Recensione di Diego Tripodi. Exitime, Bologna: davanti al relitto del DC-9 di Ustica, FontanaMIX Ensemble ha eseguito ‘The sinking of Titanic’ del compositore Gavin Bryars.
La storia dell’Italia è martoriata di stragi, voragini aperte nel terreno civile del Paese e sempre da subito intorbidite di depistaggi e accidentati percorsi di verità, di cui solo la tenacia indomabile di comitati cittadini, solitamente parenti delle vittime, è riuscita a ribaltare gli esiti dopo decenni di braccio di ferro con le istituzioni. In questa storia, la città di Bologna ha pagato forse il prezzo più alto con l’estate nera del 1980, quando a distanza di pochi giorni, l’abbattimento del volo DC-9 in azioni di guerra segrete e la bomba fascista alla stazione dei treni inflissero ferite fortissime alla città e fermarono il cuore della nazione.

Per quanto riguarda la prima, oggi il cordoglio ha un luogo eletto nel Museo per la memoria della strage di Ustica, un memoriale dal forte impatto emotivo, creato nel 2007 nei locali del vecchio deposito tranviario della Zucca, in cui è conservato il velivolo, straziato in oltre 2000 brandelli, lì portato da Pratica di Mare con un trasporto che fu, per mezzi e organizzazione, eccezionale.
Ed è quel luogo, così importante per la storia recente della città e dell’Italia e così evocativo, che FontanaMIX Ensemble ha voluto come teatro della mise en espace di “The sinking of the Titanic”, primo appuntamento di rilievo della nuova rassegna Exitime2026, che quest’anno col nome “Oceano Suono” è tutta dedicata al mondo acquatico, «all’acqua come elemento generativo, simbolico e spirituale», e alla costellazione di rimandi e immaginari derivabili, come quello del viaggio, spinto sino all’accezione più metaforica di ricerca artistica.

Dopo l’apertura in punta di piedi dedicata all’infanzia con “Le avventure del vascello fantasma” (8 Marzo, da Wagner, testo e regia di Fabrizio Lupo) e un primo evento più a fuoco con “BiBop Project” (31 Marzo, scambio interculturale con lo spagnolo Ensemble Kuraia), è stata dunque la volta dell’allestimento dell’opera che ha dato titolo alla serata, The sinking of Titanic del compositore britannico Gavin Bryars. Questo è un lavoro cult della stagione del minimalismo storico, il cui successo, dal suo completamento nel 1972, non si è mai arrestato, complice anche la natura semialeatoria che ne ha garantito esecuzioni versatili e adattate ai luoghi meno convenzionali, oltre che una diffusione straordinaria affidata a registrazioni importanti, la prima del 1975, che fece addirittura da battesimo alla Obscure Records, l’etichetta discografica portata avanti per alcuni anni da Brian Eno.
La forza dell’evento era naturalmente tutta affidata al toccante e a tratti impressionante parallelismo fra il soggetto della composizione, una trenodia per il transatlantico che nel 1912 impattò contro l’iceberg, e il luogo della performance, cimitero per l’aeroplano abbattuto in volo: così l’evocazione dello spettro del gigante d’acciaio, con la vanità della sua gloria e la mondanità del suo viaggio, aveva oltre ai suoni un medium terrificante nelle lamiere fragilissime dell’altro relitto, riverberanti un cupo silenzio carico di paura, pietà e rabbia che accomuna le due tragedie.

Essendo la partitura variamente componibile, un work in progress in cui la libertà si innesta su alcune garanzie, The sinking è stato realizzato da FontanaMIX tramite la scelta di un equilibrato strumentario: al quartetto d’archi era stato affidato l’inno malinconico che, ripetuto incessantemente per 45 minuti, costituisce la struttura portante del brano e al contempo il suo più esplicito riferimento poetico, essendo un’allusione alla leggendaria ostinazione con cui, a quanto pare, l’orchestrina del Titanic continuò a suonare durante il naufragio. Ai quattro archi (Valentino Corvino e Giacomo Scarponi violini, Corrado Carnevali viola, Sebastiano Severi violoncello), disposti nell’angolo dell’ala destra delle spoglie dell’aereo (che taglia diagonalmente il magazzino), si aggiungeva lo stesso compositore alla tastiera elettronica; sull’altro lato trovava posto un altro piccolo ensemble (Yuri Bryars, figlio dell’autore e contrabbassista, Lavinia Guillari al flauto, Marco Ignoti al clarinetto e Walter Zanetti alla chitarra elettrica). Infine, isolato, come in una cabina di pilotaggio e difatti non troppo distante da quel che ne rimane del DC-9, un set di percussioni (padroneggiato da Nunzio Dicorato) completava l’organico live. A questo si aggiungeva una traccia elettronica, fatta anche di rumori e voci, ma fondamentalmente volta a impastare i vari contributi strumentali in una compressione, per l’appunto, da flutti che tutto ingoiano e sommergono, l’orchestrina, i ragtime, i pizzi, i ventagli, i tintinnii dei bicchieri (la regia del suono era curata da Alessandro Funari e Stefano Sanguigni).

Il pubblico che martedì 14 aprile 2026 ha preso parte a questa installazione visivo/sonora ha potuto scegliere fra due esecuzioni e prendendo posto sui corridoi sopraelevati, che perimetrano la fossa del relitto in cui erano i musicisti, potevano vivere in maniera itinerante l’ascolto, ora “pattugliando” in tondo, ora prendendosi un istante di meditazione, affacciandosi sui musicisti e lasciandosi suggestionare dal continuo graduale accendersi e spegnersi delle 81 lampadine pendule, come animule fatue, o delicate stelle, che assieme agli 81 specchi neri disposti lungo le pareti di tutto il camminamento, costituiscono la elementare ma bella installazione fissa dedicata da Christian Boltanski alle vittime della strage.
L’iniziativa è stata portata avanti dall’ensemble bolognese con la collaborazione del Comune di Bologna, della Fondazione Museo per la Memoria di Ustica e del Conservatorio di Musica “G.B. Martini” di Bologna, presso la cui biblioteca il giorno precedente aveva avuto luogo “Finding a voice”, una presentazione ed incontro con il compositore. Alla domanda di come spiegare l’inscalfibile successo della sua composizione, Bryars risponde: «Penso che l’opera risuoni in parte per la forza emotiva del disastro stesso, unita ai numerosi miti che lo circondano, e per il modo calmo, quasi stoico, in cui viene trattato».
Recensione di Diego Tripodi
Bologna, Museo per la memoria della strage di Ustica, rassegna Exitime 14 aprile 2026
Foto Marco Caselli
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