Recensione di Enrico Presti. Bologna, Comunale Nouveau: ha debuttato in prima mondiale la nuova commissione della fondazione lirico-sinfonica felsinea. Musica Nicola Campogrande, direttore Riccardo Frizza, regia Tommaso Franchin.

La straordinaria immaginazione di un mondo dominato da replicanti e l’immanente preoccupazione per un futuro dominato dal mito del progresso e proiettato alla massificazione del genere umano sono i temi che ispirano Olympia, opera in due atti di Nicola Campogrande, spettacolo messo in scena al Comunale Nouveau di Bologna.

Olympia è la fascinosa creatura artificiale il cui compito è obbedire ad ogni desiderio del suo creatore, l’ingegner Spallanzani, che vive circondato dai conforti elettromeccanici (del tutto rassomigliante al film Mon oncle di Jacques Tati) in una villa ultramoderna.
Olympia scopre la sua vera identità borderline tramite un reset (che non avviene con un filtro d’amore, come in Donizetti e Wagner, ma dall’episodio ben più drammatico di 2001: Odissea nello spazio di Kubrick) che le permette d’iniziare una nuova era con il socio d’affari di Spallanzani, Zoltan. Attorno a questi tre personaggi ruotano Sherry Hope, filosofa femminista ed ex fiamma di Spallanzani ed il suo marito erotomane Jean-Paul Dupont.

L’opera si affaccia così alla nuova epoca dell’intelligenza artificiale che non crea risposte standard, ma si congiunge all’intelligenza umana per imparare a non sbagliare. Il meccanismo si trova tuttavia in un’area che non consente agli eventi di corrispondere esattamente anche attraverso la drammaturgia musicale. In questo caso sembra corrispondere a ciò che noi chiamiamo una eteromorfia: una struttura, cioè, uno spazio o una configurazione dinamica, eterogenea, affollata e densa e che risulta instabile o in ogni caso ha il potere di divenire tale in pochi istanti degenerando spontaneamente in caos (Play Time di Jacques Tati oppure in Hollywood Party di Blake Edwards nelle sequenze finali). In questa visione Olympia non si perde d’animo, ma riesce a conquistare, anche attraverso questa musica, l’emozione di provare sentimenti umani nel liberarsi dal caos mostrandosi, autosufficiente senza esitazione.

Nicola Campogrande (compositore in residence dal 2024 al 2026) crea linguaggi nuovi e comunicativi, non copiando il passato per giustificare qualcosa che l’esperienza sensoriale nega. Come nelle sue numerose composizioni egli s’immagina di produrre una nuova musica che sia in grado di attirare la nostra attenzione. In questo caso, nell’opera lirica, la musica non rappresenta più un oggetto dotato di senso, non riuscendo a ritrovarsi in alcuna costruzione preesistente, ma lasciando la forza drammaturgica affidata all’universalità dei sentimenti in cui ogni spettatore può ritrovarsi. Il Novecento del secolo passato, in effetti, sembra porre fine all’opera a causa delle sue predilezioni espressive (date dalla parola e dalla melodia) che vengono poi riprese e rinnovate dal genere spettacolo che meglio le avvicina, e cioè il cinema. In Olympia il linguaggio musicale di Campogrande è pertanto molto esteso, facilmente accessibile, che pare affacciarsi nell’area minimalista (John Adams) e che sembra echeggiare ambiti di contaminazione (Jackie O di Michael Daugherty) unite ai compositori di area slava (Bohuslav Martinů e Leoš Janáček) con echi jazzistici.

Riccardo Frizza, alla guida dell’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna, ha dato prova di raggiugere le aspettative del pubblico nel guidare l’azione di questa nuova partitura, affrontandola con un gesto e uno slancio nuovo ed efficace. Una prova che si è dimostrata riuscita con la sua consueta esperienza nell’individuare le diverse tessiture timbriche ed armoniche che pervadono la partitura, sia nella melodia della compagine di archi, sia nell’efficace resa sonora degli ottoni e nella ricca sezione percussiva. Giovanni Farina, maestro del coro al suo secondo esordio, ha ottimamente confermato la consumata esperienza scenica e vocale instillata dalla precedente direttrice con slancio pienamente e compiutamente espressivo.

La regia di Tommaso Franchin, alla sua terza prova scenica con Campogrande, ha costituito un’efficace narrazione che affronta con successo la sfida di ricreare questo ambiente ipertecnologico. Ci troviamo dinanzi ad un allestimento senza tempo, in un’aura che pare presente nelle asettiche ambientazioni di certe nostre aziende e che risentono dell’atmosfera del film Metropolis (1927) di Fritz Lang. Olympia è dipinta da Franchin come un essere in gabbia, un mostro à rebours (come ne La donna scimmia del regista milanese Marco Ferreri del 1964), che si trova nelle sue insicurezze e che, come un novello Prometeo, riesce tuttavia a ribellarsi ed a emergere attraverso un percorso irto di contraddizioni ed ostacoli. A tutto ciò contribuiscono, assieme alla musica, la cura scenica e le luci di Fabio Carpene e Manuel Garzetta ed i costumi di Giovanna Fiorentini che contrastano con il rigore dell’ambiente e, absit iniuria verbis, con l’ingombrante carrozzone del Nouveau che speriamo finisca presto di ospitare le recite del Comunale di Bologna.

Alla riuscita dell’evento sono fondamentali i cinque cantanti solisti Stefan Astakhov, Isidora Moles, Silvia Beltrami, Francesco Castoro ed Eugenio Di Lieto. Il baritono Astakhov è reso credibile da un’ampia linea vocale che permette di mettere a fuoco alcuni aspetti dello scienziato-ingegnere e che spaziano dall’ottimismo alla disillusione. Isidora Moles interpreta Olympia con un’efficacia che le permette di agire con grazia nel registro espressivo e delle dinamiche gestuali. Silvia Beltrami è la filosofa che indica la prima verità ad Olympia per rivelarle la strada dell’autocoscienza: per questo riesce a fare ciò con bravura e una talentuosa verve da mezzosoprano. Francesco Castoro affronta la parte di Jean-Paul Dupont con lo slancio da tenore in tutta l’opera calandosi, anch’egli, in un divertito e buffo rossiniano Che disastro travolgente. Eugenio Di Lieto ha interpretato la parte del disincantato e cinico Zoltan con stentorea presenza.
Olympia è stato un messaggio insolito del Comunale di Bologna, che ha accolto con generosi battimani il compositore e l’intero cast scenico.

Recensione di Enrico Presti
Bologna, Comunale Nouveau 17 maggio 2026
Immagini dell’Antepiano: © Andrea Ranzi

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