Recensione di Diego Tripodi. Bologna, Comunale Nouveau: Antoniozzi stende sulle vicende un velo di fragilità. Palumbo asseconda il fluido divenire del melodizzare donizettiano. Ottimo cast.
Opera contrastante, tirata tra rassicurante maniera e slanci innovativi, carica di pagine splendide ma drammaticamente spente o di intuizioni drammatiche potenti ma musicalmente contraddittorie, Roberto Devereux è stato il quarto titolo scelto per la stagione Verso Itaca del Teatro Comunale di Bologna e allestito come di consueto presso il Comunale Nouveau dal 17 al 22 Aprile. Terzo lavoro di una trilogia sulle regine Tudor, ma non premeditata da Donizetti (segue la Anna Bolena del 1830 e la Maria Stuarda del 1835), fu salutato al suo debutto napoletano nel 1837, e poi parigino l’anno seguente, con grande entusiasmo e mantenne un più che discreto successo nei teatri italiani, europei e persino americani per tutto l’Ottocento. Il rifiorire moderno si deve fondamentalmente proprio alla calcata interpretazione che inserisce l’opera nel ciclo già detto e la lega alla fortuna delle due opere consorelle, una ricostruzione di immagine che ha potuto contare anche e soprattutto sull’impegno profuso da interpreti del calibro di Beverly Sills e Plácido Domingo.

Nella città delle due torri l’opera mancava dal lontano 1992 e si è trattata “solo” della quarta apparizione sulle scene bolognesi, dove non è mai riuscita ad appassionare particolarmente.
Forse non è completamente esatto o giusto, ma diciamo pure che Roberto Devereux non è opera con cui sbucciarsi le mani, nel senso che richiede una comprensione più attenta che oggi difficilmente conduce a un impetuoso applauso entusiastico; nondimeno, la nuova produzione si può dire abbia riscattato l’accoglienza storica freddina, a giudicare dall’esito favorevole della prima sera, dagli interventi del pubblico nei punti più opportuni – dopo le maggiori esibizioni di bravura di tutti gli interpreti, e naturalmente per i saluti finali -, anche se incoraggiati dalla presenza di vivaci claque, che hanno riesumato innocentemente lo spirito di una partigianeria colorita e, per la verità, assai difficile da incontrare nei costumi attuali del pubblico bolognese.

Per l’occasione, la regia era quella firmata da Alfonso Antoniozzi nel 2016 per il Carlo Felice di Genova e ora ripensata per Bologna da Luisa Baldinetti, soprattutto in funzione degli spazi sempre un po’ problematici della sala di Piazza della Costituzione.
Il dramma tutto è un arco teso che rilascia catastroficamente solo nel terzo atto, in cui oggettivamente si concretizza non solo la resa dei conti della vicenda, ma in cui musicalmente Donizetti mette a segno anche la scrittura più forte, emozionante e centrata.
Va da sé che da questo esodo, in particolare dal crollo psicologico di Elisabetta nella sua bellissima stanca scena finale, prenda le mosse la regia, la quale stende retroattivamente su tutte le vicende un velo di fragilità, esibizione, ansia, dissimulazione e finzione. Alla luce di ciò, la macchina del potere elisabettiano costruita sull’impressione di una imponenza severa, sul cerimoniale cortigiano implacabile, sul mito di un potere regale assoluto e di un’individualità negata – nei cortigiani gregari come nella sovrana rinunciataria della sua femminilità per la ragion di stato – è impietosamente smontata, mettendone in mostra l’intrinseca essenza scenica e teatrale, secondo la massima “totus mundus agit histrionem”, che accoglieva il pubblico all’ingresso del Globe Theatre. E il richiamo al teatro in cui William Shakespeare operò per più di quindici anni, anche se non troppo evidente, voleva essere un archetipo rappresentato nella pedana circolare a centro scena.

