Recensione di Diego Tripodi. Bologna: Sir Simon Rattle e Chamber Orchestra of Europe: accoglienza entusiastica per il celebre direttore e la non meno famosa compagine.

Si è aperta la quarantacinquesima edizione del Bologna Festival con il primo appuntamento di “Grandi Interpreti”, una delle otto rassegne che da qui a dicembre animeranno la vita musicale cittadina con concerti di ogni carattere e dimensione e la partecipazione di quasi mille artisti.

Il più prestigioso festival del capoluogo emiliano si è inaugurato con una serata all’altezza delle aspettative e in linea con i propositi così impegnativi mostrati dall’organizzazione, ma anche in stretta continuità con l’edizione dello scorso anno, che aveva visto a colonne estreme della propria attività le ospitate eccezionali dei Berliner a guida Muti e di Petrenko, rispettivamente per inaugurazione e concerto di chiusura: quest’anno invece è stata la volta di Sir Simon Rattle, per anni direttore principale dei berlinesi (e dunque predecessore di Petrenko), che per l’occasione ha diretto la Chamber Orchestra of Europe, nella consueta cornice del Teatro Auditorium Manzoni, la sera di mercoledì 29 aprile.

Il programma proponeva un percorso a ritroso capace di illuminare la straordinaria evoluzione compiuta dal linguaggio musicale, e orchestrale innanzitutto, nei fatidici cinquant’anni appena che, a cavallo fra ‘800 e ‘900, separano la Quarta Sinfonia di Brahms e Musica per archi, celesta e percussioni di Bartók, ultimo e primo fra i brani proposti.

Il successo della serata, testimoniato dal pienone di un pubblico più che fedele, è apparso manifesto dall’entusiasmo per le interpretazioni del celebre direttore britannico e della non meno famosa compagine con cui questi divideva gli onori, entusiasmo che, già a metà del concerto, ha visto richiamare Sir Rattle per ben quattro volte. Non meno calorosa ovviamente l’ovazione finale, che ha strappato a direttore ed orchestra un ultimo lieto momento sulle note di una danza di Dvořák.

L’indiscutibile maestria del protagonista è stata garanzia di letture toccate da arguta saggezza e posizionate, da un lato, nell’equilibrio e nella serenità d’un confortante scorrere musicale e, dall’altro, in un’accurata e consapevole necessità di movimentare, smarcandosi con scelte più incisive e caratteristiche dal rischio pendente della sola e annoiata correttezza.

La Chamber Orchestra è un ensemble ricco di umanità, qualità evidente non solo o non tanto nelle effusioni simpatiche rubate all’intimità degli abbracci e dei saluti finali fra orchestrali, ai sorrisi, alla rilassata complicità, quanto proprio nella sensazione procurata di un suono pregevolissimo ma che non deve per questo pagare pegno ad un contraltare di freddezza o falsità.

Scendendo un poco nei particolari del concerto, un suono stregato era quello trovato dalle viole, che con una solitaria linea cominciano il capolavoro di Bartók e che, serpeggiando, vanno via via a raccogliere le imitazioni di tutte le altre parti degli archi, qui trattate con non meno fascino: un sinuoso contrappunto che è stato splendidamente disegnato, fino alla sommità dell’ingresso dei violini. Accanto ad una precisione necessaria – e infatti mai mancata – nella definizione delle linee, è chiaro che l’interpretazione di Rattle ha cercato e trovato nei particolari timbrici, ancorché così coesi negli archi e nelle percussioni, lo stimolo per la propria visione ed è da sottolineare favorevolmente che, accanto alle finezze quali richiedono i punti più allucinati del terzo movimento o le vivaci spigolosità ritmiche del secondo, ha trovato posto anche una generosità eloquente di certi passaggi che mitigava una pretesa asciuttezza, come ad esempio il ritorno del soggetto di fuga nell’Allegro molto finale ha dimostrato.

Nonostante di mezzo ci fosse stato l’intervallo a dividerne le risonanze, la ritrovata normalità nell’ingresso dei fiati nella Sarabande di Ferruccio Busoni (dai Due Studi per il Doktor Faust op.51) procurava un leggero shock dopo la sonorità eccentrica di Musica per archi, celesta e percussioni, ma non molto altro, in una pagina che in verità ha solo un po’ espresso il dilemma di come collegare due pietre miliari dei rispettivi secoli.

E come ponte è stata in effetti intesa tanto da divenire trampolino di lancio alla sinfonia brahmsiana, da cui è stata divisa solo con un breve respiro.
La lettura di quest’ultima non si è discostata troppo dalle linee guida adottate per i brani precedenti, anche se naturalmente le specificità stilistiche hanno fatto valere le loro ragioni.

Per il primo movimento Rattle ha staccato un tempo sostenuto, che senza soffocare il lirismo connaturato dei temi, ha valorizzato la troppo spesso stressata vivacità ritmica che qui – dal punteggio quasi da “walking bass” della prima frase di progressioni a quel curioso tempo di milonga transitorio, passando naturalmente per i più evidenti e celebri motivi marziali e le fanfare – ha trovato invece libero sfogo.

La sinfonia è stata poi l’arena in cui la sezione dei fiati della Chamber Orchestra e i suoi maestri si sono esibiti grazie ai numerosissimi soli e alle variegate combinazioni strumentali immaginate nell’orchestrazione brahmsiana e lo hanno fatto con trasporto e musicalità, sulla pista di un’invenzione in cui i più rudi impasti bandistici cedono alle lusinghe carezzevoli di un flauto o a nostalgici interventi dei corni.

Senza dubbio, l’Allegro finale, prova somma di una radicalità sia formale che espressiva, ha convogliato gli intenti interpretativi di direttore ed orchestra, che, vuoi per la rapidissima alternanza di scritture e situazioni, vuoi per la tensione accumulata e lì al suo apice, hanno esibito un riassunto dei propri talenti, conducendo il concerto al suo evidente felicissimo esito.

Recensione di Diego Tripodi
Bologna, Teatro Auditorium Manzoni, 29 aprile 2026*
Foto: Bologna Festival

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