di resurrezione in tutta la storia.
Insomma, da una parte non dobbiamo dubitare dei ragionamenti; non dobbiamo permettere che la nostra fede sia priva di ragioni. Lo leggiamo anche nella 1 Pietro:
Siate sempre pronti a render conto della speranza che è in voi a tutti quelli che vi chiedono spiegazioni (1 Pt. 3, 15).
Eppure nessun ragionamento, di per sé, è sufficiente. Dobbiamo render conto della speranza che è in noi, ma dobbiamo anche sapere che la ratio, da sola, non porta alla fede. Per quanto stringente, un ragionamento può sempre esser messo in dubbio.
In effetti, l’annuncio di Pasqua non si esaurisce in un ragionamento. Pensiamo all’evangelo secondo Marco. Se è vero quel che dicono gli studiosi, ossia che il testo marciano si concludeva al capitolo 16, 8, il quadro è assai diverso. Quando le tre donne (le due Marie e Salome), la domenica mattina, ricevono dall’angelo la notizia della resurrezione di Gesù dai morti, reagiscono con un silenzio misto a terrore:
Esse, uscite, fuggirono via dal sepolcro, poiché erano prese da tremito e da stupore; e non dissero niente a nessuno, perché avevano paura (Mc. 16, 8)
Qui non c’è alcun ragionamento, alcun discorso. Al contrario, solo un silenzio attonito, pieno di paura per un evento che supera ogni nostra comprensione. Non è un caso che, nei vangeli canonici, la resurrezione di Cristo non sia mai descritta. È un fatto, certo, ma incomprensibile per noi. Indescrivibile, di conseguenza. Così fu anche per Paolo. Nei primi versetti del capitolo 15 della 1 Corinzi l’Apostolo riconduce il vangelo al puro fatto della resurrezione di Cristo.
Vi ricordo, fratelli, il vangelo che vi ho annunciato, che voi avete ricevuto, nel quale state anche saldi, mediante il quale siete salvati […]. Poiché vi ho prima di tutto trasmesso, come l’ho ricevuto anch’io, che Cristo morì per i nostri peccati, secondo le Scritture; che fu seppellito; che è stato resuscitato il terzo giorno, secondo le Scritture; che apparve a Cefa, poi ai dodici. Poi apparve a più di cinquecento fratelli, dei quali la maggior parte rimane ancora vita e alcuni sono morti. Poi apparve anche a Giacomo, poi a tutti gli apostoli; e, ultimo di tutti, apparve anche a me (1 Cor. 15, 1-8).
Prima di tutto viene l’annuncio apocalittico della resurrezione di Cristo. Non è difficile sentire in queste parole l’eco di una notizia sconvolgente. Disarmante per la ragione. Cristo è risorto ed è apparso. Qui non ci sono argomentazioni, se non l’appello alla testimonianza delle Scritture. Cristo è morto e risorto secondo le Scritture. Per quanto importante, quest’argomento non è dirimente. Altrimenti tutti i giudei, come Paolo esperti delle Scritture, avrebbero creduto a quest’annuncio. L’argomentazione razionale e l’appello alla testimonianza biblica sono importanti, ma da soli non reggono. Possiamo imparare a memoria la Bibbia, studiarla ogni giorno, senza per questo credere nell’annuncio fondamentale: Cristo è davvero risorto! La fede cristiana non è nient’altro che la salda adesione a quest’annuncio. Cristo è risorto! Senza questa ferma persuasione, non vi è ragionamento né studio della Scrittura che tengano. La nostra salvezza proviene dalla fede nella resurrezione di Cristo: “Il vangelo che vi ho annunziato […] mediante il quale siete salvati” (1 Cor. 15, 1-2).
