Recensione di Enrica Marcenaro. A Genova il viaggio di un genio europeo. Già oltre 30mila visitatori alla mostra sul pittore fiammingo, che riunisce grandi capolavori.

Ci sono mostre in cui si entra con una certezza e si esce con qualcosa di diverso. Un dubbio, forse. O più semplicemente una sorpresa. Quella dedicata ad Anton Van Dyck a Palazzo Ducale appartiene decisamente a questa categoria. Perché si arriva convinti di incontrare il più elegante dei ritrattisti europei – il pittore delle sete, dei nobili, delle posture impeccabili e di quella bellezza composta che sembra appartenere soltanto al Seicento – e invece, quasi senza accorgersene, ci si ritrova davanti qualcosa di molto più complesso. Più inquieto, persino.

La prima sorpresa arriva subito, quasi in punta di piedi. A dare il benvenuto sono due piccoli autoritratti giovanili. Van Dyck aveva poco più di quindici anni quando li dipinse. Quindici. Un’età in cui normalmente si prova ancora a capire chi si è, mentre lui sembra già sapere perfettamente come stare dentro un’immagine, come guardare chi guarda, come costruire una presenza. È una sensazione quasi straniante: quel ragazzo ha già dentro qualcosa di irrimediabilmente adulto. E soprattutto ha già capito ciò che renderà la sua pittura immediatamente riconoscibile: il ritratto non serve semplicemente a rappresentare qualcuno. Serve a farlo restare e ad accompagnarci.

[Anton van Dyck, Le tre età dell’uomo © Vicenza, Museo Civico di Palazzo Chiericati]

Da qui prende forma il percorso di Van Dyck. L’europeo. Il viaggio di un genio da Anversa a Genova e Londra (annuncio con diverse immagini vedi qui), che già ai primi di maggio aveva superato i 30 mila visitatori, e che intelligentemente evita di rinchiudere il pittore nella definizione forse più facile, e ormai quasi scontata, di “grande ritrattista”. Van Dyck lo è stato, certo. Ma è stato anche molto di più: un artista europeo prima ancora che l’Europa culturale si immaginasse davvero tale. Fu un autore capace di attraversare corti, lingue visive, geografie e ambizioni differenti, trasformando ogni passaggio in una parte della propria identità artistica.

Nato ad Anversa, formatosi nell’orbita potente di Peter Paul Rubens, attraversa l’Italia e trova a Genova uno dei luoghi decisivi della sua formazione, prima di approdare alla corte inglese di Carlo I, dove diventerà il pittore più desiderato d’Europa e persino “sir”.
E Genova, in questa storia, smette presto di essere una semplice tappa. Diventa quasi un destino.

La città che Van Dyck incontra negli anni Venti del Seicento è ricca, ambiziosa, attraversata da famiglie aristocratiche che vogliono lasciare una traccia di sé nel tempo. Hanno bisogno di essere raccontate. E lui capisce subito come farlo. Nei suoi quadri non c’è mai semplice ostentazione: c’è eleganza, certo, ma anche un modo tutto suo di dare peso alle persone. I corpi si allungano con una naturalezza quasi teatrale, le mani sembrano parlare, gli abiti smettono di essere stoffa e diventano linguaggio, gli sguardi dichiarano appartenenza sociale ma lasciano sempre filtrare qualcosa di più fragile, più umano. Van Dyck non fotografa nessuno. Costruisce un racconto della persona. Una presenza destinata a sopravvivere al tempo.

Eppure, dentro questo viaggio, c’è anche una storia quasi sussurrata, che la mostra lascia intuire senza bisogno di enfatizzarla troppo. È quella del rapporto con Rubens. Maestro, riferimento, ombra inevitabile. In una piccola opera compare un cavallo, apparentemente un dettaglio tra molti. Ma è impossibile non pensare a quella suggestione che accompagna il percorso biografico dell’artista: forse è proprio il cavallo che Rubens gli donò per partire verso Genova, quasi un gesto di fiducia, una benedizione silenziosa consegnata al suo allievo prediletto. Van Dyck arriva in città proprio a cavallo. E quell’immagine, così semplice e quasi laterale, finisce per raccontare qualcosa di molto più grande: il momento esatto in cui un giovane pittore smette di essere soltanto allievo e comincia davvero a diventare sé stesso.

