Recensione di Diego Tripodi. Auditorium Manzoni: un docu-film ha introdotto il concerto straordinario della celebre pianista dedicato alle “tre grandi B” (+ 1) della musica.
Dopo un’assenza di quindici anni dalla città e l’annullamento l’anno scorso della data prevista nella non troppo lontana Reggio Emilia, il ritorno di Hélène Grimaud a Bologna per la stagione di Musica Insieme è stato salutato con grandi entusiasmo e partecipazione.
Intanto, l’evento è stato curato per risaltarne la portata eccezionale e così il recital del 24 Marzo 2026 al Teatro Auditorium Manzoni è stato preparato dalla proiezione due giorni prima di Between the notes, docu-filmdi David Serero sulla vita, la carriera e il pensiero della pianista francese (la proiezione concludeva la rassegna “Vite straordinarie” che Musica Insieme realizza dal 2020 per avvicinare il pubblico ai protagonisti della rassegna di concerti).
Bologna è stata, fra l’altro, una delle selezionatissime tappe, assieme a Roma e Milano (a Napoli purtroppo il concerto si è dovuto annullare) toccate dalla Grimaud nel tour nel nostro Paese, rendendo dunque l’occasione ancora più preziosa.
Come giustamente sottolineato dalla stessa fondazione musicale, quest’interprete si è distinta negli anni per la varietà di repertori inanellati in programmi sperimentali, avventurosi, non scontati; dunque la proposta di un concerto dedicato alle “tre grandi B” della musica, ancorché non sorprendente per una interprete che può tutto, ha finito per tingersi di insolito ed alimentare l’aspettativa.
Per introdurre l’uditorio alle ragioni del programma, il concerto era dunque preceduto dalla breve presentazione di Fulvia de Colle, direttrice artistica della Fondazione.

Dopodiché Hélène Grimaud è entrata in scena sul tappeto di applausi. A dispetto dell’immagine che la fotografia ha consegnato al pubblico in decenni di locandine, brochure, copertine, etc, la pianista ha una figura fragile, da bambina avvolta in una criniera leonina. E così anche i primi attimi sono stati sospesi nella delicatezza: l’esitazione dinnanzi alla tastiera, qualche secondo di concentrazione che ci si è impresso come immagine proprio perché sempre più inusuale, e in cui già si rivelava una postura mentale, un’attitudine, una predisposizione d’animo… l’uditorio sembrava coglierla e introiettarla, tanto da aver mantenuto, durante tutta la sfilata di suono che sarebbe seguita, una non meno rara tensione propesa verso il palco, una compostezza rara.
La Sonata op.109 di Beethoven sembrava dunque nascere per caso, sgorgare dalla carezza, quasi rituale magico, delle dita che sfiorano per sincerarsi di alcuni segreti. La sonata di per sé stessa è una caduta libera: i primi due movimenti sdrucciolano in un miniaturismo che è tutto forza di carattere e che solo il terzo movimento, nel suo lungo variato divenire, accoglie o contro cui impatta. L’esecuzione ha restituito un Beethoven per lo più asciutto, a matita, in cui si è avuto un primo esempio della travolgente bravura nella velocità di passaggi giocati come una folata, ma sempre in delicatezza, e anche del tuono vibrante di certe ottave dei bassi, sferzate d’acciaio di una mano sinistra che è un gioiello di prestanza.
Certamente è stato l’Andante molto cantabile a divenire rivelatore dell’espressione e della lettura della pianista. Qui il delicato rubato della sarabanda si è fuso in un intreccio un po’ sospirato un po’ lanciato in corse selvagge (variazioni 3 e 5), fino ai trilli che lei immagina fantasmagorici, quasi un rumore rombante in cui però non c’è traccia alcuna di caos.
Seguiva Brahms, reciso a metà dall’intervallo: su una sponda i tre Intermezzi op.117 sull’altra le Sette Fantasie op.116, un salto in avanti di settant’anni ma in cui si sente l’assunzione di una responsabile eredità, nella misura in cui i tre tempi dell’Op.109 già si figurano come un “Carnaval” di quei contrasti pianistici e caratteriali che delle raccolte schumanniane e brahmsiane sono l’essenza.
Saremo sinceri, Brahms ci è parso più naturale sotto le sue dita, se così si può dire, considerato che di ammirevole c’era innanzitutto l’“artifizio”, ossia quella virtù di sublimare emozioni e pensieri tramite i mezzi dell’arte. Se l’Op.117 era regno incontrastato di slancio poetico, di un languore crepuscolare giocato con tocco liquido, cantabili vivificati dall’arte di un rubato pensoso, l’Op.116 era l’agone del contrasto dove i tre Capricci si bruciavano in una gestualità importante.

Per concludere, la Ciaccona in re minore di Bach, nella rilettura pianistica di Busoni, quarta B della serata, compendiava le risorse espressive e tecniche della Grimaud con una scelta decisamente azzeccata: qui il tocco elegiaco cedeva il passo ad una ferocia leonina che, premonita nei brani precedenti, ha avuto qui modo di emergere in toni sgargianti.
Calorosissimo il pubblico, con quelle voci di trasporto riservate solo alle celebrità con cui instaura un rapporto magnetico; dal canto suo la celebrità ha risposto con la sua connaturata eleganza e ha concesso un paio di bis presi da Silvestrov e Rachmaninoff.
Hélène Grimaud sembra introdurti in un mondo sonoro che è solo suo e che quindi necessiti un rispettoso riserbo nell’accedervi, persino incerto, di sicuro mosso dalla consapevolezza di vivere qualcosa di esclusivo. Ed è questo un mondo di eleganza, dove le emozioni sono regolate tramite una gamma di una precisione sorprendente, non per questo però rigido o noioso. È una forma alta di virtuosismo, che indubbiamente ha nella superiore tecnica pianistica un alleato imprescindibile, ma di certo non l’aspetto più coinvolgente. Quello lo si trova nella meditazione appena accennata in quell’inizio e nella morbida ma inscalfibile esattezza del suo rubato.
Recensione di Diego Tripodi
Bologna, Teatro Auditorium Manzoni 24 marzo 2026
Foto © Andrea Ranzi
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