Di Enrico Cerasi. Matteo 6, 5-15
Il Discorso sulla montagna è rivolto al popolo di Israele, riunito intorno al Maestro per ascoltarlo. Gesù non si rivolge ai discepoli né tanto meno a singole persone, ma a tutti gli ascoltatori, considerati collettivamente. Eppure all’interno del sermone vi è un curioso intermezzo sul segreto. Vale a dire, su qualcosa che non va confessato né tanto meno esibito in pubblico. Al limite, qualcosa d’incomunicabile, che riguarda il Singolo nel suo intimo rapporto con Dio.

Il tema comincia con l’elemosina, che dev’essere fatta senza alcuna pubblicità (“Ma quando tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra quello che fa la destra, affinché la tua elemosina sia fatta in segreto” [Mt. 6, 3-4]) e si conclude con il digiuno, anch’esso da compiere senz’alcuna ostentazione (“Ma tu, quando digiuni… affinché non appaia agli uomini… ma al Padre tuo, che vede nel segreto” [Mt. 6, 16-18]).

In genere questa parte del Discorso sulla montagna viene spiegata come “rifiuto del formalismo” religioso. C’è del vero. Gesù mette in guardia dal compiacimento che deriva dal seguire le regole formali della Torah, in maniera ostentata ma senz’alcuna persuasione interiore. Eppure qui c’è e qualcosa di più essenziale del pur importante rifiuto del formalismo. Il discorso può essere considerato come la carta costituzionale del regno di Dio, spiegando che cosa sia giusto agli occhi dell’Onnipotente. Viene illustrata una giustizia che tutti devono praticare comunitariamente. Ma il cap. 6 comincia dicendo:

“Guardatevi dal praticare la vostra giustizia davanti agli uomini”.

In questo monito non si tratta solo del rifiuto del formalismo religioso. Più radicalmente, bisogna escludere qualsiasi forma di pubblicità, di manifestazione esteriore della propria giustizia. Sia per quanto riguarda l’elemosina, sia per quanto riguarda il digiuno e in genere, si capisce, per ogni altra forma di pietà religiosa. Il rapporto privato, personale, con Dio non può essere in alcun modo esser reso pubblico. Deve rimanere qualcosa di segreto. Deve restare un segreto tra il credente e Dio, come lo fu per Abraamo nel XXII capitolo della Genesi, quando fu chiamato dall’Eterno a sacrificare in olocausto il figlio Isacco, senza poter dir nulla di ciò che stava facendo né alla moglie né tanto meno al figlio. Un filosofo ebreo ha suggerito che la vera prova cui viene sottoposto Abraamo in quel tragico episodio della sua vita consiste proprio nella prova del segreto, ossia nella capacità di non condividere con nessuno i suoi angosciosi sentimenti.

Qualcosa del genere sembra avere in mente Gesù esortando i suoi discepoli a non dire nulla dei propri atti religiosi. Per quale ragione? Perché la nostra fede non può essere resa pubblica? Non potremmo forse condividerla in modo non formalistico? Forse perché non ci si deve aspettare alcuna ricompensa dagli uomini ma solo da Dio (“e il Padre tuo, che vede nel segreto, te ne darà la ricompensa” [Mt. 6, 18])? Il rapporto con Dio esclude dunque qualsiasi religio, ossia qualsiasi condivisione sociale? La fede è qualcosa di puramente personale, intimo, interiore? Qualsiasi manifestazione pubblica della fede va equiparata all’esibizione formalistica e ipocrita, motivata puramente dalla lusinga dell’approvazione sociale? Si pensi in questo senso anche alla parabola sul fariseo e sul pubblicano, dove al primo, per il fatto stesso di compiacersi pubblicamente delle proprie buone opere, viene negata la giustificazione, elargita invece al secondo, che non aveva proprio nulla di cui compiacersi. Le opere del fariseo sono certamente pie, e quelle del pubblicano altrettanto certamente empie. Gesù non lo contesta. Ma l’ostentazione dei propri meriti ne annulla il valore. Ciò che è ostentato di per sé perde di valore. Eppure, in un altro contesto, Gesù esorta i discepoli affinché la loro fede sia visibile a tutti. Non si accende una lampada per metterla sotto il moggio, né il sale dovrebbe mai divenire insipido. In questo caso, sembra che l’errore consista proprio nella ritrosia, nell’incapacità di essere un modello visibile, riconoscibile a tutti, di perfetta fede nell’Onnipotente. Gesù esorta i discepoli a rendere pubblica, perfettamente visibile, la loro fede, che perderebbe di senso se si traducessi in un affare meramente interiore, privato.

