Recensione di Diego Tripodi. Mantova, Trame Sonore: reportage da tutti e tre i concerti che il talentuoso trio inglese ha tenuto per il festival mantovano.

Cominciamo subito mettendo le mani avanti e dichiariamo che l’ultima delle recensioni dal Festival Trame Sonore è diversa dalle precedenti, perché è dedicata esclusivamente ad un’unica formazione: il Paddington Trio (intervista leggi qui). Questa scelta è stata presa ben presto, già all’inizio del nostro lavoro, quando c’è stato da decidere quale fosse il criterio con cui orientare e raggruppare i resoconti del nutrito gruppo di concerti da noi seguito a Mantova; e da subito ci è stato chiaro che al trio britannico sarebbe stato riservato uno spazio a sé stante. Che poi sia diventato addirittura il punto d’arrivo e il compimento del reportage è venuto un po’ da sé. Certamente il trattamento, diciamo così, privilegiato è dovuto alla forte impressione che i tre musicisti hanno suscitato in noi sin dal primo incontro e così potremmo ironicamente, ma non troppo, asserire che quest’atto finale possa essere letto come una sorta di “premio della critica” di DeArtes al giovane trio.

Il Paddington Trio è composto dalla violinista finlandese Tuulia Hero, dal violoncellista irlandese Patrick Moriarty e dalla pianista statunitense Stephanie Tang, che hanno scelto Londra come loro casa e da lì hanno cominciato a muoversi conquistando sempre più palcoscenici internazionali. Oggi, ricorrendo alla formula più abusata in questi casi, sono diventati “uno dei gruppi più promettenti della loro generazione” e senza dubbio – come è possibile leggere nella loro stessa biografia online – la loro ascesa è stata “fulminea”, con premi importanti e apprezzamenti da parte di testate quali The Guardian e The Strad Magazine o come l’emittente BBC Radio3. All’alba della pubblicazione del loro primo disco, che vedrà la luce il prossimo anno, sono impegnatissimi presenziando ai principali festival di settore con una tabella di marcia intensa, come è possibile valutare dando un occhio al loro calendario, in cui, ad esempio, troviamo il mese di luglio fitto di date nei Paesi Bassi.

A Trame Sonore hanno suonato tre volte, il primo e il due di giugno, e se per la prima volta la nostra presenza è stata fortuita, per le altre due invece è stata assolutamente voluta, data la curiosità suscitata in noi da questi tre ragazzi.

Primo concerto, ore dodici e un quarto, nel Salone degli Arazzi del Palazzo Vescovile. Il programma prevedeva un accostamento allettante: Akacia, una composizione di Andrea Tarrodi, autrice contemporanea che ci era fino a quel momento sconosciuta, e l’amatissimo Trio in la minore di Ravel. Il brano della compositrice svedese ha un carattere descrittivo e sostanzialmente neoimpressionista, sognante e intessuto di melodie rifrangenti, texture liquescenti, onomatopeici richiami d’uccelli e persino burrascosi fracassi dovuti a qualche intervento nella cordiera del pianoforte. In effetti, è posseduto da un generico gusto “alla francese” che in quel frangente poteva giustificarne la vicinanza al ben altro capolavoro di Ravel. Dai nostri appunti, dettati lì per lì dall’ascolto e dunque impregnati di primaria impressione, si legge che il Paddington è un trio di giovani musicisti, tutti eccezionali strumentisti, dalla piena e matura padronanza tecnica e – cosa che maggiormente ci interessa -, che quanto di loro ci ha subito stregato fosse la chiarezza interpretativa, come raramente ne avevamo trovato durante il festival tra le formazioni da camera più assimilabili per età ed esperienza.
Infatti, la difficilissima pagina raveliana è stata suonata – useremo un termine elementare – con bravura: tutto era al suo posto e felice d’esserlo! Questi ragazzi possiedono già una profonda consapevole musicalità, oltre che dita molto agili. E poi appuntavamo: a dirci che non si tratti di un’eccezione sarà ascoltarli alle prese con altro repertorio e, in caso, ricevere ancora tante meraviglie in dono.

