Riflessione biblica di Enrico Cerasi. Atti 4, 32 – 37.
Ricordo che da giovane, quando ancora la mia visione del mondo era orientata al comunismo, lessi con grande stupore questo racconto. In esso scorsi quello che, nella prospettiva materialista, sembrerebbe una vera e propria anticipazione della società senza classi e senza proprietà privata. Nella prima comunità di Gerusalemme ognuno, spontaneamente, cede alla collettività la sua proprietà, che vive della comunione dei beni:
non vi era chi dicesse sia alcuna delle cose che possedeva ma tutto era in comune tra loro. […] Infatti non c’era nessun bisognoso tra loro; perché tutti quelli che possedevano poderi o case li vendevano, portavano l’importo delle cose vendute, e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi, veniva distribuito a ciascuno, secondo il bisogno.
Una delle definizioni del comunismo nell’opera di Karl Marx (Critica del programma di Gotha, 1875) suona simile:
da ciascuno secondo le sue possibilità, a ciascuno secondo il suo bisogno.
Certo, la comunità gerosolimitana non fu la prima a teorizzare la comunione dei beni. Anche Platone, nella Repubblica, e in seguito Aristotele nell’Etica sostennero che “tutto è comune agli amici”. Ma la società perfetta di Platone era organizzata in modo rigidamente gerarchico, e in secondo luogo era una pura utopia, ossia qualcosa di esistente solo nella mente e nella fantasia del suo autore. Gli Atti degli apostoli, invece, ci descrivono una società realmente esistita, in cui non vi sono distinzioni gerarchiche di sorta. In questo senso sembra l’unico vero precedente della società prospettata dai comunisti ottocenteschi.
O meglio: nella comunità di Gerusalemme non vi erano differenze gerarchiche solo all’inizio, perché se proseguiamo la lettura al cap. 5 possiamo leggere, tra le righe, una sorta di involuzione autoritaria della primitiva comunità fraterna. Luca narra infatti la sorte di Anania e della moglie Saffira. Essi vendettero sì le loro proprietà, ma non misero tutto in comune. Di nascosto, se ne tennero la metà per sé.
Luca non ne spiega il motivo, anche se possiamo immaginarcelo. In fondo, scommettere tutto su quella nuova comunità religiosa, che per quanto ne sapevano poteva finire anche molto male, non era una decisione del tutto saggia. Era molto più sensato tenere qualcosa per sé, una sorta di paracadute o di assicurazione se le cose fossero andate male.
Se non che una tale saggezza non era contemplata dai capi della comunità cristiana:
Ma Pietro disse: “Anania, perché Satana ha così riempito il tuo cuore da farti mentire allo Spirito Santo e trattenere parte del prezzo del podere? Se questo non si vendeva, non restava tuo? E una volta venduto, il ricavato non era a tua disposizione. Perché ti sei messo in cuore questa cosa? Tu non hai mentito agli uomini ma a Dio”. Anania, udendo queste parole, cadde e spirò (At. 5, 3-5a)
Qui, piuttosto che l’utopia, sembra presagirsi la degenerazione del comunismo di Marx nel socialismo realizzato di Stalin. Le stragi dei Gulag, la polizia politica, le purghe staliniane che si abbatterono contro gli oppositori del regime!… Letto con queste lenti, il racconto degli Atti sembra – sia pure involontariamente – anticipare la tragica degenerazione di tutti gli esperimenti umani di realizzare una società giusta ed equa. Alla fine va a finire che il partito al potere non ha scrupoli nell’epurazione non sono dei dissidenti ma anche di coloro che, semplicemente, non sono disposti ad uniformarsi del tutto alle direttive politiche. Qui
Possiamo senza dubbio leggere in questo modo il racconto degli Atti degli apostoli. In fondo, basta sostituire allo Spirito Santo il nome di Pietro e degli altri apostoli. Non Dio ma i capi della comunità hanno pronunciato la sentenza ed eseguito la condanna a morte di Anania, accusato di “deviazionismo borghese”. In questo modo il racconto sembra più semplice, più lineare. Nessun intervento miracoloso dall’alto ma l’umanissima repressione politica del dissenso. Questo accadrebbe nel racconto di Atti 4-5.