Come è possibile conciliare questi due aspetti, apparentemente contraddittori? Come può, Gesù, esortare a non esibire l’elemosina o il digiuno e al tempo stesso a non tenere nascosta la propria fede? Non si tratta di indicazioni tra loro contraddittorie?

Ci viene in aiuto il discorso sulla preghiera nel capitolo VI del vangelo secondo Matteo. È un passo importantissimo per la nostra fede, perché Gesù insegna ai discepoli la preghiera che i suoi discepoli continuano a recitare da 2000 anni. Non si sbaglierebbe di troppo dicendo che il “Padre nostro” è l’MCD della cristianità. Possiamo dimenticarci quasi tutto, ma difficilmente possiamo trovare un cristiano che non conosca la preghiera che Gesù ha insegnato ai suoi discepoli. Non è da sottovalutare. Il fatto che ancora oggi tutti i battezzati siano in grado di pregare con le parole insegnateci da Gesù lascia aperti ampi margini di speranza.

Eppure il contesto in cui il Messia Gesù insegna la preghiera è segnato dall’ambivalenza che abbiamo notato più sopra. Le istruzioni di Gesù sulla preghiera si caratterizzano per due esigenze:
Il segreto (“non siate come gli ipocriti; poiché essi amano pregare in piedi nelle sinagoghe… per essere visti dagli uomini… Ma tu… rivolgiti al Padre to che è nel segreto”)
Il rifiuto della verbosità (“… non usate troppe parole come fanno i pagani, i quali pensano di essere esauditi per il gran numero delle loro parole”).

La prima esigenza è diretta contro gli ipocriti (“i farisei”?), la seconda contro i pagani. Ma anche la seconda, in fondo, ha a che fare col segreto, perché la verbosità è un modo per rendere espliciti, pubblici, i propri pensieri o sentimenti.
Ciò farebbe pensare che Gesù chieda una preghiera del tutto silenziosa e solitaria, come anche è stata praticata nella storia (la preghiera del cuore dell’esicasmo) e che in qualche modo anche Paolo prospetta quando dice di pregare continuamente (“non cessate mai di pregare”: 1 Ts.  5, 17).

Ma sarebbe una conclusione unilaterale. I cristiani devono pregare comunitariamente, quindi ad alta voce. Nella versione di Luca del Padre nostro, sono i discepoli a chiedere a Gesù un’indicazione in merito alla preghiera. E Gesù, già l’inizio del Padre nostro, nella versione di Matteo, indica il carattere collettivo: “Padre nostro” e non “Padre mio”, come sarebbe il caso se si trattasse di una preghiera silenziosa.

Dunque, da una parte Gesù esorta a chiudersi nella propria cameretta e pregare in segreto, come se si trattasse di un rapporto del tutto intimo e privato tra l’anima e Dio. Dall’altra esorta a pregare assieme, comunitariamente.
Come possono essere tenute assieme queste due esigenze?

È interessante che Gesù alterni il voi e il tu. Quando parla dell’esigenza del segreto usa la seconda persona singolare: “Ma tu, quando preghi, entra nella tua cameretta e, chiusa la porta, rivolgi la preghiera al Padre tuo che è nel segreto”, mentre quando rifiuta la verbosità dei pagani usa la seconda persona plurale: “Nel pregare, non usate troppe parole… Voi dunque pregate così…”
Non si tratta di due preghiere distinte. La preghiera nel chiuso della cameretta è lo stesso Padre nostro che dobbiamo pregare comunitariamente. Altrimenti avrebbe dato anche un’indicazione anche sulla preghiera segreta.

