Recensione di Maria Luisa Abate. Mantova: nuova spinta propulsiva del festival che da 19anni fa risuonare l’intera città. I concerti proseguono fino al 2 giugno.
Immaginate un normale concerto il cui programma comprende più brani di autori diversi. E immaginate un unico concerto che dura ininterrottamente da mattina a sera, in cui oltre ai compositori mutano gli esecutori e i luoghi. Poi moltiplicate questo straordinario “concerto diffuso” per quattro giorni (e mezzo) e avrete il Mantova Chamber Music Festival Trame Sonore. “Mantova music vibes” è il claim dell’edizione 2026, che fa risuonare l’intera città come una incredibile cassa armonica.

La rassegna musicale proietta Mantova in una posizione di primo piano in Europa (anzi la ricolloca al centro europeo come era nel Rinascimento) e, in senso inverso, porta l’Europa e il mondo nel cuore della città lombarda, attirando musicisti e pubblici italiani e stranieri. Nella XIV edizione rimangono immutate sia la formula che prevede brevi concerti di 30-40 minuti in una trentina di diversi luoghi fra musei, palazzi nobiliari, teatri e altri luoghi, dalla mattina alla mezzanotte, sia la qualità delle proposte, anche se ultimamente, accanto alle star internazionali di prima grandezza, sono in aumento le incursioni di artisti attinti alla volonterosa fucina locale (con qualche perla di valore).
Iniziato la sera di venerdì 29 maggio, il Festival chiuderà i battenti con la consueta risottata alla mantovana la sera di martedì 2 giugno. Il pubblico sta ancora affluendo numeroso in questo angolo di Lombardia pronto a seguire una delle dodici diverse Trame suggerite, oppure a confezionare la propria scegliendo tra i 150 concerti e appuntamenti che vedono impegnati circa 300 musicisti.
Il Direttore Artistico Roberto Fabiano ha parlato di una svolta decisa verso il futuro. Ne ha dato conferma l’esordio del festival, che attorno al nucleo della musica classica ha sempre allargato i propri orizzonti e lo sta facendo in special modo quest’anno. Contemporanea, crossover, contaminazioni… non ha importanza la definizione. Trame Sonore getta simultaneamente lo sguardo indietro e avanti, alla tradizione e alla modernità, e accoglie le istanze, anzi le ‘vibes’, le vibrazioni, i riverberi della contemporaneità sia tra i musicisti sia tra gli spettatori. Con la consapevolezza, sono le parole di Carlo Fabiano, che «la musica del passato non sia solo una eredità da custodire, ma uno strumento per meglio immaginare il domani». E, aggiungiamo noi, per toccare con mano l’oggi.

Blindatissimi i due concerti inaugurali, uno a inviti l’altro precocemente andato sold-out, che hanno da subito messo in chiaro questa spinta propulsiva in avanti. Il primo programma del 2026 si è aperto omaggiando Rihannon Giddens, folksinger attrice e musicista statunitense classe 1977; poi ha compiuto un balzo indietro alla fine d’Ottocento con il Quartetto di archi “Americano” di Antonín Dvořák, compositore che nella sua produzione ha saputo fondere spunti classici a ispirazioni di matrice popolare; si è concluso con l’Otto-Novecento di Florence Price, la prima donna afroamericana a essere stata riconosciuta come compositrice sinfonica. Un’inaugurazione quindi, venerdì 29 maggio, che è stata un manifesto programmatico dell’intera manifestazione. Concetto acuito dall’interpretazione del Ragazze Quartet, formazione olandese al suo debutto in Italia, distintasi nel panorama europeo per l’originalità delle proposte e dello stile espressivo. Rosa Arnold violino, Ruña ’t Hart violino, Annemijn Bergkotte viola, Rebecca Wise violoncello sono tornate sotto i riflettori la sera successiva, sabato 30, nel primo ‘Round Midnight alla Rotonda di San Lorenzo, dove hanno presentato un repertorio a loro particolarmente congegnale, iniziato con uno stralcio dal Quartetto in re minore di Sibelius e proseguito con alcune canzoni popolari nordiche. Una formazione al femminile dallo stile espressivo scoppiettante, in cui l’entusiasmo si è rivelato un fattore interpretativo importante. L’approccio era basato molto sul gioco ritmico, cui era stata affidata in massima parte anche la componente coloristica, dai bei contrasti, caratterizzata da frammenti cromatici estrapolati ed evidenziati prima di essere ricollocati nella tavolozza generale. Ciò, destreggiando l’aspetto strettamente tecnico con uno stile fresco e sprizzante energia contagiosa. (Per chi volesse ascoltare o riascoltare il Ragazze Quartet in tutt’altro repertorio, assieme a Tommaso Lonquich al clarinetto, appuntamento il 1° giugno alle ore 18 a Palazzo d’Arco, sede riservata in esclusiva a Mozart).