I costumi di Gianluca Falaschi richiamavano in modo esplicito il periodo storico dell’azione: geometrie rigide, tessuti broccati, ampi sbuffi e maniche larghe, elaborati pizzi e ricami, le immancabili gorgiere, ma tutto prevalentemente in un colore nero che inghiottiva (assieme all’uso di dorate maschere tutte uguali) la moltitudine della corte in un anonimato tenebroso e a tratti lugubre. Il teatro del potere assume aspetti farseschi e così questi cortigiani tutti uguali sono poco più che pupazzi mascherati (specie per i quattro figuranti a cui sono affidate le principali costruzioni della scena), immagini inquietanti che minacciano dietro la maschera di celare il vuoto, e accompagnati dall’onnipresenza di un joker, un giullare ritratto nella sua canonica immagine appuntita, ghigno perenne, movenze melliflue, invisibile e malefico.
L’impatto visivo dei costumi veniva assorbito dall’essenzialità delle scene, spoglie e in cui pochi divisori, un trono, alcuni fondali digitali richiamavano l’architettura di Windsor e d’una Londra uggiosa, in cui le luci (a cura di Paolo Liaci) avevano una funzione importante nel contribuire alla temperatura del dramma, richiamando la flebile luminosità delle candele.
La lettura musicale di Renato Palumbo, alla testa dell’Orchestra del TCBO, è stata molto piacevole e ha assecondato il fluido divenire del melodizzare donizettiano (sempre incantevole e di certo non il punto debole del lavoro), con un’uguale cura del palco e della buca, trovando ottima intesa nella concertazione del canto e buona risposta anche in orchestra, dove solo saltuariamente si è sentito un po’ di scollamento fra legni ed archi, di cui comunque si può addossare la colpa non troppo pretestuosamente alle infelici e note caratteristiche acustiche del luogo.
Preparato dal nuovo maestro Giovanni Farina, che ha saputo fare tesoro del prezioso lascito della sua predecessora, anche il Coro si è distinto come di consueto per il buon lavoro, specie in pagine di punta come L’ore trascorrono, surse l’aurora.

Molto bene il cast tutto: Karen Gardeazabal (molto apprezzata Mimì nello scorso novembre), che ha sostituito all’ultimo Roberta Mantegna, ha impersonato Elisabetta I con eleganza ed effettiva regalità, esprimendo il dissidio di una figura dilaniata fra una rigidità proverbiale e una bruciante e insospettabile anima passionaria: se la veste “istituzionale” della regina inglese era resa con un contraltare di toni freddi e lancinanti, acuti e fraseggi disegnati come sfilettate, la ribollente femminilità è stata resa scoprendo colori indubbiamente più caldi; tuttavia, la buona interpretazione aveva disgraziatamente un punto debole nel registro di petto, su cui ovviamente insiste parecchio la parte, e che ancorché sonoro risultava rigido e poco comunicativo. C’è un altro aspetto della monarca che però la Gardeazabal ha saputo impersonare con uno splendido risultato ed è lo scoramento, il cedimento e la stanchezza nel terzo atto (la regia calca la mano presentandoci una Elisabetta improvvisamente invecchiata dal dolore), in cui il giovane soprano messicano ha cantato la grande scena Vivi, ingrato, a lei d’accanto… Quel sangue versato con il più puro senso drammatico.

Roberto Devereux è in realtà protagonista solo nel titolo o nella misura in cui il millantato suo tradimento diventa agitazione di tutta la trama, ma Francesco Demuro ne ha preservato comunque il piglio eroico-romantico grazie alla fierezza dell’interpretazione e alla voce possente, alla perfetta dizione e alla splendida gestione dei volumi, che hanno tutti concorso all’apprezzato risultato delle sue arie come dei duetti, che pur così mobili nei sentimenti e ricchi di contrasti non hanno messo mai in difficoltà il tenore.
Sara, la duchessa di Nottingham che è una Elisabetta minore, anche lei dilaniata fra le ragioni del cuore e le imposizioni del suo ruolo di consorte, era impersonata da Raffaella Lupinacci, mezzosoprano che dimostra di essere perfettamente consapevole del suo bel timbro e di saperne trarre i migliori vantaggi attraverso un fraseggio cesellato, che non cede anche nel connubio con le altre voci, come nel duetto Tutto è silenzio!… Nel cor soltanto molto ben cantato assieme a Demuro.
Portando tutto il contegno e, all’occasione debita, il carattere di un’età più matura, il baritono Vladimir Stoyanov ha cantato nelle vesti del duca di Nottingham con uguale sapienza di veterano: voce risonante, suono rotondo, espressione sempre toccante ma composta, morbidezza delle linee che sa con uguale convinzione cedere il passo a una declamazione di chiara derivazione verdiana.
Recensione di Diego Tripodi
Bologna Comunale Nouveau 17 aprile 2026
Immagine di copertina Demuro e Gardezabal (Devereux e Elisabetta)
TCBO 2026-04-15, Roberto Devereux Generale, 1Cast
foto © Andrea Ranzi
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