Di Carlo Benatti. Un curioso gioco filarmonico’ del Settecento anticipava il concetto di intelligenza artificiale. Pubblicato a Napoli dall’editore Luigi Marescalchi, era attribuito Joseph Haydn.

È possibile comporre un brano musicale senza conoscere l’armonia, il contrappunto o le regole della composizione? A giudicare da un curioso trattatello diffuso alla fine del Settecento, la risposta sembrerebbe di si.

Il suo titolo è già tutto un programma: Gioco filarmonico o sia maniera facile per comporre un infinito numero di minuetti e trio anche senza sapere il contrappunto. Si tratta di uno dei più affascinanti esempi di Musikalisches Würfelspiel, ovvero i celebri “giochi musicali a dadi” che conobbero una notevole fortuna nell’Europa illuminista.

Il principio era tanto semplice quanto ingegnoso. Attraverso una serie di tabelle numeriche, il risultato del lancio dei dadi veniva associato a battute musicali già predisposte. Ogni battuta era stata composta in modo da poter essere combinata con le altre senza infrangere le regole dell’armonia e della tonalità. Il giocatore non doveva fare altro che lanciare i dadi per ciascuna misura del minuetto e annotare i numeri ottenuti. Il risultato finale era una composizione sempre diversa, ma formalmente corretta.
In pratica, si trattava di una sorta di composizione automatica ante litteram. Le possibilità combinatorie erano enormi e permettevano di generare migliaia di minuetti differenti a partire da un repertorio limitato di frammenti musicali.

Il gioco fu pubblicato a Napoli intorno al 1790 dall’editore Luigi Marescalchi (1745-1805) e attribuito esplicitamente a Joseph Haydn. Tuttavia, la paternità dell’opera rimane tuttora incerta. Molti studiosi ritengono infatti che l’attribuzione al celebre compositore austriaco fosse soprattutto una brillante operazione editoriale, utile ad aumentare la diffusione commerciale della pubblicazione utilizzando la fama di uno dei musicisti più celebri d’Europa.

[Autore ignoto. Maximilian Stadler (1748-1833). Opera di pubblico dominio da Wikipedia]

Alcune ricerche musicologiche hanno invece indicato come possibile autore Maximilian Stadler, poi Abbé Stadler (1748-1833) compositore, teorico e abate austriaco, amico sia di Haydn sia di Mozart. Non a caso l’opera compare nel catalogo Hoboken delle composizioni haydniane tra i lavori di attribuzione dubbia.
Anche Mozart creò un gioco analogo, il Musikalisches Würfelspiel catalogato come K. 516f. Ciò dimostra quanto fosse diffusa l’idea che la musica potesse diventare un passatempo matematico accessibile anche ai dilettanti privi di una formazione teorica.

Il Gioco filarmonico, tuttavia, non rappresenta un caso isolato. Nella seconda metà del XVIII secolo si assistette a una vera e propria fioritura di metodi combinatori destinati a “comporre senza sapere la musica”.

Uno dei pionieri del genere fu Johann Philipp Kirnberger (1721-1783), allievo di Johann Sebastian Bach e importante teorico musicale. Nel 1757 pubblicò il Der allezeit fertige Polonoisen- und Menuettencomponist (Il compositore sempre pronto di polacche e minuetti), un sistema che consentiva di costruire nuove danze attraverso la combinazione di moduli prestabiliti. Oltre all’aspetto ludico, il metodo aveva anche una finalità didattica, poiché metteva in evidenza la struttura armonica sottostante alle composizioni.

Anche Carl Philipp Emanuel Bach (1714-1788) si cimentò in esperimenti analoghi. Nel suo Einfall, einen doppelten Contrapunct in der Octave von sechs Tacten zu machen, ohne die Regeln davon zu wissen propose addirittura un procedimento per costruire un doppio contrappunto senza possedere particolari conoscenze teoriche, rendendo accessibile una delle tecniche più complesse della musica barocca.

In Italia merita una menzione il Gioco pitagorico musicale di Antonio Calegari (1757-1828), pubblicato nel 1801. Il titolo completo è:“Gioco pitagorico musicale col quale potrà ognuno […] formarsi una serie quasi infinita di picciole ariette e duettini”. Calegari, organista a Padova, espanse il concetto: non solo minuetti, ma anche arie per canto e pianoforte. Il sistema permetteva di scegliere il carattere del brano (allegro, patetico, ecc.) e generare una melodia che potesse essere effettivamente cantata.
Si trattava di un ulteriore passo verso una concezione della composizione come processo combinatorio.

Altri esempi non mancano. Michael Johann Friedrich Wiedeburg (1720-1800) ideò un gioco musicale basato sulle carte anziché sui dadi, mentre Friedrich Gottlob Hayn pubblicò un metodo per generare danze inglesi attraverso procedimenti analoghi. Lo stesso Maximilian Stadler elaborò tabelle combinatorie già negli anni Ottanta del Settecento.

Per comprendere il successo di questi trattatelli occorre considerare il clima culturale dell’epoca. Il secolo dei Lumi nutriva una profonda fiducia nella razionalità, nell’ordine e nella possibilità di ridurre fenomeni complessi a regole comprensibili e replicabili. La musica non sfuggì a questa tendenza. Parallelamente si stava sviluppando un vivace mercato editoriale rivolto ai dilettanti, desiderosi di partecipare attivamente alla pratica musicale domestica senza affrontare lunghi studi specialistici.

Non va inoltre dimenticato il crescente interesse per gli automatismi e le macchine. Emblematiche sono le composizioni per organi meccanici commissionate a Mozart dal conte Joseph Deym von Strítez per il suo celebre gabinetto di curiosità viennese. L’idea che una macchina o un procedimento prestabilito potessero generare musica esercitava un fascino straordinario sull’immaginario dell’epoca.

In fondo, questi giochi musicali anticipavano concetti che oggi associamo all’informatica e all’intelligenza artificiale. Le battute musicali funzionavano come moduli, le tabelle come algoritmi e il lancio dei dadi come un generatore casuale di dati. Il compositore aveva predisposto le regole; il sistema produceva le combinazioni.

Non è forse eccessivo affermare che il Gioco filarmonico rappresenti una sorta di software analogico del Settecento. Molto prima dei computer, qualcuno aveva già immaginato che la creatività potesse essere guidata da procedure matematiche e da meccanismi probabilistici. I moderni programmi di composizione algoritmica e persino alcune applicazioni dell’intelligenza artificiale musicale non fanno altro che riproporre, con mezzi infinitamente più sofisticati, un’intuizione nata attorno a un tavolo da gioco e a un paio di dadi.

Di Carlo Benatti
Giugno 2026
Immagine: Gaspare Traversi (Napoli 1722 – Roma 1770) “Il concerto”, 1760 ca.
Nelson-Atkins Museum of Ar Kansas City, MO, United States.
Fotografo August Bernhard Rave
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