Di Diego Tripodi. Mantova: la seconda ‘Trama’ seguendo i concerti violinistici, solistici e in varie formazioni, tra Bartók, Mozart, Fauré, Brahms, Schumann, Bach, Biber, Berio.
Durante l’approfondimento del festival Trame Sonore, abbiamo avuto il piacere di presenziare a molti dei concerti violinistici presenti nella rassegna, di cui la maggior parte tenuti da alcuni dei nomi di maggior richiamo internazionale.
Attesissimo, Sergey Malov si è esibito venerdì sera nella Sonata per violino solo di Bartók, eseguita a memoria in maniera brillante. La natura trascendentale del lavoro è stata stemperata da una grande naturalezza interpretativa e riassorbita in un’ipnotica fascinazione: in ciò la forte e trascinante gestualità ha avuto un ruolo non secondario, Malov ruotando su sé stesso a beneficio del pubblico sistemato circolarmente nella Rotonda di San Lorenzo, e l’ultima scala strappata su una giravolta non poteva che essa stessa strappare un calcolatissimo applauso. Questo artista ha così dimostrato un intuito formidabile e che esiste un esibizionismo esatto e dovuto, attraverso cui, ad alti livelli, l’interpretazione passa, comunicando anche attraverso la visuale e un intelligente coinvolgimento dello spazio risonante.

La sera successiva, Malov era ancora protagonista, assieme alla violista Jennifer Stumm, nel consueto concerto all’aperto, che tuttavia, considerato il tempo incerto, la prudenza ha voluto spostato al Teatro Bibiena. I due interpreti hanno eseguito la Sinfonia concertante K364 di Mozart e Malov indirizzava con un accenno di concertazione l’Orchestra da Camera di Mantova che, in verità, si è gestita egregiamente da sé, raccogliendo e assimilando gli spunti direttoriali. I due solisti sono stati sempre all’altezza della loro celebrità, perseguendo un’intesa da duetto fra personaggi d’opera. Il celebre Andante, preso ad un tempo giustamente sostenuto per non disperderne la dolorosa cantabilità, ha marciato sul pulsare dei bassi d’orchestra, la quale ha fornito un tessuto musicale che poi violino e viola hanno pensato di dipanare e distendere orizzontalmente con eleganza. Al Presto finale non restava altro che confermare l’ottimo equilibrio generale e così è stato.

Jennifer Stumm l’avevamo già ascoltata la stessa mattina, nello stesso teatro, in sodalizio con la violinista statunitense Tai Murray, il cremonese Giovanni Gnocchi al violoncello e la pianista Stephanie Tang, tutti impegnati anche in altri gruppi cameristici durante l’intensa maratona di Trame Sonore.
Assieme proponevano al pubblico lo splendido Quartetto n°2 in sol minore di Fauré e l’esecuzione ha mostrato carattere, un respiro comune che si è apprezzato in particolare nei tempi rapidi, mentre nell’Adagio non troppo la più dolce delicatezza ci ha ricordato cos’è davvero il camerismo, ossia la preziosità del raccoglimento. Nota di merito alla pianista (che ritroveremo ancora come membro del Paddington Trio), bravissima a realizzare quel difficilissimo ideale di fusione con gli strumenti ad arco, sfida sia compositiva che esecutiva di questa formazione.

Si diceva delle multiformi collaborazioni che gli artisti ospiti hanno intessuto e che, ça va sans dire, sono motivo delle “trame” nel nome del festival: ad esempio Stumm era anche viola aggiunta al Trio Vecando per i Quartetti di Brahms e Schumann; Trio Vecando che si avvale del violino di Veriko Tchumburidze, che a sua volta abbiamo potuto ascoltare domenica in duo con la sorella Sofiko, anche lei violinista, in Baroque-modern duo tales. Per questo concerto, nuovamente presso la Rotonda di San Lorenzo, il nostro ascolto però godeva di una nuova angolazione, ascoltando dalla loggia superiore della chiesa del XI secolo, che in quell’occasione si era fatta come un piccolo comignolo in cui, invece della colonna di fumo soffocante, risaliva una colonna di suono che allargava il respiro. Le due sorelle si sono alternate in brani antichi e moderni e solo il brano iniziale di Telemann e la conclusiva Por una cabeza le hanno viste duettare, quasi a sipario. Le Tchumburidze sono due interpreti straordinarie e si fatica a preferire una sorella piuttosto che l’altra, avendo dimostrato entrambe una sostanziale equità di buon gusto, bravura e sensibilità, tutte qualità emerse attraverso le pagine raffinatissime di Biber e Bach, le arditezze tecniche della Paganiniana di Milstein e le eccentricità timbriche di una composizione georgiana che si avvaleva anche di una base elettronica.

