Recensione di Alessandra Pederzoli: quando il costume si fa racconto e memoria. Nella Sala eventi “eXtraBO” esposti abiti non da indossare ma da leggere.
C’è una magia sottile e quasi silenziosa nel vedere come un tratto di matita o una macchia di acquerello possano restituire la pesantezza del velluto, la rigidità di un’armatura o la leggerezza impalpabile del pizzo. La mostra “Il guardaroba favoloso e il filo che non ha fine” non espone abiti da indossare, ma abiti da leggere. È un’indagine preziosa e commovente su come l’arte del disegno abbia trasformato il costume in un linguaggio narrativo universale, capace di vestire i sogni prima ancora dei corpi.

Il Senso: un censimento dell’immaginario
L’intento delle curatrici è tanto ambizioso quanto poetico: dimostrare che, nelle pagine di un libro, l’abito non è mai un semplice ornamento. È un dispositivo magico di metamorfosi, un segno di appartenenza sociale o un grido di ribellione. Attraverso una selezione straordinaria di 150 albi illustrati, il percorso celebra il libro come “custode” di un guardaroba immaginario che plasma il nostro senso estetico fin dall’infanzia.
L’iniziativa nasce in stretta collaborazione con la Bologna Children’s Book Fair, ponendosi in perfetta continuità con l’intento della fiera: promuovere l’albo illustrato non solo come strumento pedagogico, ma come eccellenza artistica e terreno di ricerca visiva d’avanguardia. Qui, il “filo che non ha fine” è la linea del disegno che unisce le pagine, un legame che trasforma la moda in un alfabeto emotivo condiviso.
Un dialogo senza confini: tra epoche e geografie
Il cuore pulsante dell’esposizione risiede nel dialogo vibrante che scaturisce tra opere nate in contesti lontanissimi. Il costume diventa una speranza visiva: la mostra annulla le distanze, creando un ponte tra un’illustrazione di inizio secolo e un progetto contemporaneo.
Questa potenza relazionale rivela che, sebbene le fogge cambino, il gesto del vestirsi risponde a bisogni umani immutabili. Un ricamo minuzioso sulla carta non è solo decorazione; è il racconto di un tempo dedicato alla cura. Vedere come una veste tribale africana possa dialogare con la semplicità di un tratto moderno, insegna che la moda nei libri è sempre stata fluida. È un viaggio senza passaporto che ci permette di “abitare” culture lontane attraverso la texture delle vesti disegnate.

Un allestimento tra leggerezza e tridimensionalità
L’allestimento, curato magistralmente, riesce a rendere “spaziale” il contenuto bidimensionale dei volumi, trasformando le sale in un labirinto di carta. I 150 albi non sono chiusi in bacheche, ma sospesi e appesi, aperti su doppie pagine e sfogliabili in maniera certo non tradizionale. Sembrano fluttuare come panni stesi al sole della fantasia, invitando il visitatore a un’osservazione ravvicinata e quasi intima.
Il Segno che Rivela l’Anima
La mostra è frutto di una ricerca bibliografica meticolosa ad opera delle sue curatrici, Marcella Terrusi, Silvana Sola, Mariaelena Schiavo e Anna Giulia Morano ed ospitata presso la Sala eventi “eXtraBO” di Bologna dal 2 al 19 aprile 2026. L’esposizione ha presentato 150 albi illustrati internazionali incentrati su sartorie, moda e storie d’infanzia, e ha esplorato il legame tra narrazione, abiti e metafore tessili. Le curatrici sono riuscite a far dialogare i classici del passato con le eccellenze dell’illustrazione odierna, scavando nel perché un artista scelga un determinato taglio o colore per un personaggio.
Qui allora il costume non è più un accessorio, ma il protagonista silenzioso che svela i segreti, le paure e le gioie dei protagonisti delle storie. Di ieri, di oggi, di sempre.
Recensione di Alessandra Pederzoli
Bologna, aprile 2026
Foto: Enzo Grossi
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