Di Maria Luisa Abate. Arena di Verona: “Milly patrimonio UNESCO!”. Entusiasmo dalle gradinate e brindisi con 11mila spettatori per celebrare Canto lirico e Cucina italiana nell’UNESCO e la candidatura della Canzone napoletana classica.
The night belongs to lovers? Non solo. The night belongs to opera ha cantato la leggenda del rock Patti Smith adattando una strofa della mitica canzone del 1978 che l’ha proiettata nell’empireo dell’immortalità e che ha riproposto a Verona in una versione sinfonica mozzafiato. Col vento che le scarmigliava la candida criniera ribelle, la Sacerdotessa del rock ha raccontato la sua fascinazione per il canto lirico, nata quando, da bambina, rimase folgorata dall’ascolto di Madama Butterfly di Puccini.

La rivelazione, nel corso della straordinaria serata-evento all’Arena di Verona che ha anticipato di una settimana esatta l’inaugurazione del 103° Opera Festival. Per la verità, alla straordinarietà ci ha abituati questo luogo unico al mondo, che al mondo si è rivolto.
Non solo perché lo spettacolo dal titolo “Campioni del mondo. Italia loves UNESCO” è stato trasmesso dalla RAI in diretta mondovisione ma anche in quanto testimonianza di molti riconoscimenti di caratura planetaria. L’Italia infatti è il Paese che vanta il maggior numero in assoluto di attestazioni UNESCO, ben 61. Un record, ma non basta. Così, in un’unica serata, alla festa per i recenti ingressi nel patrimonio UNESCO del Canto lirico italiano (nel 2023) e della Cucina italiana (nel 2025) si è aggiunta la candidatura ufficiale della Canzone napoletana classica. Candidatura, è stato ricordato, giunta al termine di un lungo iter promosso tra gli altri da Renzo Arbore.

Opera, cucina, napoletanità… tanta “roba”! Che solo l’Arena, «il luogo più italiano della terra», poteva riuscire ad accostare mantenendo l’alta qualità artistica che la contraddistingue.
In Piazza Bra, cinta da gardengates che al calar della notte si sono illuminati, evocando in versione diffusa le installazioni di una celebre light artist, era allestito un mercato contadino con una lunghissima fila di cassette contenenti frutta, ortaggi, olio, vino e altre eccellenze illustrate nel corso dei collegamenti condotti da Paolo Belli.
Sempre nella piazza cuore della città si snodava una lunghissima tavolata di un migliaio di posti, pronta ad accogliere i 500, tra artisti e maestranze, che hanno preso parte allo spettacolo, oltre alle molte personalità ospiti. Sul balcone all’interno dell’anfiteatro, assieme al sindaco Damiano Tommasi, vi erano sei Ministri, tra cui Gianmarco Mazzi (Turismo) e Alessandro Giuli (Cultura), mentre in platea avevano preso posto oltre cento delegati UNESCO provenienti da Parigi.

L’anfiteatro ha mostrato il suo volto migliore rivolgendosi a un pubblico variegato, come era giusto fare in questa circostanza e, ribadiamo, tenendo fede ai suoi elevati standard qualitativi. Centosessanta artisti del Coro e un centinaio di professori dell’Orchestra di Fondazione Arena di Verona (con la partecipazione delle Fondazioni Lirico-sinfoniche italiane – Anfols, e Roberto Gabbiani a curare la preparazione del Coro) erano diretti con squisita sensibilità dal Maestro Francesco Ivan Ciampa, che è stato con stima definito “un juke-box umano dell’opera” da Milly Carlucci, presentatrice della serata, infaticabile nel far notare la versatilità della formazione orchestrale nel passare da un compositore a un altro, nonché l’efficienza delle maestranze tecniche nei cambi scena (direttore allestimenti Michele Olcese), minimali rispetto a quanto la stagione operistica propone, ma comunque impegnativi in quanto assoggettati agli inflessibili tempi della diretta TV. Gli step televisivi erano scanditi dallo stesso stralcio vivaldiano utilizzato per i Giochi Olimpici, a ricordare che solo pochi mesi prima Verona aveva ospitato la cerimonia di chiusura delle Olimpiadi e le due cerimonie delle Paralimpiadi.

Sulle gradinate ai lati dello spazio scenico, le multicolori bandiere estere avevano intercettato qualche mulinello di vento perché, a distanza di poche spanne, sventolavano spesso in direzioni opposte. Conferma del fatto che l’Arena è veramente un luogo unico in tutto, e tutto, qui, fa spettacolo. Sul grande palcoscenico, tra due file di egizi con le scintillanti trombe pronte a squillare in uno stralcio della marcia trionfale dell’Aida, si sono messi in posa figuranti e danzatori, scugnizzi e ballerine con le gonne di tulle bianco, Pulcinella accanto a Butterfly e a Don Giovanni, in una ordinata confusione tanto divertente quanto significativa nell’intento di abbattere ogni barriera, in nome dell’arte.