Altro duo violinistico incontrato nelle nostre peregrinazioni mantovane e per ben due volte, l’ 1 e il 2 giugno, è stato quello formato dall’israeliana Nurit Stark e dall’irlandese Aoife Ní Bhriain. Entrambe le volte le esibizioni erano ospitate all’interno di due spazi espositivi, la Sonnabend Collection e la Galleria Corraini, due importanti luoghi della città dedicati all’arte contemporanea, frangente che naturalmente ha favorito una fruizione dal sapore sinestetico. Questo è stato particolarmente vero per la prima occasione, preceduta da una visita guidata in tre delle sale della collezione, da ognuna delle quali la Prof.ssa Melania Longo, storica dell’arte e guida d’eccezione, aveva selezionato un’opera [più precisamente: Untitled (NY) 1956 di Cy Twombly, Wall drawing #33 di Sol Lewitt e Senza titolo (scultura con insalata) di Giovanni Anselmo]: tre lavori, tre correnti estetiche, tre diversi messaggi e riflessioni sull’arte da mettere in dialogo rispettivamente con alcuni dei brani in programma (ossia, improvvisazioni su temi irlandesi a cura delle interpreti, l’Aria dalle Variazioni Goldberg di Bach, una selezione dai 34 duetti per due violini di Berio). L’ascolto allora ha potuto beneficiare del piacere sicuro degli incontri artistici, ma anche dei forti accostamenti temporali: nella musica innanzitutto e poi nella crasi fra le opere contemporanee esposte alle pareti e le pareti stesse da cui affiorano le tracce di affreschi medievali. Dal suonare delle due violiniste traspariva divertimento e una felice affinità, che assimilava le provenienze dei suoni, quasi a renderli frutto di un unico strumento (nelle rustiche movenze di Bartók, nella sospirata aria bachiana). E a proposito di frattura delle barriere di senso: l’impressione suscitata era che dal fondo dell’interpretazione soffiasse una spinta danzante, un trasporto che d’altronde sfogava apertamente nei molti spunti popolareschi del programma, ma che non pago, per contaminazione ne contagiava ogni singolo brano.
Anche il secondo incontro, il giorno successivo, non è stato meno piacevole: intanto un motivo risiedeva nella presentazione di lavori poco conosciuti (la Sonata di Rózsa e il Duo di Ligeti) e a cui esecuzioni del genere rendono tutta la giustizia dovuta. Piccola nota: nel mezzo di questa musica, ancora una volta segnata di veracità campestre, un canto di uccelli si è sommato al duetto in corso, strappando un compiaciutissimo sorriso alle due interpreti.

Nurit Stark, inoltre, è anche violinista dello String Trio Eszká, formazione di cui fanno parte la violista giapponese Yuko Hara e il violoncellista tedesco Sebastian Triebener. Assieme li abbiamo ascoltati alla Rotonda di San Lorenzo alle 19.00 del primo di giugno. Il concerto è stato presentato come ideale omaggio a György Kurtág nel suo centenario e in particolare al carattere di questo autore, non propenso a seguire le derive rumoristiche della contemporaneità e molto legato ai padri della tradizione che egli ha costantemente omaggiato nella sua opera. Similmente, il programma allora legava alcuni dei suoi stupendi Signs, Games and Messages all’amatissimo Schubert, di cui sono stati eseguiti alcune pagine da un incompiuto trio d’archi. Come detto dalla Stark nella sua appassionata introduzione, è il “dubbio” che lega questi due autori e anche la riflessione sull’incompiutezza, che diviene miniatura. E allora, anche il suono si miniaturizza e così abbiamo sentito che le lunghe arcate degli archi frusciano, le sordine soffocano come un palmo di mano, i pizzicati diventano piovisco. E l’immobilismo afoso in cui ci trovavamo immersi, veniva occasionalmente rotto solo dalla forza incisiva del gesto, che si faceva suono. Questa l’atmosfera che con evidente bravura il Trio è riuscito a creare. Dai loro strumenti il brano incompiuto di Schubert è apparso davvero un corpo di delicatezza scheletrica cui ancora mancava la carne, cosa che ha reso più sorprendente, dopo gli applausi e un bis su un ulteriore lembo schubertiano, passare senza soluzione di continuità alla sfrenatezza di una danza zigana.

Infine, ci è stato possibile ascoltare in recital anche Tai Murray, accompagnata dal pianista Alessandro Stella, a metà delle nostre stazioni, lunedì primo giugno, nel Salone degli Specchi di Palazzo Ducale. Il programma vedeva affiancate i due più celebri lavori del compositore estone Arvo Pärt, Spiegel im Spiegel e Fratres, alla Sonata per violino e pianoforte n°2 in sol maggiore di Ravel.
I due capisaldi di Pärt sono fluiti in una lettura esatta e corrispondente all’inverosimile leggerezza delle pagine. In Spiegel il suono trovato da Stella era un elemento vivo e al contempo ripiegato in un meccanicismo impassibile, in una parola naturale. Così anche la cantabilità desolata della Murray era imperturbabile. Affinità e divergenze si sono gustate nell’esecuzione di Ravel, che letteralmente ha scosso lo strumento della violinista statunitense indirizzandolo anche a colori più elettrici. Il secondo movimento ci ha colpito perché non cedeva alle aspettative più sciatte e il risaputo swing della pagina non era ricercato con manierismo: anzi, quanto di blues esiste nella scrittura raveliana emergeva di per sé, attraverso una lettura oggettiva (ma non superficiale) che aiutava a far risaltare tutta l’anima alternativa del brano, senza però doversi lanciare all’inseguimento di stereotipie musicali. Il meglio, il duo, lo ha comprensibilmente riservato nel vorticoso tour de force del finale.
Recensione di Diego Tripodi
Mantova, 29 maggio – 2 giugno 2026
Foto D.G.
TRAME SONORE 2026
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