Eppure anche questo potrebbe suscitare dei dubbi. In fondo a nessuno noi è apparso il Risorto. Sarà apparso a Pietro, a Giacomo, a tutti gli apostoli e infine anche a Paolo, ma non a noi. Come possiamo credervi? Su una cosa così importante come la nostra salvezza dovremmo fidarci di uomini vissuti duemila anni fa, dei quali in fondo sappiamo pochissimo? È razionale dar credito Paolo e agli apostoli, senza nessuna prova della loro testimonianza?
Qui rischiamo di cadere in un discorso senza soluzioni. Chiedendoci se sia razionale fidarci di Paolo, siamo tornati all’interno della ragione, ossia della ricerca di motivi razionali. Ma abbiamo detto che nessun ragionamento, di per sé, sarà mai persuasivo. Inutile chiedere ragioni. Dobbiamo dunque fare una sorta di salto nel buio e fidarci ciecamente della testimonianza di uomini vissuti duemila anni fa? Ma abbiamo anche detto che la fede non dovrebbe esser cieca. Dovremmo sempre poter rendere conto della speranza che è in noi. Ma come farlo? Quali sono i mezzi per credere? Tutto questo sembra paralizzante.
Nella lettera ai Filippesi Paolo osserva che «è Dio che produce in voi il volere e l’agire, secondo il suo disegno benevolo» (Fil. 2, 13). Dunque la fede deriva in prima e ultima istanza da Dio. Non dalla testimonianza o da ragionamenti umani, ma dalla volontà benevola dell’Onnipotente. Potrebbe sembrare una soluzione fatalista. Dio dona e conserva la fede a chi vuole. Questo vuol dire che noi non possiamo farci nulla? Se così fosse, non avremmo guadagnato molto rispetto al discorso condotto fin qui. Ma ci sbaglieremmo. Dio agisce per primo ma non agisce mai da solo. Noi possiamo e dobbiamo concorrere, collaborare con Dio. Come dice Paolo:
Noi siamo infatti collaboratori di Dio, voi siete il campo di Dio, l’edificio di Dio (1 Cor. 3, 9).
Ognuno può e deve collaborare con Dio per la propria salvezza, ossia per conservare la salda fede nella resurrezione di Cristo dai morti. Lo possiamo fare in vari modi. Nella preghiera personale, nella lettura della Scrittura, nel ragionamento filosofico, soprattutto nella partecipazione al culto comunitario e nello sforzo di uniformare la nostra vita al vangelo in cui abbiamo creduto. Il detto: «Aiutati che Dio ti aiuta» è molto volgare e semplicistico, in gran parte ingannevole. Ma è vero che possiamo collaborare con Dio alimentando la fede che Dio ha acceso in noi partecipando alla vita comunitaria e sforzandoci di mettere in pratica l’insegnamento del vangelo.
Riflessione di Enrico Cerasi
Pasqua 2026
Professore Associato di Filosofia teoretica
Università telematica Pegaso
Facoltà di Scienze umanistiche
Scienze umane
Responsabile dei corsi di Filosofia del linguaggio e della comunicazione
Filosofia dei legami sociali
Filosofia della religione
Immagine di pubblico dominio tratta da Wikipedia:
(particolare) Raffaellino del Garbo (1470–1524), Resurrezione
Galleria dell’Accademia Firenze
Opera originariamente realizzata per la cappella della famiglia Capponi
nella chiesa di San Bartolomeo a Monteoliveto
Foto www.pintura.aut.org
AVVERTENZA
È fatto divieto a giornali e blog di pubblicare integralmente o parzialmente questo articolo o utilizzarne i contenuti originali senza autorizzazione espressa scritta della testata giornalistica DeArtes (direttore@deartes.cloud).
La divulgazione è sempre consentita, liberamente e gratuitamente sui rispettivi canali, a Teatri, Festival, Musei, Enti, Fondazioni, Associazioni ecc. che organizzano od ospitano gli eventi, oltre agli Artisti e agli Autori direttamente interessati.
Grazie se condividerete questo articolo sui social, indicando per cortesia il nome della testata giornalistica DeArtes e il nome dell’Autore.

