Recensione Maria Luisa Abate. Arena Verona: due cast La Traviata ‘al Moulin Rouge’ di Curran: Russomanno, Eyvazov, Enkhbat e poi Berzhanskaya, Barbera, Park, direttore Spotti.
Un nuovo allestimento de La traviata ha debuttato all’Arena di Verona. Nuovo ma tutto sommato di stampo tradizionale. E ben venga: uno dei punti di forza dell’Opera Festival areniano, giunto al 103° anno, sta nella felice convivenza tra tradizione e innovazione, nell’alternanza tra allestimenti storici e avveniristici, dando ampia possibilità di scelta al pubblico, che nella serata inaugurale dell’estate 2026 ha fatto registrare un sold out di 12 mila presenze, secondo fonti bene informate. Mentre coloro che sono stati più lesti di noi a sfoderare gli orologi, hanno cronometrato oltre dieci minuti di applausi conclusivi.
Una serata speciale in tutti i sensi, in cui i veri protagonisti sono stati i tecnici areniani, a dir poco eroici. Mancavano due giorni alla “prima” quando una tromba d’aria ha devastato l’impianto scenografico tramutandolo in un cumulo di legname informe, stando a quanto abbiamo visto in alcune foto private diffuse sui social. In tempo record, lavorando ininterrottamente notte e giorno, questi formidabili angeli custodi hanno messo in sicurezza, ricostruito, riallestito, e salvato la recita assicurandone il regolare svolgimento senza che si notassero sbavature significative.
La serata è iniziata con tutti i “riti” che accompagnano le aperture di Stagione: ospiti vip tra politici e gente di spettacolo; accoglienza buffet e brindisi festosi alla Gran Guardia, nei giardini di Piazza Bra e al “Liston”; saluti istituzionali e passerelle di moda. Rituali anch’essi importanti in un luogo magico come l’Arena dove tutto fa spettacolo e dove lo spettacolo è faccenda globale.

In questo allestimento, la vicenda ha seguito rispettosamente la traccia verdiana, inserendola nell’innovativa idea di ambientarla nella rutilante Belle Époque del primo Novecento. La collaborazione ufficiale instaurata con il Moulin Rouge di Parigi è stata diretta conseguenza dell’aver affidato la regia a Paul Curran, che ebbe modo di collaborare ad alcune fasi del film di Baz Luhrmann del 2001, vincitore di due Oscar. Il regista scozzese, alla sua prima volta areniana, ha scelto una impostazione kolossal (cosa, in Arena non lo è?) muovendosi su binari descrittivi che non possiamo che apprezzare.
Il primo commento che ci permettiamo è: “Zeffirelli docet”. Infatti dall’immenso, ineguagliabile compianto Maestro (il quale fa ancora Scuola, e che Scuola!) Paul Curran ha “preso a prestito” il sipario mobile di Carmen (grandissima invenzione nell’anfiteatro all’aperto che del sipario è fisiologicamente sprovvisto) e anche i manifesti parigini erano identici a quelli a tema corrida che guarniscono la Carmen zeffirelliana. Non possiamo dire altrettanto del sovraffollamento in scena, perché se in Zeffirelli la miriade di figuranti trova sempre una ben precisa collocazione andando a creare continue controscene, invece l’ “ora di punta” di Curran è risultata a tratti caotica, comunque anch’essa guarnita da succose controscene.
Veniamo ai molti pregi che hanno decretato il successo di questo nuovo allestimento. Come dicevamo, l’attenzione registica si è concentrata sullo spunto dell’iconico locale francese che ha segnato il costume di una intera epoca, non dissimile da quella che occhieggia tra le pieghe verdiane. Giuseppe Verdi, nel suo melodramma che il librettista attinse a Dumas (il quale a sua volta descrisse una figura realmente esistita) mantiene la Parigi del lusso e della mondanità di sottofondo rispetto al dramma personale, insinuandola nei palazzi durante le feste oppure facendola sbirciare dalle finestre nell’ultimo atto; tuttavia le attribuisce un’importanza sostanziale. Violetta, che non va dimenticato essere una etera prima di scoprirsi sincera innamorata, si ritrova vittima della borghesia giudicante, additata dalla moralità censoria, e cade sotto i colpi della scure inferti da una società perbenista nella facciata, contro la quale rivendica il suo diritto di donna a essere libera. Verdi, che personalmente subì sorte analoga, ambientò l’opera nella sua contemporaneità. Al debutto nel 1853 il soggetto fu considerato scabroso e lo scandalo fu tale da costringere il Bussetano a retrodatarla a un più neutro Settecento.