Come si può allora pregare nel segreto e al tempo stesso comunitariamente? Chiuderci nella nostra stanzetta privata e comunicare solo con Dio, essendo al tempo stesso in comunità?
Naturalmente è ovvio che spesso le cose avvengono separatamente. Nella nostra esperienza, non tutti preghiamo sia da soli sia comunitariamente, ma in momenti diversi della nostra vita. Anche nella nostra liturgia è presente questa duplicità di momenti, quando facciamo la confessione di peccato in primo luogo nel silenzio del nostro cuore e poi comunitariamente.
Di fatto può avvenire così, ma non è questo che vuol dire il passo di Matteo. Come abbiamo già notato, si tratta della stessa preghiera. Gesù non dà due istruzioni, una per la preghiera silenziosa e un’altra per la preghiera separata. È sempre della stessa preghiera che si parla.

Torna allora la domanda che abbiamo già posto. In che modo possiamo tenere assieme la doppia esortazione a pregare nell’intimità del nostro rapporto con Dio e al tempo stesso comunitariamente? Non sono sicuro di avere una risposta chiara a questa domanda, ma sono certo che in questa duplicità si trova una delle chiavi della fede cristiana, intima e personalissima e al tempo stesso comunitaria. Assai probabilmente, questo significa che se non teniamo assieme l’una e l’altra rischiamo di perderle entrambe.

 Se la nostra religione diventasse una questione puramente individuale, segreta, nascosta nel nostro intimo senz’alcuna rilevanza pubblica, senz’alcuna partecipazione alla vita comunitaria, avremmo perso anche la nostra presunta intimità con Dio. L’idea di una fede puramente personale e non condivisa è un’illusione che svanisce molto presto, o per lo meno che si trasforma in qualcosa di diverso, come una saggezza o una personale visione del mondo che non ha più nulla a che fare con la fede in Gesù Messia.

D’altra parte, se ci limitiamo a partecipare alla vita comunitaria senza alcuna partecipazione intima, senza alcun dialogo segreto e incomunicabile con Dio, la nostra “religiosità” non avrebbe alcun valore religioso. Per quanto possa essere difficile da spiegare in teoria, non vi è l’una senza l’altra. Non vi è fede senza la partecipazione comunitaria ma questa non ha alcun valore se si limita ad essere un rito esteriore, privo di partecipazione e di profondo segreto. Ognuno di noi ha il proprio personale e incomunicabile rapporto con Dio, ma questo non può resistere all’assuefazione al mondo che la vita di tutti i giorni porta con sé se non si sente parte di una vita comunitaria. La forza del Padre nostro, che resiste all’assuefazione non solo dei giorni ma dei secoli e ormai dei millenni, consiste proprio nella capacità di tenere assieme queste due prospettive. Diciamo “Padre nostro”, e al tempo stesso intendiamo sempre anche “Padre mio”. Gli chiediamo di rimettere i nostri debiti, ma al tempo stesso ognuno di noi intende anche i “miei debiti”. Gli chiediamo di “indurci in tentazione e di liberarci dal Maligno”, ma al tempo stesso intendiamo: “non indurmi in tentazione e liberami dal Maligno”.
I due livelli non si possono separare, anche se sono distinti come la natura divina e umana di Gesù Messia.

Riflessione di Enrico Cerasi
31 Maggio 2026

Professore Associato di Filosofia teoretica
Università telematica Pegaso
Facoltà di Scienze umanistiche
Scienze umane
Responsabile dei corsi di Filosofia del linguaggio e della comunicazione
Filosofia dei legami sociali
Filosofia della religione

Immagine: (Particolare) Cosimo Rosselli (1439-1507)
Sermone della Montagna, affresco 1481-81 Roma, Cappella Sistina
Immagine di pubblico dominio da Wikipedia

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