Recensione di Maria Luisa Abate. Verona: il capolavoro sacro per la prima volta al Teatro Filarmonico. Convince il ‘less is more’ del direttore Wolfram Christ. Ottimi Coro, Orchestra e solisti.
“Un appuntamento imperdibile”, esordiva il comunicato stampa. E a ragione. La Missa solemnis di Beethoven è raramente in cartellone, per le complessità esecutive e le insidie interpretative che richiedono una maturità artistica non comune, tale da intimorire chiunque vi si accosti: immensa nell’architettura musicale e smisurata nelle difficoltà tecnico-stilistiche. Il capolavoro del genio di Bonn è approdato per la prima volta in assoluto al Teatro Filarmonico di Verona, nell’ambito della stagione invernale promossa da Fondazione Arena di Verona. I cui complessi artistici – Orchestra e Coro – l’hanno affrontata nella sua versione integrale (di poco meno di un’ora e mezza) con risultati ragguardevoli. Grazie anche alla sagace direzione artistica di Cecilia Gasdia che ha messo in campo direttore e solisti di area mitteleuropea, prevalentemente germanica, puntando quindi su una sensibilità espressiva autenticamente vicina agli intenti beethoveniani. Iniziando da Wolfram Christ, cheper lungo tempo è stato prima viola dei mitici Berliner Philharmoniker, per poi essersi dedicato con successo internazionale alla direzione d’orchestra, veste in cui era già stato applaudito negli anni passati anche su questo stesso palcoscenico.

Tutte al loro debutto veronese e di grande esperienza nello specifico repertorio le voci soliste. Di ciascuna, nel corso dell’intera serata, è emersa l’attenzione per la calibratura delle dinamiche, per la tenuta dei fiati; nonché la cura, il gusto estetico e la dovizia tecnica profusa soprattutto nelle messe in voce e nelle smorzature, che hanno toccato vertici sublimi: il soprano Athanasia Zöhrer berlinese di famiglia greco-austriaca, il mezzosoprano austriaco Katrin Wundsam, il tenore tedesco Sebastian Kohlhepp e il basso-baritono norvegese Johannes Weisser. Tutti hanno dimostrato la loro autorevolezza con intelligente umiltà, senza protagonismi ma inserendosi pariteticamente nell’impasto sonoro. E se Beethoven tratta queste quattro voci come fossero strumenti, quinta voce solista si è rivelata quella del violino di Salvatore Quaranta, delicata, trasparente, capace di far vibrare le corde più intime degli ascoltatori.

Prova ampiamente superata pure per il vero protagonista della Missa, il Coro areniano, che Roberto Gabbiani ha preparato con diligenza nei confronti delle indicazioni direttoriali, facendo sì che gli effetti coloristici derivassero (anche) direttamente dall’uso delle dinamiche e dal districarsi da perfetti slalomisti dei coristi tra rarefazioni e addensamenti di note, tra sbalzi corposi e successivi bilanciamenti; nel contrasto tra le pienezze e quelle sospensioni nel silenzio che hanno provocato turbamento emotivo tra il pubblico. Non ultimo, per l’apparente facilità con cui le sezioni dei vari registri vocali, in amalgama timbrico, hanno ottimamente superato le pagine a dir poco impervie, quelle sulle quali Beethoven si è “accanito” pretendendo sforzi che rasentano – o addirittura superano – i limiti delle possibilità fisiche.
La Missa scritta nel 1820 per celebrare la nomina ad arcivescovo dell’arciduca Rodolfo d’Asburgo-Lorena, suo mecenate (fu terminata in annoso ritardo ma mantenne la dedica) è la seconda messa composta dal Grande Sordo ed è frutto di una lunga gestazione. La scrittura è particolarmente complessa per molteplici fattori e risulta incatalogabile da parte dei più accreditati musicologi, i cui pareri da sempre si dividono. Una assoluta novità non solo per il suo essere un meraviglioso creativo zibaldone fra i richiami alla musica antica, ai compositori passati e coevi filtrati dal sublime estro innovativo dello stesso Beethoven (per intenderci, lo stesso genio che ha donato all’umanità la Nona), ma anche per muoversi con passo impavido da equilibrista tra lo slancio religioso e il gusto teatrale, tra la grandiosità sinfonica e le urgenze intimistiche, in un costrutto che si eleva verso l’alto senza dimenticare la consistenza terrena. La forma tematica musicale infatti viene da Beethoven posta in secondo piano rispetto alla valorizzazione della parola, e i fervori mistici sono frutto di un percorso di fede vissuto come una conquista.
I movimenti attinti alla liturgia – Kyrie, Gloria, Credo, Sanctus, Agnus Dei – le cinque tappe della consueta progressione spirituale, si fanno in Beethoven carne. Non una professione astratta di fede bensì la fede intesa come atto singolo e personale, che la grandiosità strumentale traghetta dalla sfera intima a una condizione condivisa e affratellante. Una ricerca indirizzata verso l’Uomo e verso il suo raffrontarsi, più che con il divino inteso come dogma, con la necessità di accostarsi al divino; con il bisogno per l’Uomo di raggiungere il Bene in quanto valore universale. Una “preghiera per la pace esteriore e interiore” annotò Beethoven nell’Agnus Dei. O, ancora, la dedica: “Dal cuore possa andare ai cuori”.

Il direttore Wolfram Christ, con precisione e una eleganza sorella della sobrietà, con un “less is more” architettonico e rifuggente da esplosioni di magniloquenza, con sensibilità sfrondata da possibili sdolcinature, precisa e rispettosa dell’ottica beethoveniana, ha dosato la misura delle dinamiche e dei volumi sonori; assecondato splendidamente dall’Orchestra areniana, per lo più avvezza allo spazio sterminato dell’anfiteatro ma di casa anche nel Teatro Filarmonico, dove il suono è sgorgato per lo più raccolto ma tutt’altro che sottotono.
Il primo movimento, il Kyrie, ha assunto toni pacati, sommessi, in ricercato contrasto con il successivo allegro del Gloria, ricco di effusioni dinamiche sia orchestrali che vocali, tra pienezze e sfrondature acustiche, tra rigogliosità e sfalci decisi, tra impeti quasi violenti e smorzature carezzevoli in un succedersi ritmico simile a un moto ondoso che a ogni risacca ha portato a riva riguardose fluttuazioni coloristiche.
Il Credo, sul quale da sempre i musicologi si interrogano circa l’essere autentica espressione di fede o piuttosto una ricerca della stessa, è stato inteso dal direttore come un flusso e (nuovamente) riflusso di pensieri, dalle ampie arcate che da meditative e introspettive sono sfociate nel grido di speranza, forte e screziato da soffusi bagliori, del resurrexit.
Un abbandono devozionale è stato esternato con discrezione dal direttore Christ nel Sanctus, affidando l’azione interlocutoria al violino solista nell’interludio del Benedictus eseguito con delicatezza celestiale. Nel finale l’Agnus Dei pacificatore dopo il subbuglio beethoveniano dei “venti di guerra”, a dirci che la pace non è condizione gratuita ma è il risultato di un sofferto processo di conquista, esito ultimo di una dilaniante battaglia interiore. Infine ogni inquietudine della coscienza si è appianata, ogni nodo si è sciolto, ogni domanda ha ricevuto risposta, ogni turbamento terreno ha trovato elevazione spirituale.
Recensione di Maria Luisa Abate
Verona, Teatro Filarmonico 9 maggio 2026
Foto Ennevi
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