Recensione di Alessandra Pederzoli. In “Vite parallele” un allestimento di 120 fotografie in mostra a Fermo, Palazzo dei Priori, fino al 1 novembre.

C’è un filo invisibile e sottile, intrecciato di carne, ferite e desideri, che lega l’icona patinata di Hollywood alla regina della pittura messicana. È la capacità tragica e sublime di trasformare la devastazione privata, in una bellezza universale e immortale. La mostra allestita a Fermo mette in scena questo audace cortocircuito dell’anima, proponendo un ritratto incrociato di Marilyn Monroe e Frida Kahlo: due esistenze spezzate, ma capaci di illuminare il Novecento con una luce abbagliante.

L’itinerario dell’allestimento, proposto dai curatori, scava sotto la superficie del mito per farne affiorare l’intimità sconquassata attraverso fotografie che propongono un uso drammatico delle immagini, capace di rivelare l’intento più profondo dell’esposizione: denudare l’icona per ritrovare l’essere umano.
Alcuni sono i temi che più colpiscono il visitatore.

La carne ferita e la fame d’amore. Nel dialogo visivo della mostra, lo sguardo di Marilyn trafigge l’osservatore con una fragilità disarmante; non c’è più la diva di Hollywood, ma una donna senza veli che cerca disperatamente negli occhi del fotografo una conferma di esistere e di essere amata. A poca distanza, gli scatti di Frida che rispondono con una fermezza quasi spietata: i suoi occhi fissi e impenetrabili, rifiutano la compassione e costringono chi guarda ad attraversare la carne martoriata, la spina dorsale spezzata e le lacrime di vetro, per toccare la radice pura della sua vitalità.

La solitudine dietro la maschera. Il contrasto cromatico e visivo guida il visitatore dentro l’abisso della solitudine. Le immagini di Marilyn, immerse in una luce bianca, patinata e quasi accecante, rivelano la sensazione di soffocamento di chi è vista da tutti ma compresa da nessuno. Di contro, una Frida bruciante in quei toni di bianco e nero, ma che lasciano immaginare i suoi rossi viscerali e verdi cupi, protagonisti di un teatro interiore, dove il sangue e la natura si fondono per gridare la deviazione di un amore tossico e viscerale per Diego Rivera. Entrambe le immagini testimoniano la tragedia di essere prigioniere della propria maschera.

Il riscatto dell’obiettivo. L’intento profondo della mostra emerge nel momento in cui la fotografia cessa di essere reportage e diventa specchio dell’anima. La macchina fotografica per Marilyn e lo specchio montato sul soffitto del letto per Frida non sono strumenti di vanità, ma armi di sopravvivenza. L’esposizione mostra come entrambe abbiano usato l’immagine per riappropriarsi del proprio corpo: Frida trasformando l’immobilità in un volo pittorico senza confini, Marilyn cercando di imprimere sulla pellicola l’intelletto e la sensibilità che il mondo le negava.

La mostra di Fermo (vedi qui), curata da Carolina Dema, Tanino Bonifacio e Alberto Rossetti, è un viaggio struggente che lascia il visitatore con un nodo alla gola, dimostrando come il dolore di Marilyn e Frida, sublimato nell’arte e nella memoria collettiva, continui a parlare al cuore di chiunque cerchi la verità dietro la maschera.

Recensione di Alessandra Pederzoli
Immagini allestimento: foto Enzo Grossi

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FRIDA KAHLO E MARILYN MONROE. VITE PARALLELE
28 giugno – 1 novembre 2026

Palazzo dei Priori
Piazza del Popolo, 5 Fermo
Info:Musei di Fermo tel. 0734 217140
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