Con questo sentimento in cuore abbiamo fatto in modo di riascoltarli la sera stessa, un po’ con l’assillo che quella fulminazione sulla via di Damasco, velocemente delusa, potesse rientrare nei ranghi di un’allucinazione. Ma ci avevamo visto giusto e il Paddington si era mostrato troppo solido per essere scambiato per un semplice abbaglio. Così, le promesse sono state mantenute nella Galleria degli Specchi del Palazzo Ducale, un palco fra i più prestigiosi dei turni serali (ma anche in generale) del festival e da cui il trio britannico ha confermato il proprio rango di fuoriclasse, cimentandosi con un caposaldo della letteratura: l’Arciduca di Beethoven. Il cambiamento stilistico rispetto al programma della mattina ha dato modo ai tre di mostrare la loro sensibilità anche a confronto con la sfida della varietà, una qualità che gli è molto propria e che vedremo ulteriormente confermare anche in seguito. Stephanie Tang, quella sera valorizzata dal pianismo beethoveniano, possiede, oltre alla scioltezza tecnica più e più volte esibita nei tre appuntamenti, un suono incantevole, di cui non ci si stancherebbe mai; Tuulia Hero, dietro la compostezza nordica, cela una verve incline a molte destrezze e, forse, è l’elemento più determinante all’equilibrio del gruppo, incaricandosi di fare da pontiere con la più corsiva musicalità della pianista e d’instaurare una stretta solidarietà timbrica con Patrick Moriarty, che in Beethoven abbiamo potuto apprezzare per una condotta maggiormente estroversa che in Ravel.
In generale il gruppo ha trovato un’ottima gestione degli scarti dinamici, giocando con le situazioni della scrittura, e suggestivi amalgami di colore. Cambia la vocale, il colore si riscalda, diviene calore e, per la prima volta, se dobbiamo dire, è questo che è stato forse un po’ discontinuo: ma c’è e si costruirà! Il terzo movimento, che in tal senso era il banco di prova, ne ha fatto intravedere la personale fisionomia.

Sempre nella Galleria degli Specchi abbiamo ritrovato i nostri per il terzo e ultimo appuntamento, il giorno a seguire, e con un programma molto indicativo dello spirito del Paddington (un’anticipazione ci era stata data al primo incontro), che dedica molto del suo studio al repertorio contemporaneo, portandone avanti la diffusione con evidente entusiasmo. Nella fattispecie del nostro concerto, il programma era orientato interamente in tal senso ed era composto di tre brani: Shining Through di Ellen Lindquist, Päärme di Lotta Wennäkoski, Freakshow di Sam Perkin. Trattandosi di una compositrice statunitense, una finlandese ed un compositore irlandese, palesemente ognuno dei tre membri ha avuto voce in capitolo nella stesura di un programma che ricalca le origini degli stessi. Al di là di questo aspetto curioso, il concerto dava uno spaccato abbastanza coerente sulla voce di una generazione di autori (sono sostanzialmente coetanei) che, a dispetto della sottolineata diversa nazionalità, hanno più di un’affinità. Forse anche in ciò va visto un transfert da parte del gruppo?

Il primo è un brano costruito su gesti enfatici, in primis lo smanicamento del violoncello in apertura che diviene motore primo per espansioni su nette finestre tonali. Il secondo comincia con un materiale tellurico di percussioni, violenti pizzicato, spazzolate, tamburellati, il tutto su un pattern ritmico regolare e picchettato che crea una dimensione meccanica e beffarda; dopo un nucleo centrale di riassorbimento, la terza parte è una coda sfrenata dove ritorna il principio gestuale. Infine, la terza composizione, è una suite descrittiva in cui, come indicato dal titolo, fanno capolino i più vari fenomeni da baraccone, ognuno dei quali dipinto in modo pittoresco ed eclettico.

I tre strumentisti, ancora una volta hanno mostrato accortezza, trasporto e vivacità, anche in un frangente così insolito, che però si capisce tanto insolito per loro non è: le tecniche estese, le richieste più azzardate da parte degli autori, “l’alterità” della scrittura non li ha scomposti e, cosa più importante, sono state affrontate nell’unico modo in cui si dovrebbe: disinnescando la stranezza, riassorbendola nel naturale delle possibilità.
Quello restituito allora è stato il loro stesso piacere, un piacere a tutto tondo, perché passa certamente tramite l’ascolto, ma anche attraverso la vista di tre giovani così intensamente coinvolti nella loro arte. E forse è proprio sul fronte della contemporanea, per somiglianza, che la loro freschezza si è potuta rivelare ancora più nuova.
Siamo assolutamente certi che questa novità li porterà a volare in cieli ancora più alti di quelli che già percorrono: a loro questo augurio di continuare a spiegare le ali e a noi di poter sempre rinnovare l’ammirazione per la fantasia del loro volo.

Recensione di Diego Tripodi
Mantova, 29 maggio – 2 giugno 2026
Foto D.G.

TRAME SONORE 2026
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