Sguardo al futuro, si diceva, senza togliere al repertorio classico la parte del leone. Seguendo la Trama “Sulle tracce dell’artista in residence”, nel pomeriggio e sera di sabato 30 abbiamo intercettato due volte Alexander Lonquich, colonna portante del festival fin dalla prima edizione, generoso infaticabile eccellente esecutore che, reduce da un infortunio che lo aveva brevemente tenuto lontano dalle sale da concerto, si è seduto al pianoforte in forma smagliante. Lonquich, lo abbiamo scritto più volte, è una “macchina da guerra” capace di passare in un batter di ciglia da un compositore a un altro, da un ensemble a un altro. Al Teatro Bibiena, ha proposto un Brahms che conserveremo tra i ricordi più belli di questa edizione. Il Quartetto per pianoforte e archi n.1 ha visto un vivace gioco di voci dei fuoriclasse Carolin Widmann violino, Edoardo Rosadini viola, Enrico Bronzi violoncello. Un’esecuzione di ineccepibile eleganza, giostrata inizialmente su dinamiche dosate con attenzione e sfoggio di aperture melodiche. Nel penultimo e ultimo movimento, a far da contrasto alle anse di infinita dolcezza, una sequenza entusiasmante di esplosioni dinamico-coloristiche. Energia allo stato puro, capace di mandare in visibilio il pubblico che al termine è scoppiato in una incontenibile ovazione.

Il tocco elegante e signorile di Lonquich lo abbiamo ritrovato tre ore dopo nella Sala degli Specchi di Palazzo Ducale, questa volta assieme ai numeri uno Alexandra Soumm violino, Edoardo Rosadini viola, Enrico Bronzi violoncello, Paolo Borsarelli contrabbasso. A mandare in fibrillazione una seconda volta il pubblico (rinforzato da una nutrita schiera di musicisti accorsi in veste di ascoltatori), il Quintetto “La trota” di Schubert. Quasi immancabile nelle passate edizioni, ci eravamo ripromessi di evitare questo brano per la necessità di un nostro personale ricambio uditivo. Mai dire mai! Siamo invece felicissimi di aver goduto de “La trota” in una versione così adrenalinica, a iniziare dall’incipit scrosciante delle note affidate al contrabbasso, strumento che ha poi mantenuto tale incisività di suono all’interno del gruppo degli archi che ha brillato per reattività e denotato una compattezza degna d’una piccola orchestra, guarnita dai bagliori argentini del tocco di Lonquich. Tra il tema vero e proprio, enunciato in maniera delicatissima e con una certa perseguita lentezza, si sono inseriti gli scarti tematici sospesi tra soavità e corpose pienezze strabiliantemente parse quasi sinfoniche.

Clou della serata di sabato 30 è stato il concerto in Piazza Santa Barbara, che si è ricollegato a quello sguardo in avanti festivaliero di cui dicevamo. Friedrich Gulda (1930-2000) è stato sempre molto discusso per la sua radicale anticonvenzionalità. La sua allieva Martha Argerich, che abbiamo avuto la fortuna di ascoltare in una precedente edizione di questa rassegna, sosteneva che lui fosse autenticamente uno spirito controcorrente, e non per presa di posizione. Stimato anche da Claudio Abbado (un “tipo” che se ne intendeva) fu un esecutore del repertorio classico dapprima acclamato, poi bollato come “pianista terrorista”. In veste di compositore faceva, e fa, egualmente discutere, senza mezzi termini: o lo si ama o lo si disprezza. Santo e diavolo contemporaneamente. Si adora, oppure non gli si perdona quasi fosse una colpa l’apertura mentale venutagli dal substrato jazzistico (i compositori classici non hanno forse attinto/rubato a piene mani alle canzoni popolari?). Lo spirito dissacrante tutt’oggi intimorisce, e si osanna oppure si denigra quella sua capacità di abbattere barriere, di pensare alla musica come un universo unico, non settoriale, non ficcato a forza dentro perbenistiche miopi catalogazioni, non imbrigliato in pregiudizi snob. Questo riteniamo sia stato anche il messaggio lanciato da Trame Sonore. L’esecuzione del Concerto per violoncello e fiati (ma non solo) ha messo in risalto quella vena di compiaciuta ironia che in Gulda viene sovente sottovalutata. L’impaginato era tecnicamente impegnativo e l’Orchestra da Camera di Mantova ne è uscita a testa alta, forte dell’essersi presentata in un organico prevalentemente di giovane età, il cui suono esuberante è sgorgato privo di preconcetti e di timori sotto l’attenta guida del direttore Pietro Mianiti. Un carico da novanta era la presenza di Giovanni Gnocchi al violoncello, perché la scrittura di Gulda è in molte parti ardita e solo un fuoriclasse di siffatta caratura avrebbe potuto superare agevolmente i cimenti tecnici. Il Direttore Artistico Carlo Fabiano mirava a uno sguardo al futuro non solo della musica ma anche del pubblico e così è stato, con una significativa affluenza nel parterre di giovanissimi.
Il nostro racconto, che si unirà a quello del critico Diego Tripodi, proseguirà nel prossimo numero di DeArtes (in uscita come di consueto ogni lunedì) percorrendo altre Trame. Il festival prosegue fino al 2 giugno. Cosa aspettate a venire? Mantova è pronta ad accogliere tutti.
Recensione di Maria Luisa Abate
Mantova – Trame Sonore, 20 e 30 maggio 2026
Foto MiLùMediA for DeArtes
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