Ora il regista ci ha catapultati nella Parigi di inizio ‘900, nella disinibita vita notturna di Montmartre tra lo zampillio dello champagne e l’allegria piccante del can-can. Le belle scenografie di Juan Guillermo Nova hanno mostrato, all’interno di due strutture rotanti ai lati del palco, il celebre mulino rosso sulla destra e sulla sinistra un gigantesco elefante (i fondatori del locale, Charles Zidler e Joseph Oller ne acquistarono uno in cartapesta visto all’Esposizione Universale di Parigi del 1889 e lo collocarono nel giardino, facendone un simbolo). L’atmosfera trasgressiva e gaudente, già pregustata nel primo atto, è esplosa durante la festa da ballo in casa di Flora, dove i toreri verdiani sono rimasti toreri mentre le zingarelle sono diventate “Doriss Girls” grazie ai costumi magnifici di Stefano Ciammitti (già ideatore dei visionari abiti per le cerimonie olimpiche tenutesi pochi mesi fa sempre in Arena): d’eleganza boldiniana per la protagonista, maliziosi e provocanti per i viveur festaioli, hanno toccato i vertici dell’inventiva vestendo le soubrette con copricapi piumati o dagli spiritosi pon-pon bianchi o ancora con le mise – che potrebbero competere con le creazioni /sculture dei grandi stilisti di moda – presentanti larghe gonne rigide e ondulate dalle quali pendevano fili di lustrini. Se la vista non ci ha fatto difetto, le stesse cascate di strass che zampillavano dalle fontane al posto dell’acqua, con bella intuizione. Poste sempre sul fondo del palco e risultate un poco sacrificate dalla ridondanza di figuranti, le scene di ballo (coordinate da Gaetano Bouy Petrosino su coreografie di Kyle Lang). Retrò, il solito sparo di lustrini che comunque il pubblico dimostra sempre di gradire.

Per il resto, tutto apprezzabilmente nella norma: la casa in campagna con le poltroncine da giardino, una serra a vetri, le piante verdi. Nell’ultimo atto una stanzetta desolata, in fase di abbandono, con un orologio a pendolo poggiato sul pavimento a scandire l’imminenza della fine. La Violetta di Paul Curran era consapevole, fin dall’inizio, del fatto che la sua esistenza sarebbe stata breve e non avrebbe fatto a tempo a vivere l’amore, la libertà, la dignità che spetterebbero a qualsiasi essere umano. La luce interiore di questa infelice era fin dall’inizio in fase di progressivo affievolimento e forse è per questo motivo che l’intera opera ha avuto luci poco brillanti (di Fabio Barettin) evidenziando la costante penombra di un’anima che si stava spegnendo.
Sul podio era Michele Spotti, al quale la succitata tromba (non d’orchestra ma d’aria) ha sottratto la prova generale. Una rinuncia coatta non di poco conto, cui attribuiamo qualche lievissima sbavatura tra buca e palco nel primo atto, che siamo certi essere stata rifinita a puntino già dalla seconda recita, la sera successiva alla prima. Spotti ha tributato grande attenzione all’aspetto intimistico della partitura verdiana. Con esiti notevoli, ha tenuto sotto controllo i volumi che in Arena viceversa è facile far esondare, e, senza lesinare gli appropriati momenti di concitazione, ha scelto tempi generalmente dilatati, sui quali è intervenuto dosando abilmente e con incisività i colori per mantenere viva la tensione drammatica. Il giovane direttore ha riservato particolare attenzione alla figura di Violetta e alla complessa evoluzione emotiva di questo personaggio, che ha musicalmente cesellato con gusto e sensibilità, complici l’Orchestra di Fondazione Arena di Verona e il Coro, preparato al meglio da Roberto Gabbiani e ben inquadrato anche scenicamente.

