Recensione di Diego Tripodi. Bologna: proseguono i dialoghi ‘acquatici’, antichi e moderni, dai madrigali all’elettronica, nella rassegna Exitime di FontanaMIX Ensemble.

Vasto mar, nel cui seno / fan soave armonia / d’altezza e di virtù concordi venti.
E sono i venti della Storia, quella presente e soprattutto quella passata, che si mescolano ed agitano il “vasto mare” della musica.
Tutto si fa metafora, per prima lo vuole proprio la stessa rassegna Exitime di FontanaMIX Ensemble, “Oceano suono”, che prosegue il viaggio nel mese di maggio fendendo i flutti sonori da cui pesca, con la rete a strascico di una vivace curiosità, relitti, scrigni, le specie più rare di creature, i mostri e i miti.

Il primo appuntamento di cui vi diamo notizia si è tenuto sabato 9 maggio, nel consueto spazio dell’ex chiesa di S. Mattia, un luogo che non a caso più volte abbiamo paragonato ad un ventre accogliente, allo scafo solitario arenato nel centro cittadino, e che mai bene come quest’anno prende su di sé questo significato.

Il concerto si titolava per l’appunto “Vasto mar”, prendendo a prestito da un madrigale di Heinrich Schütz in programma assieme ad altri noti e a volte notissimi brani, collocati su un asse temporale che dal ‘400 portava ai nostri giorni. Il tramite, dove velato dove più esplicito, era naturalmente il tema acquatico, un riverbero ultrasecolare di liquide affinità, una rezza nelle cui maglie intrappolare il suono della risacca e della procella, ma anche il canto delle sirene e il pianto delle ninfe e degli eroi, il taglio delle gondole nell’acqua dei canali e dei galeoni negli oceani, i grandi viaggi, le esplorazioni, quelle sui bordi di una cartografia tutta da scrivere ma anche di una geografia dei suoni non meno misteriosa. 

Così, nell’acquario di FontanaMIX abbiamo visto nuotare un mottetto isoritmico di Dufay e il sinuoso Syrinx di Debussy, il già detto madrigale di Schütz e un lied di Schubert, l’immagine veneziana impressa in una pagina per quartetto del compositore britannico Thomas Adès e la supplica petrarchesca a Zefiro nell’arcinota resa di Monteverdi, il sospiroso poème di Mallarmé immortalato nelle trasparenze di Ravel, un fiero mostro del seguito di Poseidone nel cameristico Centauro marino di Salvatore Sciarrino, il viaggio verso Indie galanti nella più celebre danza dall’omonima opera di Rameau; e ancora,  la nebbia sospesa nei suoni liquidi del pianoforte di Floating clouds del compositore cino-statunitense Tan Dun, le intemperie scosse da Eolo in una ouverture di Telemann e il sapore salmastro delle lacrime in un’altra hit barocca qual è Lascia ch’io pianga di Haendel. Chiudeva l’arrangiamento di Alfonsina y el mar, malinconica canzone di Ariel Ramirez sul suicidio marino della poetessa Alfonsina Storni Martignoni e resa celebre dalla non meno malinconica voce di Mercedes Sosa.

L’operazione, diciamocelo francamente, di sicuro non è particolarmente nuova né per FontanaMIX né tantomeno in generale per un certo panorama di musica anticonformistica: ci vengono in mente almeno i due esempi de L’Arpeggiata (con, fra tutti, l’album Mediterraneo del 2013) e, in verità più raffinato, di Hespèrion XXI (qui la discografia di progetti tematici eterogenei si spreca), che da quarant’anni almeno flirtano con le prassi e i repertori etnici, jazz, latini, popolari. Se in quei casi però il punto di partenza è ovviamente il mondo “barocchista”, per quanto riguarda l’ensemble bolognese l’intuito salpa dalla sponda opposta, dalla cosiddetta – o cosìmaldetta – “contemporanea” e da una concezione anche creativa, compositiva della performance.
Infatti, per la serata, l’Ensemble Sezione Aurea, gruppo su strumenti d’epoca, si è fuso in un melting pot timbrico con gli strumenti moderni dei padroni di casa.

Ultima nota degna di essere riportata – ma già in passato era accaduto – è una non meno fluidità dei fontaner nell’abbracciare altri strumenti e ruoli: da Valentino Corvino che posato il violino imbraccia l’oud o tira mazzate al tamburo a Marco Ignoti alle prese con uno chalumeau, fino allo stravolgimento più sorprendente per gli affezionati del pubblico di ritrovarsi Lavinia Guillari (flautista dell’ensemble) come seconda voce nello scherzo di Monteverdi, affiancando Valentina Coladonato, protagonista indiscussa della serata.

