Recensione di Maria Luisa Abate.
Verona, Teatro Romano. Diptych: un inno all’instabilità. Un invito a oscillare nel meta-spazio dell’inconscio filtrato da uno sguardo ironico.
Una stanza. Un uomo è immobile su una poltrona, pare morto. A terra, il corpo di una donna a faccia in giù, che un altro uomo trascina via. Si affretta a pulire la chiazza di sangue con uno straccio che di lì a poco si animerà. I cadaveri risorgeranno e poi moriranno e risorgeranno in un loop ossessivo e il sangue continuerà a essere pulito con una meticolosità tale da risultare ironica. Non esiste il tempo passato della morte, né il tempo futuro della rinascita, ma solo il tempo presente dell’esistenza.

Una fila di porte davanti o dietro le quali accadono cose strane: si aprono da sole, si richiudono, si bloccano, si inclinano sbilenche, si spalancano sul vuoto oppure svelano un armadio ricolmo di persone, attraggono come magneti o catapultano lontano come tornadi, seguendo leggi della fisica che durano un attimo e poi vengono confutate. Le maniglie si bloccano, danno scosse elettriche che si propagano a chi le aveva impugnate. I corpi entrano in fibrillazione, si contorcono, compiono movimenti innaturali e buffi, paiono disarticolati o viceversa irrigiditi. Le porte si aprono senza aprirsi per davvero, nel senso che non offrono una via di fuga ma delimitano i confini di un incubo mentale, di un delirio onirico. Toni noir e inquietanti e al contempo divertenti e ironici pervadono Diptych, portato in scena dai Peeping Tom al Teatro Romano di Verona, a dare il via alla grande rassegna di Danza dell’Estate Teatrale Veronese.
Il nome scelto dalla Compagnia, Peeping Tom, in slang inglese significa guardone, voyeur, ruolo che viene assegnato al pubblico, invitato a spiare e indagare quanto avviene sul palco. Si tratta di una delle formazioni di teatro-danza più visionarie e acclamate del panorama internazionale. Con sede a Bruxelles, formata da performer di ogni parte del mondo (a Verona erano indicati i nomi di Konan Dayot, Fons Dhossche/Borna Babić, Lauren Langlois/Alba de Miguel, Panos Malactos/Akira Yoshida/Nelson Earl, Alejandro Moya, Fanny Sage, Eliana Stragapede, Wan-Lun Yu, Solimano Pontarol) i Peeping Tom in oltre vent’anni di carriera hanno sviluppato un linguaggio espressivo lontano erede della rivoluzione dettata dalla leggendaria Pina Bausch; innovazione qui sviluppata in un linguaggio originale, a cavallo tra danza contemporanea, teatro, cinema e acrobazia. Molta acrobazia. Diptych, ossia Dittico, sunto di quello che originariamente era un trittico, è formato da “The missing door” e “The lost room”, creati nel 2013 e 2016 per il Nederland Dans Theater dai fondatori dei Peeping Tom, Gabriela Carrizo e Franck Chartier, che ora li hanno ripensati e rielaborati (la Carrizo occupandosi anche delle scene assieme a Justine Bourgerol).

Tra musiche, suoni, rumori, tonfi, fruscii, battiti (drammaturgia sonora Raphaëlle Latini) le due stanze cui facevano riferimento i titoli, un salottino con una poltrona e una camera d’albergo (o una cabina di transatlantico, come indicato nelle note sul programma) aderivano ai canoni artistici dell’iperrealismo. Tra un pavimento che la cameriera riusciva quasi a sorvolare con passettini sulle punte e il letto assassino che ha fagocitato chi vi si era adagiato, tra amplessi ginnici, bimbi cullati e teste mozze portate sottobraccio, i Peeping Tom hanno sbriciolato il confine tra lo scherzoso e l’inquietante, tra sogno e incubo, tra reale e irreale. I personaggi, privati di autodeterminazione e sballottati dalla forza invisibile sprigionata dalle stanze, hanno mantenuto il bilico tra questi opposti, facendoli sorprendentemente combaciare. Non ha stupito quindi che, dopo aver plasmato i personaggi, il pubblico abbia assistito alla costruzione fisica del secondo ambiente, con i macchinisti e gli attrezzisti mostratisi al lavoro.
A questo punto ci è sorto un interrogativo. Le note che accompagnavano lo spettacolo erano esaustive, rivelatrici, non lasciavano nulla alla rielaborazione dello spettatore, che invece c‘è stata. Diptych dunque, era scientemente una proposta troppo criptica per essere compresa solo guardandola, senza la guida delle note scritte? Invero no. E forse la chiave di lettura stava proprio in quel (troppo lungo) cambio scena a vista. Che non aveva il solo scopo di abbattere la solita “quarta parete”, cosa che sarebbe stata troppo scontata per i Peeping Tom, ma, spingendone oltre il concetto, ha suggerito il codice di decodifica del linguaggio espressivo. Infatti non vi erano né teatro né danza, in quanto rimodulati secondo dettami originali. Non vi era una vera narrazione, ma una serie di frammenti visivi consequenziali, la cui matrice ideativa, la cui edificazione materiale, sono stati posti sotto la luce di un grande riflettore. Pertanto le note del libretto di sala, esaustive, definitive, sono state poste sullo stesso piano di utilità delle scenografie, delle musiche e dei performers, a comporre un discorso complessivo unitario che ha idealmente fatto da collante agli spicchi narrativi.

Una storia atipica senza un inizio e una fine, soppiantati dalla simultaneità temporale tra il set teatral-cinematografico e la costruzione dello stesso, tra l’azione performativa e il pensiero che l’ha preceduta, lasciando che fosse la drammaturgia a scrivere se stessa step by step. Lasciando che fosse l’ambientazione ad assorbire, o riflettere, o scatenare i turbamenti sensoriali, continuando a intrappolare la percezione del pubblico dietro una fila di porte che non conducevano a niente, a sovrapporre e confutare verità e illusione, a contrapporre la logica all’illogico. O viceversa. E divertendosi a disequilibrare le certezze, a minare la stabilità scenica ed emozionale in favore dell’instabilità. Instabilità intesa come saldo punto di arrivo: meglio oscillare freudianamente piuttosto che stare fermi in un angolo a piangere in preda delle proprie paure. Meglio ondeggiare nel meta-spazio dell’inconscio e saperne sorridere.
Recensione di Maria Luisa Abate
Verona, Teatro Romano, 14 luglio 2026
Foto ETV
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