[Antoon Van Dyck, Portrait d’une noble Génoise, Luigia Cattaneo Gentile. Strasbourg, Musée des Beaux-Arts – Musées de la ville de Strasbourg, M. Bertola]

Ma ciò che rende questa mostra particolarmente preziosa è anche la sua natura quasi irripetibile. Palazzo Ducale riunisce infatti opere provenienti da musei, collezioni pubbliche e raccolte private di tutta Europa, creando un dialogo raro, difficilmente replicabile. Arrivano capolavori dal Prado di Madrid, dalla Dulwich Picture Gallery e dalla National Gallery di Londra, dalla Scottish National Gallery di Edimburgo, dalla Rubenshuis di Anversa, dal Musée Jacquemart-André di Parigi, insieme a importanti prestiti italiani da Vicenza, Milano, Parma, Palermo e da numerose collezioni private. Non è semplicemente una somma di opere eccellenti: è la possibilità concreta di vedere dialogare, nello stesso spazio, momenti diversi della vita di Van Dyck, intuendone evoluzioni, ossessioni e cambi di sguardo.

È qui che il pittore sorprende di più. Perché oltre ai ritratti magnifici, emerge un artista che attraversa temi differenti con una naturalezza impressionante. La pittura sacra, forse meno nota al grande pubblico, occupa uno spazio importante e inatteso. Ed è un Van Dyck sorprendentemente intenso quello che si incontra: santi, episodi biblici, figure immerse in una tensione emotiva che non diventa mai enfasi. Anche qui la sua firma resta riconoscibile. I corpi sembrano vivere, non posare. La luce non illumina soltanto: suggerisce sentimenti, inquietudini, possibilità di redenzione.

Poi ci sono i dettagli che restano addosso. I bambini ritratti quasi come piccoli adulti già addestrati al proprio destino sociale. Le nobildonne genovesi, bellissime e severe, avvolte in abiti che sembrano architetture. I guerrieri, i gentiluomini, le allegorie del tempo e della vanità. E soprattutto quella sensazione persistente che attraversa tutta la mostra: Van Dyck non dipinge mai soltanto il potere. Dipinge il desiderio ostinato di essere ricordati. La fragilità nascosta dentro l’eleganza. La paura del tempo che passa.

Forse è per questo che, uscendo da Palazzo Ducale, resta addosso qualcosa di inatteso. La sensazione di avere incontrato non soltanto un grande artista, ma qualcuno che aveva già compreso una verità molto contemporanea: dietro ogni immagine perfetta, dietro ogni desiderio di apparire, esiste sempre la stessa domanda profondamente umana. Quanto di noi riuscirà davvero a restare?







Recensione di Enrica Marcenaro
Genova, maggio 2026

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Immagine di copertina: nuova opera aggiunta alla mostra dall’11 maggio.
Dai Musei Reali di Torino,

“Ritratto dei tre figli maggiori di Carlo I d’Inghilterra e di Enrichetta Maria”, 
eseguito da Van Dyck nel 1635 come dono per Cristina di Francia, sorella della regina.
Il quadro è posto all’inizio della sesta sala,
che ospita i ritratti dei genitori Carlo ed Enrichetta Maria,
e di fianco ai fratellini Giustiniani Longo
che chiudono il percorso della quinta sala (immagine vedi qui).
Ad essere raffigurati sono Charles, Mary e James.
Il primogenito, che sarà il futuro re, appare ancora in età infantile
secondo le consuetudini riservate ai bambini “non vestiti da adulto”.
Raffinati i rimandi simbolici dell’opera: il cane allude alla fedeltà alla Corona,
mentre Mary, in bianco con fiori tra i capelli evoca purezza e future alleanze.
James stringe una mela, segno di innocenza.
La rosa recisa simboleggia la fragilità del potere terreno.





VAN DYCK L’EUROPEO
IL VIAGGIO DI UN GENIO DA ANVERSA A GENOVA E LONDRA
20 marzo – 19 luglio 2026

Palazzo Ducale – Appartamento e Cappella del Doge
Piazza Matteotti 9 – 16123 Genova
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Informazioni: tel. +39 010 8171600
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