Recensione di Maria Luisa Abate. Arena Verona: confermato il valore dell’allestimento ipertecnologico di Stefano Poda. Trionfa Daniel Oren sul podio. Punta di diamante Amartuvshin Enkhbat.
Aida è senza ombra di dubbio l’opera regina dell’Arena di Verona, dove vanta il record di 778 recite nel corso di poco più d’un secolo. Quella che è stata battezzata Aida “di cristallo” è tornata a risplendere di bagliori argentei, a fendere la notte con i laser che formano una piramide luminosa sopra le teste del pubblico, a stupire col globo che si libra alto in cielo, un po’ bolla spazio-temporale e un po’ futuristico occhio di Ra sorto a sovrintendere il destino d’un popolo dalle credenze eliocentriche.

L’allestimento firmato da Stefano Poda debuttato nel 2023 continua nel 2026 a incontrare i favori del pubblico e a piacere sempre più anche a noi che pure lo abbiamo ammirato ripetutamente (recensioni passate vedi i link in fondo a questo articolo). Un allestimento autenticamente colossal, veramente spettacolare, di quella grandiosità che solo in Arena si può vedere, e che funziona. Funziona anche perché il cartellone veronese ha il suo punto di forza nell’accostare tradizione e innovazione e in questa estate l’Aida tecnologica si alterna all’altra, descrittiva, del Maestro Zeffirelli.

Stefano Poda ha firmato regia, scene (direttore degli allestimenti scenici Michele Olcese), luci, coreografie nonché i costumi che hanno incastonato dei tocchi di rosso sulla monocromia bianco nero, e che per bellezza e creatività potrebbero ben figurare in una collezione di haute couture, anche se quest’anno è proseguita l’operazione di alleggerimento (del peso fisico) di qualche abito, intervenendo sui materiali. Costumi che, anch’essi, hanno costituito supporto per le iscrizioni egizie: uno dei tanti richiami alla complessa simbologia che costella il pensiero filosofico d’ispirazione kantiana e illuministica di Poda, dipanato attorno al concetto di tempo.

Sulla destra delle gradinate infatti stava una antica colonna spezzata, mentre sulla sinistra i rottami di un’astronave che ancora lampeggiava di bagliori vitali. Nel mezzo, tra passato e futuro ossia nel presente, Poda ha innestato la sua visione immaginifica del capolavoro di Giuseppe Verdi: ha scandito il tempo degli egizi e quello degli ebrei, il tempo della guerra e della pace, della rivalità e dell’amore. E ha dato al tempo connotazione visiva attraverso le movenze a scatti o le cadute a terra in sequenza dei mimi e dei danzatori, giovani e giovanissimi (un centinaio sul palco, Ballo coordinato da Gaetano Buy Petrosino). Mentre le schiere erano distinte da insegne a forma di mani, una mano gigantesca campeggiava al centro del palcoscenico, quale elemento caratterizzante ancor più del “cristallo” d’intitolazione. Le dita reticolate e semoventi hanno assecondato le invocazioni alla divinità, i venti di guerra, il trionfo della vittoria. Infine, tra piramidi trasparenti in miniatura, la mano del dio si è lentissimamente chiusa sopra Aida e Radames, decretando la fine del loro tempo mortale.

Nella serata inaugurale del titolo abbiamo ritrovato alcuni capisaldi delle stagioni areniane. A iniziare dall’amatissimo e ultra acclamato Daniel Oren. Come lui, nessuno! Il Maestro israeliano vanta con l’Orchestra dell’Arena di Verona una sintonia unica, affinata in oltre 550 presenze su questo podio nel corso di ben 38 stagioni. E se anche il suo gesto fosse meno eloquente e preciso di come invece è, siamo certi che i Maestri d’orchestra ne capirebbero ugualmente le intenzioni, tanto è osmotico il feeling tra loro. Una delizia i suoi tempi vivaci, i colori intensi, i contrasti netti tra impeto dramma e lirismo, la cura per ogni voce sul palco e per ogni strumento in buca, con attenzione soprattutto a Verdi. Non ultimo, ci sia permesso ripeterci, adoriamo il meraviglioso aplomb con cui Oren accetta di buon grado le esternazioni del pubblico, la cui festosa esuberanza spesso copre le ultime note delle chiuse o le corone. Per lui, al termine della recita, interminabili ovazioni.
Prova di valore anche del Coro istruito da Roberto Gabbiani, puntuale, coeso, espressivo oltre che scenicamente partecipativo dell’impostazione registica complessa.

Abbiamo riascoltato con immutato gradimento Maria José Siri, della quale confermiamo la padronanza del ruolo eponimo. La voce morbida del soprano italo-uruguaiano è stata gestita con classe e attenzione alla misura, tra dolci filati, squilli svettanti smaltati e ben proiettati, e la linea di canto pervasa d’un lirismo profondo, scaturito dal dibattersi interiore tra l’amore filiale per il padre, etiope, e quello passionale per il guerriero, egizio.

La sua rivale, la principessa egizia figlia del faraone, era il mezzosoprano francese Clémentine Margaine, immancabile nelle estati areniane, della quale in questa occasione abbiamo notato l’insolita postura del capo, chino sul petto, che ha influito sulla limpidezza dell’emissione, ritrovata e sfoggiata nei registri medioalti dove la voce importante è scaturita con corposità. Una Amneris fredda e calcolatrice, combattiva tuttavia presto arresasi all’evidenza dell’amore disatteso.

Il tenore azero Yusif Eyvazov trova in Radamès uno dei personaggi che più gli si addicono e ha svolto una prova in crescendo, attento tanto alla tenuta di fiato quanto alla tecnica utilizzata per modulare mezze voci e una discreta gamma di sfumature. Nel fraseggio, e parallelamente dal punto di vista attoriale ha ben centrato il personaggio, d’indole eroica ma turbato nel giostrare il triangolo amoroso.
Nelle vesti del Re d’Etiopia e padre di Aida era l’insuperabile Amartuvshin Enkhbat, ormai anch’egli presenza fissa in Arena. E che presenza! Il baritono mongolo, nella strettissima rosa dei numeri uno al mondo, risulta sempre, immancabilmente, il migliore del cast. Timbro caldo e avvolgente, tornito da una lussuosa gamma di colori, di sfumature, di accenti. E non finisce qui. Dizione più che perfetta, tecnica da manuale padroneggiata con disinvoltura, la proiezione pulita e spavalda senza forzature, il fraseggio condotto al massimo grado di espressività. E un canto autenticamente italiano e verdiano. Ogni anno risulta sempre più affinata anche la costruzione del personaggio, un Amonasro fiero, indomito d’indole pur nella condizione di prigionia.
La ritualità del potere religioso e temporale era affidata al gran sacerdote Ramfis interpretato da Simon Lim con ieraticità, mentre il Re egizio aveva la voce generosa di Abramo Rosalen. A completare il cast due pilastri nei rispettivi ruoli: il Messaggero di Carlo Bosi e la Sacerdotessa di Francesca Maionchi.
L’Aida di Stefano Poda replica, con l’alternanza di diversi cast, fino al 24 luglio, per poi cedere il passo, nella seconda parte di stagione, all’Aida di Zeffirelli.
Recensione di Maria Luisa Abate
Arena di Verona 19 giugno 2026
Ennevi Foto © per gentile concessione di Fondazione Arena di Verona
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