Eppure vi è qualcosa di forzato in questa lettura, come in tutte quelle puramente storiche. Vi è spesso, per non dire quasi sempre, il desiderio da parte degli interpreti e degli studiosi di ricostruire ciò che è “realmente accaduto” al di sotto della lettera dei testi biblici. Essi darebbero una versione spirituale, edulcorata se non proprio mitologica, di quanto è realmente accaduto. E ciò che accade, tra gli uomini, sono sempre e solo vicende umane.
Ma gli Atti degli Apostoli non intendono parlare di vicende esclusivamente umane, ma di come i discepoli e i loro adepti siano stati trasformati dall’effusione dello Spirito Santo a Pentecoste. Quegli uomini che prima tremavano di fronte al pericolo, giungendo a rinnegare il loro Maestro, ora – mossi dallo Spirito Santo – sono capaci di un coraggio che prima non avevano. Pietro e Giovanni vengono dapprima arrestati per la loro predicazione e poi rimessi in libertà. Le minacce non impediscono loro di continuare a predicare al popolo il vangelo di Gesù Cristo:
tutti furono riempiti dello Spirito santo e annunziavano la Parola di Dio con franchezza (At. 4, 31).
La comunità “comunistica”, egualitaria, non nasce per un progetto politico o semplicemente sociale. Non si tratta di un’utopia né di un programma da realizzare. La messa in comune dei beni è la conseguenza ovvia, implicita, della fratellanza creata dalla fede nella Parola di Dio.
La moltitudine di quelli che avevano creduto era d’un sol cuore e di un’anima sola; non vi era chi dicesse sua alcuna delle cose che possedeva ma tutto era in comune tra di loro.
Platone e Marx vollero realizzare un’idea o un ideale di giustizia. Ma qui non vi è nulla da realizzare. È la fede in Cristo che produce la fratellanza e la sororità dei discepoli e di conseguenza la loro spontanea comunanza dei beni. Non si deve mettere tutto in comune per realizzare una società migliore, ma tutto è in comune poiché nella fede in Cristo siamo tutti uguali. La dimensione politica non è il presupposto ma la conseguenza della fede in Cristo, la quale non è il risultato di un programma ma il dono dello Spirito Santo a Pentecoste.
Al tempo stesso, per quanto possa sembrar paradossale, questa fede è un atto libero dell’uomo. È un dono di Dio e contemporaneamente un atto libero dell’uomo. È questo, a quanto sembra, il senso del duro rimprovero di Pietro ad Anania. Potremmo parafrasarlo nel modo seguente: “Perché mai, gli chiede, hai messo in comune solo la metà dei soldi del tuo podere? Se ci tenevi tanto, potevi fare a meno di venderlo: sarebbe restato tuo. O potevi vederlo e tenerti tutti i soldi”. In altre parole: “Nessuno ti ha costretto ad aderire alla comunità cristiana. È stata una tua libera scelta”.
Nonostante la fede venga dallo Spirito, essa è anche una libera scelta di ogni singolo individuo. Diversamente dalla Russia di Stalin, nessuno ha costretto Anania ad aderire alla comunità cristiana, se non la fede che lo Spirito gli ha donato e che lui ha liberamente accolto.
Che senso avrebbe, allora, un’adesione a metà? Un’adesione con riserve, dimidiata dal desiderio di assicurarsi comunque un’eventuale buono-uscita? Qui non si tratta nemmeno di ripetere il giudizio del Risorto nell’Apocalisse di Giovanni:
Io conosco le tue opere: tu non sei né freddo né fervente. Oh, fossi tu pur freddo o fervente! Così, perché sei tiepido, io ti vomiterò dalla mia bocca (Ap. 3, 15-16).
Anania non viene respinto, o vomitato, perché tiepido. Il testo di Luca non ci dice se fosse o meno un cristiano fervente. Possiamo anche immaginarlo tale. Possiamo figurarci un Anania impegnatissimo nella vita della Chiesa. Un abile organizzatore della vita comunitaria. Non avendo alcun’altra informazione su di lui, non siamo tenuti a compiere deduzioni.
L’accusa di Pietro è diversa: “Tu non hai mentito agli uomini ma a Dio” (At. 5, 4). Anania ha mentito non a Pietro ma a Dio non perché Pietro sia il rappresentante di Dio o il vicario di Cristo. Ha mentito a Dio perché ha mentito a sé stesso, alla fede che liberamente ha accolto. Magari con entusiasmo, con animo non tiepido ma fervente.
