Recensione di Enrica Marcenaro. A Genova riapre Casa Mazzini, tra cultura visiva e memoria privata. Un Museo accessibile da vivere come la propria casa .
Il Museo del Risorgimento di Genova ha riaperto il 30 settembre 2026 con un nuovo allestimento nella casa natale di Giuseppe Mazzini, in via Lomellini. Il progetto dello studio Corrado Anselmi, sostenuto dalla Fondazione Compagnia di San Paolo, ripensa il percorso e trasforma gli ex magazzini in sale espositive. Colori, grafica e disposizione delle opere propongono una lettura del patrimonio che dà spazio alla circolazione delle immagini e delle idee: dai ritratti riprodotti per diffondere la causa mazziniana ai fazzoletti patriottici, sui quali la politica prendeva forma nella seta.
È un patrimonio che invita a guardare oltre le gerarchie consuete delle collezioni. Dipinti, incisioni, tessuti, arredi e documenti hanno linguaggi e destinazioni differenti, ma partecipano alla stessa storia: quella delle forme attraverso cui un pensiero diventa riconoscibile, raggiunge un pubblico, costruisce appartenenza. Il riallestimento permette di seguire questi passaggi lungo quattro livelli, intrecciando la storia della città con quella del Risorgimento e delle sue eredità novecentesche.

La dimensione domestica della sede introduce una vicinanza particolare. Nell’appartamento dei Mazzini si incontrano mobili, abiti, diploma universitario, la sua penna, i suoi scacchi e il gilet. Oggetti personali che restituiscono abitudini e proporzioni quotidiane a una figura conosciuta soprattutto attraverso la sua attività politica. La casa conserva così due memorie che si sovrappongono: quella di chi vi abitò e quella costruita successivamente intorno al suo nome.
I ritratti rendono evidente questa trasformazione. La conservatrice Tiziana Ciresola racconta come l’immagine di Mazzini acquisti un valore di testimonianza e diventi uno strumento per sostenere la causa che rappresenta. Dal dipinto si passa alle stampe, alle incisioni, alle immagini destinate alla pubblicazione e alla vendita. La riproduzione moltiplica il volto, lo porta fuori dalla stanza e lo rende familiare a persone che non incontreranno mai il suo soggetto.
Per chi osserva il museo da una prospettiva storico-artistica, è un punto di particolare interesse. Il ritratto assume una funzione che va oltre la rappresentazione individuale: entra nella comunicazione politica, accompagna la diffusione delle idee, contribuisce alla riconoscibilità di un movimento. Mazzini costruisce reti attraverso l’Europa, fonda la Giovine Italia e la Giovine Europa; la sua immagine circola insieme al pensiero, secondo modalità che il patrimonio del museo consente di ricostruire.
I fazzoletti patriottici mostrano un altro versante di questa cultura visiva. Casa Mazzini ne conserva una delle più importanti raccolte italiane (mostra del 2025, con corredo immagini, comunicato vedi qui e recensione Enrica Marcenaro vedi qui). Sulla seta vengono stampati ritratti, colori, parole d’ordine: segni che possono essere indossati, mostrati, regalati. L’immagine politica entra nell’uso quotidiano, passa di mano e trova nel tessuto un supporto diverso dalla pagina o dalla tela. Anche il rapporto tra oggetto e pubblico cambia: il fazzoletto viene portato con sé, partecipa ai gesti, rende visibile una scelta.

