Di Enrico Presti. Nel cuore dell’Emilia, un festival ha scardinato i confini della programmazione sacra, tracciando un legame diacronico tra l’età del Guercino, il fasto policorale barocco e le avanguardie del Novecento.

Nell’orizzonte non sempre coraggioso di inaugurare rassegne di musica sacra in Italia, il caso di Musica Coelestis – rassegna concertistica internazionale fiorita a Cento (Ferrara) tra il 2002 e il 2005 sotto l’ideazione e la direzione artistica di chi scrive – merita un’analisi retrospettiva accurata. Lungi dall’essere un semplice aggregato di eventi a uso e consumo del turismo locale, il festival si è imposto come un rigoroso laboratorio musicologico. Il suo focus: indagare la dimensione del sacro non come mero dato confessionale, ma come struttura formale, fenomenologia acustica e interazione diacronica con lo spazio architettonico.

IL ‘FILTRO’ DELLA TERRITORIALITÀ: L’EPOCA DEL GUERCINO

Il nucleo generatore del progetto ha inteso colmare un vuoto metodologico frequente nei dialoghi interdisciplinari tra arti visive e musica. Anziché appiattirsi su generiche coincidenze cronologiche, la direzione artistica ha introdotto il rigido filtro della territorialità emiliana, assumendo come asse cartesiano la parabola biografica e artistica di Giovanni Francesco Barbieri detto il Guercino (1591–1666).

I settantacinque anni di vita del maestro centese hanno coinciso con il più radicale mutamento stilistico della civiltà musicale europea: il tramonto della polifonia fiamminga e palestriniana, la nascita del recitar cantando, l’emancipazione della scrittura strumentale (la sonata a tre, il concerto) e la fioritura delle grandi accademie padane, come l’Accademia Filarmonica di Bologna.

Attingendo ai fondi manoscritti di biblioteche italiane ed estere – tra cui la Biblioteca Estense Universitaria di Modena e la Universitätsbibliothek Senckenberg di Francoforte – Musica Coelestis ha avviato un’opera di scavo filologico. Il concerto inaugurale del 2002, affidato all’ensemble Cappella Teatina guidato dal compianto Saverio Villa, ha tracciato la via, proponendo prime esecuzioni in tempi moderni su strumenti originali del repertorio fiorito tra Ferrara, Bologna e Modena nella tarda maturità del pittore (post 1632).

DAL GIGANTISMO DI BIBER ALL’ESTETICA DEL NOVECENTO

Le edizioni successive hanno allargato lo spettro d’indagine, mantenendo intatto il rigore interpretativo historically informed. Il cartellone del 2003 ha visto un felice accostamento tra l’internazionalità – memorabile la presenza del Coro dell’Università di Monaco di Baviera diretto da Johannes Kleinjung, un organico di 100 elementi impegnato nella complessa letteratura a cappella tedesca da Schütz a Reger – e il solismo di spessore, come il recital della clavicembalista Paola Erdas dedicato alla letteratura tastieristica iberica del Siglo de Oro.

Il vero exploit scientifico è stato tuttavia raggiunto nella terza edizione (2004) con l’esecuzione, presso la Basilica Collegiata di San Biagio, della monumentale Missa Alleluia a 26 parti di Heinrich Ignaz Franz von Biber. Affidata all’Orchestra e al Coro del Dipartimento di Musica Antica del Conservatorio “A. Pedrollo” di Vicenza sotto la direzione di Paolo Faldi, la partitura ha rappresentato una primizia assoluta per la regione. Un’architettura sonora ipertrofica (un coro a otto voci, otto solisti, tiorbe, organi e un folto comparto di fiati storici, tra cui sei trombe e tre tromboni) che ha restituito la massima espansione transalpina dello stile veneziano e della policoralità concertante di matrice marciana.

La quarta edizione (2005) ha sancito la definitiva maturità strutturale del festival, declinando il tema della vocalità attraverso accostamenti inediti. Si è passati dalla severità fiamminga della Missa de Beata Virgine di Antoine Brumel (eseguita dall’ensemble maschile Speculum) fino alle ardite sponde del contemporaneo, con la prima esecuzione di Termine medio: Mater su testi del Paradiso di Dante.

ORGANI STORICI E MEDIAZIONE CULTURALE: IL BILANCIO

Oltre all’indubbio valore delle locandine – che hanno visto sfilare specialisti del calibro di Francesco Tasini, Paul Kenyon e Pierpaolo Turetta – il merito storico di Musica Coelestis risiede nell’aver trasformato il patrimonio organario e architettonico di Cento in un soggetto attivo della performance. Gli strumenti (dall’organo di anonimo bresciano del 1704 fino al sinfonico Ruffatti del Santuario della Rocca) non sono stati semplici suppellettili, ma vettori di riscoperta di prassi esecutive dimenticate, come l’alternatim liturgico con l’ensemble di musica gregoriana Angelica.

Il successo di pubblico (una media costante di 200 presenze a concerto, per un totale di circa 1.500 spettatori a edizione) attesta l’efficacia di una formula completata dalle introduzioni storico-artistiche pre-concerto.

Sotto il profilo strettamente manageriale, la relazione consuntiva del direttore artistico non tace alcune criticità tipiche delle produzioni ‘dal basso’: la concentrazione dell’intera macchina organizzativa nelle mani di un unico operatore ha mostrato i propri limiti strutturali nelle fasi logistiche finali, evidenziando la necessità di un coordinamento più osmotico tra direzione artistica e comparto gestionale. Ciò nulla toglie a un progetto che, grazie al sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Cento e degli enti locali, ha rappresentato un autentico unicum nella programmazione culturale della Provincia di Ferrara. Un modello di divulgazione scientifica e di cura del dettaglio che numerose riviste di settore indicano ancora oggi come esempio virtuoso di valorizzazione del patrimonio storico-musicale italiano.

Di Enrico Presti
8 giugno 2026

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