Recensione di Maria Luisa Abate. Verona, Teatro Romano: concerto-evento col poema sinfonico che l’“alchimista” Piovani ha tratto da Eduardo. Servillo voce recitante doc, Orchestra Cherubini in gran spolvero.
Lapalissiano prevedere che sarebbe stato un evento indimenticabile. Una ovvietà che non ha fatto scemare, anzi ha acuito quella sensazione di eccezionalità che ha pervaso la serata. Il cartellone dell’Estate Teatrale Veronese, per il primo anno sotto la direzione artistica di Fabrizio Arcuri, ha esordito con una sequenza di picchi qualitativi al rialzo rispetto agli anni passati. Era straripante di gente il Teatro Romano per accogliere un “quadrunvirato” artistico la cui eccellenza non lasciava dubbi. Il Maestro Nicola Piovani, Premio Oscar nel 1999 (per le musiche di La vita è bella di Benigni), quattro David di Donatello, quattro premi Colonna Sonora, quattro Nastri d’argento, due Ciak d’oro, il Globo d’oro della stampa estera e via di seguito una lunga lista di statuette e nominations. L’Orchestra Giovanile “Luigi Cherubini”, formazione di eccelso valore fondata nel 2004 dal M° Riccardo Muti (che tuttora presiede la commissione selezionatrice dei ragazzi) qui presentatasi in formazione allargata. L’attore di cinema e teatro dalla carriera internazionale Toni Servillo, inserito dal New York Times tra i migliori interpreti del XXI secolo, quattro David di Donatello, una Coppa Volpi, quattro Nastri d’argento e un gran numero di candidature, solo per citare alcuni dei riconoscimenti ai quali si è aggiunto il Premio Faraglioni Capri consegnatogli due sere dopo lo spettacolo veronese. Infine, l’immenso Eduardo de Filippo, uno dei più importanti drammaturghi del Novecento scomparso nel ‘84, due lauree ad honorem dalle Università di Roma e di Birmingham, nominato Senatore a vita per meriti artistici, candidato al Nobel per la letteratura.

“Padre Cicogna”, testo di Eduardo e musiche di Piovani, è stato presentato in una nuova veste a Verona il 28 giugno in prima nazionale. Per esaustività di informazione – senza tentare di districarci nel labirinto delle anteprime, delle anticipazioni, delle date zero, delle co-prime – il giorno precedente, il 27, era stato eseguito al Pavaglione di Lugo di Romagna nell’ambito del Ravenna Festival, in coproduzione con ETV. L’opera di Piovani aveva debuttato il 20 dicembre 2009 al Teatro San Ferdinando di Napoli seguita da una breve tournée ed era approdata anche su Rai 5 in immeritata sordina, allora con la voce narrante di Luca De Filippo, come è stato ricordato con emozione da Servillo al termine di questo spettacolo.
Ci pare limitante dire che Piovani abbia composto le musiche; preferiamo sottolineare come il Maestro abbia tradotto in musica il poemetto scritto nel 1969 da Eduardo, in lingua napoletana. Proprio la napoletanità è stata il faro che ha illuminato la strada compositiva prescelta da Piovani. Il quale, a suo stesso dire, solo dopo aver lavorato per lungo tempo su questo testo si è accorto che non è in prosa, come sembra, bensì in endecasillabi che, di sottecchi, imprimono una scansione metrica linguistica. Questa metrica, Piovani ha musicalmente seguito e fatta propria, con rispetto devozionale e sviscerato amore.
Aperta parentesi: a inizio giugno dall’Arena di Verona è stato trasmesso in mondovisione Tv uno spettacolo finalizzato a festeggiare i riconoscimenti italiani Unesco e ad avanzare ufficialmente la candidatura quale patrimonio immateriale della canzone napoletana, in quella occasione affidata a “divi” da hit parade (recensione vedi qui). Grave assenza quella di Eduardo/Piovani: per quanto Piovani sia romano, la loro è la Napoli degna di essere esportata nel mondo, di essere festeggiata, di venire tutelata quale patrimonio dell’umanità: la vera autentica Napoli, popolare e colta allo stesso tempo. Chiusa parentesi.

Padre Cicogna è un “Racconto sinfonico per quattro voci, voce recitante e orchestra” (nel sito di Piovani “Cantata per soli e orchestra sinfonica”). Per farla breve, un melologo. A Verona Piovani, oltre che geniale compositore, si è presentato in veste di direttore e, ci sentiamo di affermare anche se non specificato in locandina, di accorto orchestratore e concertatore. Piovani ha esorcizzato con forza e determinazione ogni possibile distinzione tra la vocalità operistica in senso stretto e il canto da “strada”, inteso nel senso più elevato e nobile del termine, il suono dei “vicarielli” con il loro carico di colori e umori, sovrapponendo e amalgamando registri vocali differenti che si sono inerpicati su tonalità ardite affrontando tempi musicali spesso impervi. Voci soliste che sovente hanno svolto una strabiliante funzione contrappuntistica all’organico orchestrale. Susy Sebastiano, già interprete della primigenia versione con De Filippo, dal canto schietto e perfettamente intonato, dal timbro meravigliosamente asprigno, stupendamente graffiante, napoletano doc. Accanto a lei, il giovane soprano Sara Di Fusco (studi al Conservatorio San Pietro a Majella di Napoli e Accademia al Carlo Felice di Genova) dal timbro caldo pastoso e rotondo; la voce tenorile di Pino Ingrosso, anch’egli per lunghi anni tra gli interpreti prediletti da Piovani per le sue doti multitasking; il basso Tony Nežić (tra l’altro perfezionatosi all’Accademia della Scala di Milano) dal timbro profondo, brunito e tornito.