Al netto del risultato forse non sbalorditivo, allora è la morale che resta assolutamente pregevole e che FontanaMIX non manca mai di ribadire: il significato di contemporaneità non deve essere inchiodato ai nostri giorni, perché va promuovendo una sorta di separazione razziale dei repertori che contribuisce a non far comprenderne sino in fondo i messaggi.

I due appuntamenti successivi, da un certo punto di vista più riallineati alla missione canonica dell’ensemble, hanno interrotto momentaneamente il dialogo natante dei secoli per approfondire un altro tipo di dialogo tra confini non meno vasti, cioè quello nato da una attrazione ricorrente di molta arte occidentale per il complessissimo pensiero delle filosofie orientali. I ponti possibili e i ponti già eretti sono innumerevoli. Fra i molti, Exitime ne ha mostrato alcuni il 10 maggio con “Water Music” e il 12 maggio con “Yin Yang”: il primo appuntamento ha ospitato la performance della Piccola Orchestra Zen di Fudenji, una sbalorditiva compagine nata nei laboratori collaterali al monastero di Salsomaggiore Terme e in cui giovanissimi affiancano alle pratiche di meditazione l’esecuzione delle musiche contemporanee e di avanguardia; il secondo appuntamento invece era un recital del pianista Fabrizio Ottaviucci, che della Piccola Orchestra è anche il direttore, con musiche di Scelsi e Feldman.

I fili rimasti sospesi con “Vasto Mar” si sono rintrecciati sabato 16 maggio con “In questa luce, in quest’ombra nera…” un incontro tra le arti di Francisco Goya e Ludwig Van Beethoven attraverso la finzione perfettamente resa di un epistolario mai scritto, ma immaginato da Guido Barbieri, ricercatore e musicologo, nota voce di Rai Radio3, per questo spettacolo che si avvale anche della straordinaria grazia musicale del Trio Hérmes.

Costruito infatti attorno ai quattro movimenti del Trio per pianoforte ed archi n°7, noto come “l’Arciduca”, lo spettacolo ha tessuto un sensibile racconto dei due grandi geni, colti in uno scampolo della loro ultima stagione creativa usando il metodo antichissimo delle vite parallele. L’insospettabile numero di coincidenze, prime fra tutte la ben nota sordità di entrambi gli artisti, ha facilitato una fiction che ha retto meravigliosamente nella verosimiglianza di stile, di pensieri ed emozioni e che, fondamentalmente, è servita a condurre il pubblico nella rivelazione di due anime affratellate – l’impressione è quasi di una stessa persona allo specchio – e capaci, nei rispettivi ambiti, di portare lo stesso grado di sensibilità nella riflessione attorno alle forme, ai motivi e ai perché dell’arte.

Il “dato di realtà” era restituito dalla performance del Trio Hérmes, formazione di giovanissime interpreti ma già carica di meritati riconoscimenti. La qualità maggiore che ci ha impressionato, oltre una lettura davvero morbida ed intima del capolavoro beethoveniano, è stata l’assoluta aderenza di ognuna delle interpreti alla peculiarità di scrittura che emerge dalle parti del trio: da questo punto di vista, se Greta Maria Lobefaro è stata referente degli oneri e degli onori di un pianismo che invade senza remore gli spazi immaginari della composizione – mostrandosi un’interprete assolutamente rispondente a tale responsabilità -,  Francesca Giglio non è stata meno impeccabile nel rappresentare l’aspetto più scopertamente sentimentale e che è affidato al violoncello; così pure Ginevra Bassetti ha perfettamente occupato quel ruolo mediano, ma altamente significativo e complicato, di bonarietà accondiscendente che la parte di violino si ritaglia come addolcimento di una convivenza di caratteri altrimenti competitivi.

Completavano il concept il contributo delle tracce elettroacustiche e del live electronics a cura di Valentino Corvino, che tramite quadrifonia distribuivano un tessuto “sordo” fatto di allusioni motiviche e su cui si innestavano le letture, e la videoproiezione di Piergiorgio Casotti, incentrata su una peregrinazione fra ingrandimenti e particolari delle Pinturas Negras e imprescindibile contrappunto visivo sia alle “missive impossibili” sia all’esecuzione del trio.

Recensione di Diego Tripodi
Bologna, maggio 2026
Foto: Ufficio Stampa

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