Ottimo e acclamato trionfalmente il debutto areniano di Martina Russomanno nei panni di Violetta. Pur indulgendo a pause, anche nel celebre “Follie! Follie!” – “Sempre libera…”, che hanno frammentato il fraseggio espressivo, il soprano ha fatto centro grazie alla bellezza e freschezza del timbro, a una tecnica padroneggiata con naturalezza e mai ostentata, alle agilità fluide, alle fiorettature centellinate con gusto, alla bella proiezione che le ha consentito di non forzare mai l’emissione. Non ultimo ne abbiamo apprezzate le doti interpretative con le quali è passata dalla vivacità iniziale, all’innamoramento, al dolore per la rinuncia all’amato fino al rabbuiarsi interiore (scenico, non vocale, sia chiaro). Ci ha molto colpiti il quadro in cui Alfredo le getta il denaro in faccia (“Questa donna pagata io l’ho”): la Valery di Russomanno non si è disperata più di tanto e non è stramazzata esanime ma si è compostamente accasciata al suolo, impietrita dalla ferita interiore, mantenendo per il suo personaggio quella dignità che il gesto sprezzante dell’amato avrebbe voluto toglierle. Brava!
Presenza ormai fissa nell’anfiteatro, dove questa estate sosterrà un numero imponente di recite (impossibile non incrociarlo ripetutamente se si frequenta assiduamente la Stagione), Yusif Eyvazov, alla sua prima volta in questo ruolo che forse musicalmente gli si addice meno rispetto ad altri e che ha reso scenicamente interessante facendo leva sulla sua personale esuberanza ben innestata su Alfredo fino a farne un personaggio adeguatamente insensibile e concentrato su di sé, superficiale nel vivere il sentimento per Violetta, prima di rendersi conto della verità. Da anni del tenore azero si dice che il timbro non sia bello, e forse ultimamente è diventato ancora più pungente; personalmente ci pare che talune messe in voce rischino di finire indietro nella gola, prima di proiettarsi nei suoi solidi squilli, svettanti e di lunga tenuta, pregio da non sottovalutare e che manda in visibilio il pubblico.

I nostri lettori più affezionati sanno che adoriamo (e non siamo i soli) Amartuvshin Enkhbat, per il quale ogni volta spendiamo fiumi di parole per elencare le sue innumerevoli doti. Questo perché il baritono originario della Mongolia, uno dei migliori al mondo, è perfetto in tutto, iniziando dalla dizione italiana straordinariamente limpida. Ci deliziamo della sua pastosità e omogeneità del timbro, del fraseggio aristocratico, dell’elegante e consapevole scelta dei colori, della tecnica nulla meno che magistrale, delle capacità espressive della voce con cui guarnisce la compostezza scenica e la sobrietà del gesto in questo caso calzate come un guanto su papà Germont, sulla pietrosa intransigenza di questo personaggio. Il suo “Di Provenza il mare il suol” è stato un capolavoro di cesello che andrebbe preso come metro di paragone. Se proprio vogliamo andare a cercare il pelo nell’uovo, e se ci è personato il giro di parole, potremmo dire che in questa singola recita la sua eccellenza è stata leggerissimamente meno eccellente del consueto, ma sempre ultra-eccellente! Il dato di fatto è che il canto Amartuvshin Enkhbat si libra nella stratosfera e noi con lui.
Nei ruoli di fianco, una sequenza di nomi di spessore e decisamente sottoimpiegati rispetto al loro valore. Iniziando da Francesca Maionchi e Gezim Myshketa, la prima una Annina dalla voce limpida e molto corretta, il secondo un vivace Marchese d’Obigny, dal timbro pastoso e affascinante. Ammaliatrice e disinibita la Flora di Anna Werle. Poi le presenze solide e inappuntabili di Carlo Bosi, Gastone, e Nicolò Ceriani Barone Duphol. Speciale incisività è stata data al dottor Grenvil da Mariano Buccino. Infine Giuseppe era Francesco Pittari e Carlo Bombieri era nella doppia veste di Domestico e Commissionario.
Le repliche de La traviata di Paul Curran proseguono, con diversi cast e diverso direttore, fino al 12 settembre.
Recensione di Maria Luisa Abate
Arena di Verona 12 giugno 2026
© Ennevi Foto per gentile concessione di Fondazione Arena di Verona

CAST ALTERNATIVO
Se la “prima” del nuovo allestimento de La traviata di Giuseppe Verdi ha registrato una accoglienza trionfale per il cast, non da meno è stata la replica cui abbiamo assistito a metà luglio, confermando la caratteristica più accattivante delle stagioni dell’Arena di Verona: l’alternanza a ogni data di interpreti diversi, sempre e solo di alto livello qualitativo.
Non ci soffermiamo nuovamente sulla regia di Paul Curran che abbiamo già qui sopra descritto. Tuttavia teniamo a sottolineare che ancor più in questa occasione siamo rimasti strabiliati da quanto fossero riuscite e fare le maestranze tecniche areniane durante la “prima”, funestata da una violenta tromba d’aria che il giorno prima aveva distrutto buona parte della scenografia. Ora abbiamo visto lo spettacolo scenicamente completo e ancor più ci è piaciuto. E abbiamo capito appieno di quale portata fosse stato il piccolo miracolo laico che i tecnici erano allora riusciti a compiere, permettendo uno svolgimento regolare, in cui i punti chiave c’erano tutti e non si erano percepite mancanze.