La varietà dei materiali permette di leggere il Risorgimento attraverso le sue rappresentazioni, ma anche attraverso il modo in cui è stato ricordato. Il presunto autografo di Balilla, conservato dall’Istituto Mazziniano, è un falso. La sua presenza introduce una domanda sull’autorità attribuita ai documenti e sul bisogno di dare consistenza alle narrazioni collettive. Il foglio non prova ciò che pretende di provare; testimonia però il desiderio di possedere una traccia del protagonista della rivolta genovese del 1746. Anche la fabbricazione di una reliquia appartiene alla storia della memoria.
Nel percorso, la grande tela di Peter Tetar Van Elven sulla partenza dei Mille da Quarto incontra uniformi, bandiere e cimeli. Ogni tipologia restituisce un diverso rapporto con l’evento: la sua rappresentazione pittorica, i segni dell’appartenenza, gli oggetti rimasti.
La chitarra di Mazzini appartiene alla stessa dimensione personale. Lo accompagnò nel lungo esilio londinese e gli permetteva di ritrovare attraverso la musica un legame con casa. Mazzini componeva: il suo Canto delle mandriane bernesi è stato eseguito durante la riapertura, con José Scanu e il violinista Andrea Cardinale. Accanto a quello, il Canto degli Italiani, cantato dai bambini e dai ragazzi presenti.
La musica trova uno spazio specifico nella Sala immersiva dell’Inno, inaugurata lo scorso dicembre e ora integrata nel nuovo percorso. Il museo conserva la prima stesura autografa del testo di Goffredo Mameli, musicato da Michele Novaro. L’allestimento mette il manoscritto in relazione con un’esperienza che coinvolge vista, udito e tatto. La pagina viene incontrata nella sua materialità e nella sua vita sonora, mentre braille e testi facili da leggere ampliano le possibilità di comprenderla.
Questo intervento rende concreta una delle scelte del riallestimento: progettare l’accessibilità insieme all’esposizione. Spazi, orientamento, leggibilità del racconto e possibilità di sosta sono stati pensati considerando persone con disabilità fisica o visiva, persone anziane, visitatori che si affaticano o hanno bisogno di capire immediatamente dove si trovano. Sono decisioni che incidono sul rapporto con le opere e i documenti, sul tempo che si può dedicare loro, sulla libertà di scegliere come visitare.

Salottini e sala di lettura introducono una modalità di frequentazione che comprende anche la pausa. Si può entrare per vedere un quadro, consultare libri e riviste, sedersi a leggere. La gratuità dell’ingresso, in vigore dal primo gennaio, sostiene questa possibilità di tornare e soffermarsi su una parte delle collezioni. La sala conferenze da sessanta posti aggiunge uno spazio per incontri e attività culturali.
«Vorremmo che fosse accessibile in ogni senso – afferma l’assessore Giacomo Montanari. Vorremmo che Genova lo riconquistasse davvero come una propria casa». La definizione di “Casa dei Genovesi” acquista significato attraverso queste possibilità d’uso: il museo può diventare un luogo abituale, nel quale il patrimonio entra nella vita presente della città.
Il racconto espositivo prosegue fino alla Prima e alla Seconda guerra mondiale, alla propaganda, alla Resistenza e alla resa delle truppe tedesche del 25 aprile 1945. Accanto alle immagini pubbliche degli eventi, documenti, fotografie e testimonianze conservano le esperienze dei singoli soldati. Il percorso restituisce inoltre visibilità alle donne che contribuirono alla costruzione del Paese, ampliando il quadro dei protagonisti e delle presenze attraverso cui leggere questa storia.
Alle spalle delle sale c’è l’Istituto Mazziniano, con circa 25 mila fascicoli d’archivio e 40 mila volumi. Molto ancora da leggere e studiare. La riapertura riguarda dunque anche il rapporto tra esposizione e ricerca. Le sale organizzano una lettura del patrimonio; l’archivio conserva gli elementi con cui continuare a interrogarla. Una lettera ancora da studiare può cambiare ciò che sappiamo del personaggio raffigurato in un ritratto. E farci tornare davanti a quel dipinto con occhi diversi.
Recensione di Enrica Marcenaro
30 Settembre 2025
Immagine di copertina: foto E.M.
Altre foto tratte da pagina Facebook del Museo
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Casa Mazzini
Via Lomellini, 11 – 16124 Genova
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