Anzi, probabilmente era proprio questo il caso. Probabilmente Anania era un animo fervente, appassionato alla “via” che aveva scelto di seguire. Ma la riserva mentale con cui lo faceva, ossia col calcolo in realtà molto razionale di tenersi comunque qualcosa da parte se le cose fossero andate male, Anania ha mentito a sé stesso e dunque a Dio.
Questo vuol dire che la fede è libera, ossia in primo luogo che è estranea a ogni calcolo. Chi dica di credere “calcolando” pro e contro, costi e benefici, soddisfazioni e sacrifici ecc., costui o costei mente a sé stesso e dunque a Dio. Ovvero, se si preferisce, mente a Dio e dunque a sé stesso. In ogni caso, una fede “economica”, una fede che calcoli attentamente i rischi e prenda le razionali contromisure, non ha alcun senso. Non è detto che il tuo comportamento sia tiepido, indolente. Puoi essere anche un uomo e una donna di chiesa attivo e impegnato. Ma la riserva mentale che accompagna le tue azioni è la spia di una menzogna che – a quanto apprendiamo dal racconto – non può essere tollerata.
Stando al racconto di Luca, si può forse tollerare una fede tiepida. Si possono tollerare uomini e donne che si tengano ai margini, forse per timidezza, forse per un carattere poco risoluto. Non tutti hanno la stessa predisposizione all’azione. Non tutti sono capaci della stessa testimonianza di fede. Se diamo retta al racconto degli Atti, questo dono è dato solo o soprattutto a Pietro e Giovanni. Gli altri sono forse più “tiepidi”, meno risoluti e coraggiosi. Non per questo vengono vomitati. Ciò che conta è che, nella libertà della fede, abbiano aderito senza riserve, senza calcoli mentali. Pietro accetta senza difficoltà coloro che stanno in seconda o in terza fila, che non si mettono in mostra. I cosiddetti “gregari”. Nessun giudizio su di loro. Non siamo obbligati ad essere “coraggiosi” come Pietro, come Stefano, come Paolo. Esistono anche i cristiani “ordinari”, ai quali Dio non ha messo in bocca grandi e indimenticabili testimonianze di fede, come penso sia il nostro caso.
Ma coloro che aderiscono, magari entusiasticamente, magari con grandi proclami ma mantenendo sempre vigile il proprio calcolo mentale: questo non può essere accettato! Perché così mentiamo a Dio e a sé stessi, prima ancora che alla Chiesa.
Luca racconta che, avendo ascoltato questa verità su sé stesso, Anania “cadde e spirò”. Dicevo poc’anzi che, a una lettura storica, quest’episodio potrebbe quasi sembrare un’anticipazione profetica delle purghe staliniane. Stalin ante-litteram, Pietro sopprima i propri oppositori.
Se non che nulla di tutto questo è detto nel testo. Anania non è ucciso da Pietro ma dalla verità che ha appreso su sé stesso. Anania muore, per lo meno spiritualmente, quando viene messo di fronte al perverso sistema di auto-inganno in cui si era cullato. Spira ascoltando la verità su sé stesso.
Ed è proprio questo che tutti noi dovremmo temere. Oggi non siamo più chiamati a vendere tutti i nostri beni per darli alla chiesa. Non è questo che ci viene chiesto. Chi volesse farlo, darebbe prova – credo – di un volontarismo sospetto, del tutto estraneo allo spirito degli Atti degli apostoli. Ma ciò che non viene meno è la richiesta di un’adesione alla Chiesa senza riserve mentali. Accettare liberamente la nostra fede in Cristo senza quella forma davvero perversa di calcolo che si chiede “Che cosa me ne viene in quest’affare?”.
Riflessione di Enrico Cerasi
31 Maggio 2026
Professore Associato di Filosofia teoretica
Università telematica Pegaso
Facoltà di Scienze umanistiche
Scienze umane
Responsabile dei corsi di Filosofia del linguaggio e della comunicazione
Filosofia dei legami sociali
Filosofia della religione
Immagine: (particolare) Masaccio, La distribuzione delle elemosine e la morte di Anania,
affresco 1426 – 1427. Cappella Brancacci, Santa Maria del Carmine, Firenze
Immagine di pubblico dominio da Wikipedia
Fotografo: http://www.christusrex.org/www2/art/images/masacc12.jpg
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