La “prima” era stata oggetto di riprese televisive ed è stata trasmessa da Rai 5 proprio nella stessa sera in cui noi siamo andati a vedere la replica di cui ci accingiamo a scrivere.
Proseguendo nella consuetudine già varata gli scorsi anni di chiamare delle celebrità a suonare il gong (che in Arena sostituisce i tradizionali campanelli teatrali) a percuotere con particolare vigore lo strumento è stata la campionessa mondiale di salto in lungo Fiona May.

Vasilisa Berzhanskaya per la prima volta in assoluto ha vestito i panni di Violetta Valéry. Accanto a lei, debutto stagionale per il tenore René Barbera, l’amato Alfredo. Entrambi interpreti avvezzi al palcoscenico areniano dove li avevamo già applauditi in diversi ruoli. Aspetto non trascurabile: i loro impasti vocali, affiancati, sono risultati assai gradevoli.
Della cantante russa Vasilisa Berzhanskaya va sottolineato che l’avevamo in passato udita, qui e altrove, prevalentemente in ruoli mezzosopranili, e ha ora compiuto il balzo verso il repertorio da soprano. E che balzo. Ben centrata in tutta la gamma dei registri, dai bassi prevedibilmente solidi, alle note centrali di pastosa corposità, fino agli acuti limpidi, la sua morbidezza di emissione ha caratterizzato anche le belle e ottimamente risolte agilità del primo atto, andando di pari passo con l’attenzione ai legati. Altra caratteristica, la musicalità, chiave di volta con cui ha gestito colori e accenti in una linea stilistica elegante. Magnifica l’evoluzione del personaggio, dalla spensieratezza iniziale, venata da un briciolo di frivolezza, alla disperazione con cui ha accettato la rinuncia all’amore, allo sgomento con cui ha subito lo schiaffo morale, fino a un magistrale ultimo atto, davvero commovente, straziante, in cui a prendere il sopravvento sull’infelice eroina è stata la disillusione.
L’eleganza della linea di canto ha contraddistinto anche il tenore statunitense René Barbera. Forse il volume, inizialmente, non è parso imponente, ma è stato gestito al meglio, con acuti generosi e ben poggiati;il suo garbo nell’emissione non gli ha impedito dare slanci e impeti ad Alfredo, in un canto dal caldo calore espressivo, come intensa è stata anche la resa scenica.

Di valore la presenza di Youngjun Park come Giorgio Germont. L’importante bagaglio vocale del baritono sudcoreano, infatti, costituisce una certezza. La dizione è impeccabile, bello il timbro, l’emissione aggraziata tuttavia di solida potenza, nel perfetto bilanciamento di questi due aspetti. Curato il fraseggio e notevole la gamma coloristica che ha dispiegato per dare la necessaria autorevolezza a questa figura di padre la cui durezza è destinata a stemperarsi.
Nei ruoli di fianco abbiamo ritrovato, e nuovamente applaudito, Carlo Bosi come Gastone e Nicolò Ceriani come Barone Douphol, oltre alla sempre rilucente presenza di Francesca Maionchi nelle vesti di Annina. Invece in questa occasione Clarissa Leonardi era una briosa Flora Bervoix, e Jan Antem uno spigliato Marchese d’Obigny. Gabriele Sagona ha dato appropriata contrizione al Dottor Grenvil. Infine, come Giuseppe e come Domestico e Commissionario, di nuovo Francesco Pittari e Carlo Bombieri.Rinnoviamo le lodi al Coro attentamente preparato da Roberto Gabbiani.
Nuovamente, sul podiodell’Orchestra della Fondazione Arena di Verona era Michele Spotti, ancor più proteso a una lettura attenta ai risvolti intimistici, esaltati anche dalle dinamiche attentamente calibrate, dai colori mai sfacciati eppure incisivi e rivolti a far emergere i dettagli della partitura. Confermiamo quindi l’elogio sopra scritto riguardo le scelte direttoriali, col susseguirsi delle recite portate a un livello di cesello sempre maggiore.
Le repliche de La traviata di Paul Curran proseguono, con diversi cast e diverso direttore, fino al 12 settembre.
Recensione di Maria Luisa Abate
Arena di Verona, 16 luglio 2026
© Ennevi Foto per gentile concessione di Fondazione Arena di Verona
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