Recensione Maria Luisa Abate. Verona, Teatro Romano: si rinnova il fascino ipnotico delle creature ibride di Moses Pendleton che invitano a riconnettersi con la Natura.

Una rosa candida si tinge di un rosso tenue e dà il via al consueto dilemma: ballerini? acrobati? trasformisti? illusionisti? Certamente poeti. Alchimisti delle arti performative e visive che uniscono il fisico e l’onirico, il reale e il surreale con un pizzico di ironia. Ha un che di magico anche la loro frequentazione del Teatro Romano di Verona, luogo al quale non a caso qualche anno or sono hanno dedicato uno “special”. Da anni il pubblico in riva all’Adige rimane affascinato e incantato dalle loro creazioni: i Momix sono un punto fermo delle Stagioni dell’Estate Teatrale Veronese, dove hanno valicato direzioni artistiche e amministrazioni, e dove sempre registrano il sold out, o quasi, per un numero impressionante di repliche che non ha eguali per le altre proposte in cartellone. Questa estate ben 13 date (ancora in corso, fino all’8 agosto) di quello che non è un semplice spettacolo ma un vero e proprio rito collettivo che si rinnova. Impegnati sul palco (il cast è soggetto a variazioni): Lyvia Baldner, Blake Bellanger, Jared Bogart, Elias Brzezinski, Sierra-Loren Chapman, William Clayton, Heather Conn, Nathaniel Davis, Adrienne Elion, David Gouldin, Seah Hagan, Piper Jo Whitt.

Il mitico gruppo fondato dal guru della “optical confusion” Moses Pendleton (regista e coreografo nato nel Vermont, residente nel Connecticut, cresciuto in una fattoria e laureato in letteratura inglese) è tornato a esplorare le potenzialità dei corpi e a sondare le infinite possibilità dell’immaginazione, in un percorso iniziato nel 1980 con cui ha riscritto i canoni della danza e dell’espressività in senso lato. Quest’anno, sempre in co-direzione con Cynthia Quinn, ha portato avanti la propria ricerca attorno al tema della Natura, presentando Botanica – Season 2.  Un rifiorire, un nuovo germogliare, un risveglio del Creato e dei sensi evoluzione del titolo debuttato nel 2008, in cui ora si sono alternati quadri nuovi e classici rimodulati, e sono tornate ad animarsi le stupefacenti creature ibride dai movimenti ipnotici, frutto di una fantasia che non conosce confini.

Il sipario si è aperto su una grande rosa bianca proiettata sul fondale nero. Il cielo si è striato di rosa e azzurro mentre sul terreno si rincorrevano onde nebbiose fluttuanti. Must irrinunciabili, le danze dei garofani di un rosso inebriante, le cui corolle/gonne si allungavano a ogni giravolta, e il giallo turbinio dei girasoli impollinati da ronzanti calabroni giganti.

A far da contraltare alla grazia bucolica, la potenza muscolare dei corpi, a ricordare che sotto la poesia visiva si cela una enorme preparazione tecnica. I nodosi virgulti umani della vite camminavano letteralmente gli uni sugli altri e i rami della pianta erano utilizzati come pertiche per trasformare i passi in volteggi. Un balzo nel surreale, con le immancabili creature luminescenti ondeggianti nel buio, frutto d’uno straordinario effetto ottico in cui gli arti dei danzatori parevano disarticolati nel raffigurare esseri fantastici di pura immaginazione. Uomini con un tubo di gomma al posto delle braccia parevano venuti da un futuro cibernetico, mentre dal passato ha fatto il suo ingresso lo scheletro di un dinosauro dapprima amichevole e coccolone poi vorace divoratore d’una fanciulla che, una volta mangiata, si è trovata intrappolata all’interno della gabbia toracica del mammifero preistorico. Il corpo del millepiedi si è scisso in mitosi nei suoi molti segmenti e una lattiginosa creatura marina dotata di pennacchi si è aperta e richiusa al dolce ritmo della risacca.

Ancora, la magnifica grande vela che ricordavamo candida e che ora è stata rivisitata come una tavolozza sulla quale proiettare colori vivaci di farfalla mentre un danzatore/Eolo ne faceva fluttuare l’enorme peso come fosse mosso da una leggera brezza. Sempre tra i pezzi classici, la roteante donna/uccellino che ha fatto volteggiare e ondeggiare in mille modi diversi i fili metallici che costituivano le sbarre della sua gabbia. Restando tra gli assoli, una fanciulla adagiata su un pavimento inclinato e a specchio ha giocato sugli effetti ottici della propria immagine riflessa.

[Applausi finali foto MiLùMediA for DeArtes]

Tirando le somme, qualche novità e molti quadri già visti, taluni rimodulati. Viene da chiedersi, anzi da temere, che la vena creativa di Pendleton abbia subito un rallentamento. Crediamo di no, purché si inquadri Botanica 2 in un’altra ottica: quella di un gigantesco mosaico al quale di anno in anno si vanno ad aggiungere nuovi tasselli, in una incessante ricerca espressiva. Una metamorfosi evolutiva che non conosce fine né confini e che, pur ripartendo da se stessa, nulla sottrae a quella sensazione di scoperta che ogni volta si rinnova. E non cancella lo sbalordimento che riporta ogni spettatore al tempo felice dell’infanzia quando, bambini, rimanevamo stupefatti dinanzi al miracolo della Natura. L’incanto di una eterna giovinezza che si autorigenera e che Pendleton mantiene viva in tutti noi, chiamati a far parte per una sera del suo mondo trasognato dove abita la meraviglia; avvezzi, mai paghi, del suo linguaggio onirico capace di trovare il magico punto di congiunzione tra reale e immaginario; capace di sovvertire la percezione fisica e catapultarci nella poesia ricondotta al primigenio stato visivo. Una immaginifica antropizzazione della Natura e un invito all’Uomo a riconnettersi con essa, in quanto parte di essa.

Recensione di Maria Luisa Abate
Verona, Teatro Romano 28 luglio 2026
Foto di repertorio ufficiali © Momix
Galleria immagini e spezzoni video: https://www.facebook.com/estate.teatrale.veronese/?locale=it_IT
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