Con il solo rammarico derivante dalla necessità televisiva di amplificare pesantemente anche le voci liriche, abbiamo ascoltato una lunga carrellata di cantanti di prima grandezza impegnati in una panoramica della più nota produzione operistica, complici i bellissimi costumi e qualche oggetto scenico attinti a quello scrigno di tesori che è il magazzino areniano. Tra tutte le presenze illustri teniamo a segnalare la morbidezza di emissione e l’eleganza del tenore Francesco Meli nella scatenata Danza (Tarantella) di Rossini; la corposità e la brillantezza di suono del soprano Eleonora Buratto Tosca di rosso vestita nella struggente Vissi d’arte, vissi d’amore; la commovente drammaticità del soprano Maria Agresta che avvolta dal chimono di Butterfly si illude sul ritorno dell’amato; la verve comunicativa e le doti canore di Mihai Damian calzate come un guanto a Figaro. Non sono mancate finestre aperte su Carmen, in una vivace scena danzata (coordinatore del Ballo Gaetano Bouy Petrosino), sull’Elisir d’amore o su Turandot, grazie all’istrionico Vittorio Grigolo, presenza frequente nelle stagioni areniane così come Yusif Eyvazov, cimentatosi con un Nessun dorma spinto al massimo nella tenuta di fiato in acuto. E ancora Saverio Fiore, Francesca Maionchi, Mattia Olivieri, Martina Russomanno, Galeano Salas e Luca Sals in una “gara” di bravura. Non sono mancate le pagine corali, come l’immancabile Va pensiero da Nabucco la cui lunga “corona” finale è stata festosamente sovrastata dalle ovazioni del pubblico. Tra le pagine esclusivamente sinfoniche, un turbinoso Dies Irae dalla Messa da Requiem verdiana.

Ci inchiniamo all’immenso eterno Plácido Domingo che ha intonato una sua amatissima zarzuela, chiedendo poi, sempre in diretta televisiva, di poterla eseguire nuovamente causa un problema tecnico al ‘gobbo’ riportante le parole che gli aveva impedito di esprimere la sua impareggiabile classe, emersa nella riproposizione. Domingo, come ha ricordato Milly Carlucci, assieme a Carreras e Pavarotti, ha sempre sostenuto con convinzione l’avvicinamento tra i vari generi canori. Abbiamo quindi applaudito il tenore spagnolo in veste napoletana con al fianco la primadonna della commedia musicale Serena Autieri in un appassionato Dicintancello vuje. Invece a Serena Rossi è toccato il compito di porsi quale anello di congiunzione tra la recitazione e il canto nell’intenso Era di maggio.
La canzone napoletana classica, per la quale sul podio si sono alternati i Maestri Diego Basso e Adriano Pennino, ha trovato linfa attuale in Gigi D’Alessio e Sal Da Vinci, quest’ultimo l’unico che, oltre a omaggiare la tradizione partenopea, ha presentato il suo hit/tormentone, accompagnato dall’intero anfiteatro.
Di nuovo ci inchiniamo, questa volta a Massimo Ranieri, un grandissimo professionista, un autentico uomo di spettacolo che, solo soletto dal Teatro Filarmonico senza pubblico, ha intonato (ma intonato veramente!) Te voglio bene assaje.
Un momento toccante ce lo ha regalato Gianni Morandi, che con occhi lucidi e la voce incrinata dalla commozione, non celando la difficoltà a gestire il turbamento emotivo, ha ricordato il caro amico scomparso Lucio Dalla, con il quale aveva condiviso tante volte il palcoscenico, autore di quell’autentico capolavoro che è Caruso, una canzone scritta da un bolognese che inneggia a un indimenticabile artista napoletano.

Grande professionalità e affabilità anche da parte della filiforme Milly Carlucci, elegantissima in tailleur pantalone nero con cascate di mega strass sulle spalle, che un estimatore dall’alto delle gradinate ha chiesto a gran voce venisse anche lei dichiarata patrimonio UNESCO. La Milly nazionale ha gestito impeccabilmente il ruolo di “padrona di casa” e infine ha dato il via a un momento unico, forse irripetibile, certamente indimenticabile: il più grande brindisi della storia. Sulle note del celeberrimo Libiamo ne’ lieti calici da Traviata, trecento giovani barman hanno versato spumante rigorosamente italiano nei flûte distribuiti all’ingresso a tutti gli undicimila spettatori, in un tripudio di bollicine e spari di lustrini, mentre i droni si sono alzati in volo a far fluttuare nel cielo notturno la sagoma dell’anfiteatro e ad ascrivere tra le stelle questo evento siderale.
Report di Maria Luisa Abate
Arena di Verona 5 giugno 2026
Immagini per gentile concessione di Fondazione Arena di Verona @Ennevifoto
AVVERTENZA
È fatto divieto a giornali e blog di pubblicare integralmente o parzialmente questo articolo o utilizzarne i contenuti originali senza autorizzazione espressa scritta della testata giornalistica DeArtes (direttore@deartes.cloud).
La divulgazione è sempre consentita, liberamente e gratuitamente sui rispettivi canali, a Teatri, Festival, Musei, Enti, Fondazioni, Associazioni ecc. che organizzano od ospitano gli eventi, oltre agli Artisti e agli Autori direttamente interessati.
Grazie se condividerete questo articolo sui social, indicando per cortesia il nome della testata giornalistica DeArtes e il nome dell’Autore.