Il gesto direttoriale di Nicola Piovani è spiccato per l’estrema precisione e per una freschezza che ha controbilanciato il clima rovente della serata in riva all’Adige (basti dire che all’ingresso dell’anfiteatro l’addetto al noleggio dei cuscini li ha definiti un presidio contro “l’effetto barbecue”!). L’orchestrazione ha colpito per la varietà degli strumenti, qualcuno di rara presenza in una compagine sinfonica. Tra le fila della “Cherubini” in grande spolvero, infatti, facevano vivace capolino mandolino chitarra e flauto dolce, tamburello e putipù tra una elettrizzante varietà di percussioni. Un felice sposalizio tra la sontuosità sinfonica e le suggestioni etniche, con echi di tammuriata o tarantella, di filastrocche e di canti natalizi, ponendo su piani paritetici gli spunti colti e quelli popolari che l’“alchimista” Piovani ha miscelato e sublimato con sapienza. Simultaneamente, Piovani ha abbattuto la distinzione tra musica e testo, rendendo inscindibili e splendidamente indistinguibili note e parole, raggiungendo una forza descrittiva ed emozionale dirompente.
Così, tra leitmotiv musicali e verbali di estrema orecchiabilità, si è incastonato un lamento funebre struggente a imprimere un deciso cambio di registro allo spiritoso tema di Padre Cicogna. Per fare un altro esempio, “Tu scendi dalle stelle Re del cielo e vieni in una grotta al freddo e al gelo” era festante, espressione di resilienza alle prove che la vita impone. Tutto ciò seguendo fedelmente la scrittura di Eduardo, con la sola variazione della chiusa del testo posta anche all’inizio oltre che in conclusione.
Un approccio compositivo di estrema fedeltà alla struttura ritmica del testo, che il Maestro non ha modificato ma fatta propria, come si diceva con genialità e con quell’amore sincero che sgorga dal rispetto. Quello stesso amore descritto da Eduardo nella ninna nanna dedicata al figlio, che Piovani ha voluto aggiungere: Si te veco, me veco./ Si mme vire, te vire./ Si tu parle, c’è l’eco / e chist’eco song’i. Si te muove, me movo. / Si te sento, me sento. / Si me truove, te trovo / Si me trovo, si tu!

Forza descrittiva emersa anche nella lettura drammatizzata di Toni Servillo, in sintonia più che perfetta con il Maestro nell’intento di proiettare l’universo di De Filippo nell’ambito universale e atemporale che gli compete. All’ingresso era stato distribuito un foglietto con la traduzione italiana dal napoletano, rivelatosi inutile per l’estrema espressività dell’attore qui voce recitante, per la sua maestria interpretativa e per l’intelligente scelta iniziale di scandire con una certa lentezza le parole affinché l’orecchio del pubblico si abituasse all’idioma e alla cadenza partenopei.
Si è così dipanata la vicenda di Padre Cicogna, un prete che ha rinunciato all’abito talare per sposarsi, promettendo a Cristo di mettere al mondo tre figli cui avrebbe dato i nomi dei Re Magi e che ogni anno avrebbero inscenato una rappresentazione sacra. Fatto sta che i bambini maschi, non le femmine, continuavano a morire prematuramente, e alla fine il povero papà perse perfino il conto di quanti Gaspare, Melchiorre e Baldassarre si fossero alternati.
Una vicenda costellata di fragilità emotiva e dell’ipocrisia di una società che anziché commuoversi si indigna dinanzi al dolore. Non va dimenticato che De Filippo la scrisse nel periodo in cui dall’altra parte del mondo infuriava la Guerra del Vietnam e l’Italia si interrogava sul divorzio e sul matrimonio dei sacerdoti. Temi sempre attuali in questo dramma umano, sociale e spirituale che, con la forza e la leggerezza della poesia – declamata e suonata – ha scatenato nel cuore del pubblico risa e lacrime, nel costante altalenare della tensione emotiva.
Il poemetto di Eduardo non ha una vera conclusione. “Come andò a finire? E che vi posso dire… la gente è assai, il mondo è pieno di gente. Sono migliaia i fatti che succedono. Questo fatto è successo e s’è mischiato in mezzo a tanti altri fatti che succedono. E vattelapesca. Il mondo è pieno di gente”.
Ma questa serata no, non “s’è mischiata” nei nostri ricordi ai tanti “vattelapesca” che abbiamo visto. Quando i “fatti che succedono” sono questi, non sono “fatti” ma capolavori. In quanto tali immortali.
Recensione di Maria Luisa Abate
Estate Teatrale Veronese, Teatro Romano, 28 giugno 2026
Foto di copertina: C.R.
AVVERTENZA
È fatto divieto a giornali e blog di pubblicare integralmente o parzialmente questo articolo o utilizzarne i contenuti originali senza autorizzazione espressa scritta della testata giornalistica DeArtes (direttore@deartes.cloud).
La divulgazione è sempre consentita, liberamente e gratuitamente sui rispettivi canali, a Teatri, Festival, Musei, Enti, Fondazioni, Associazioni ecc. che organizzano od ospitano gli eventi, oltre agli Artisti e agli Autori direttamente interessati.
Grazie se condividerete questo articolo sui social, indicando per cortesia il nome della testata giornalistica DeArtes e il nome dell’Autore.

