Mantova, Festivaletteratura: letture drammatizzate di testi di Gadda, Manganelli, Poli, degli allievi del Teatro Stabile di Torino. 

A Mantova c’è una piccola sala che prende il nome dalla viuzza del centro dove affaccia l’ingresso, Oberdan, e che pur essendo prevalentemente adibita a cinema presenta una forte vocazione teatrale per tutto l’arco dell’anno, ospitando registi e attori di fama, oltre a piccoli spettacoli. A settembre accoglie alcuni eventi di Festivaletteratura. In particolare, da due anni qui si svolge un ciclo in cui vengono portati in scena atti unici di rara o rarissima rappresentazione. Occasioni quindi imperdibili, che registrano sempre il sold-out.

Nell’edizione 2023 di Festivaletteratura il ciclo “Atti unici del Novecento italiano” ha presentato cinque pièce, a tre delle quali abbiamo assistito. Tutte, sono state introdotte da Luca Scarlini, saggista drammaturgo e storyteller coperto da un copyright di ferro, per cui ci guardiamo bene dal riportare le sue parole, che pure ci eravamo diligentemente appuntati. Ci limitiamo a lodare i suoi interventi al fulmicotone. Con un eloquio a raffica e in poche battute Scarlini è abilmente riuscito non solo a tratteggiare efficacemente gli autori, ma anche a farne intuire il carattere e le vere motivazioni che stavano dietro la nascita delle opere, oltre che contestualizzarle nella loro epoca.

Protagonisti, per tutti gli appuntamenti, gli allievi della Scuola per attori del Teatro Stabile di Torino: Francesco Bottin, Ilaria Campani, Sara Gedeone, Nicolò Tomassini. Interpreti molto giovani e dotati di talento, i quali hanno riproposto la formula azzeccata che prevede assenza di scenografia o di costumi e movenze sceniche centellinate per le letture drammatizzate svolte a leggio, comprendenti sia i testi strettamente intesi, sia le didascalie.

CARLO EMILIO GADDA
“IL GUERRIERO, L’AMAZZONE, LO SPIRITO DELLA POESIA NEL VERSO IMMORTALE DEL FOSCOLO”

La prima serata ha preso il titolo dal libro “Il guerriero, l’amazzone, lo spirito della poesia nel verso immortale del Foscolo” in cui Carlo Emilio Gadda lancia strali verso Ugo Foscolo. Questa conversazione a tre voci, svolta fra altrettanti personaggi, è stata scritta da Gadda nel 1967e data alle stampe dopo essere inizialmente andata in onda su Radio Rai. Condizione che ha reso particolarmente efficace la lettura attoriale.

Gadda ha espresso senza giri di parole tutto il disprezzo che nutriva verso Ugo Foscolo – “mi fa imbestialire”, diceva – e non gli ha risparmiato epiteti forti e/o derisori. Lo scrittore novecentesco accusava il sette-ottocentesco collega di cialtroneria, di narcisismo, di essere “insatirito” per ogni femmina e di utilizzare un “macchinoso e inutile vocabolario”, oltre a imputargli molto altro e molto peggio; pur riconoscendone, forse più per dovere che per reale sentire, “il genio che affiorava qua e là”.

In realtà, si trattava dello scontro fra due culture: quella di stampo eroico e ormai superata di Foscolo e quella moderna di Gadda. È accertato che Gadda identificasse, in Foscolo, Napoleone: lui era il “guerriero” del titolo gaddiano, mentre l’ “amazzone” era Luigia Pallavicini, alla cui caduta da cavallo Foscolo dedicò un’ode. Ma non basta. Alcuni studiosi ritengono che in Foscolo/Napoleone Gadda vedesse il precursore del dannunzianesimo e contro questo si fosse in realtà scagliato.

Fatto sta che il testo, nella sua ostentata perfidia, risulta da un lato ripetitivo e prolisso, come già il titolo lascia presagire, dall’altro involontariamente comico. Natura messa in risalto dalla espressività dei valenti allievi dello Stabile torinese che, muovendosi perfettamente in linea con lo stile recitativo “radiofonico”, hanno accentuato i risvolti intrinsecamente sarcastici e umoristici di questo spietato j’accuse.

GIORGIO MANGANELLI
“IL FUNERALE DEL PADRE”

La sera successiva è stata la volta di un autore molto frequentato e studiato da Scarlini: Giorgio Manganelli con “Il funerale del padre”, messo in scena la prima volta nel 1972 e incluso nella raccolta “Tragedie da leggere”. Il tiolo cela un racconto dai contorni surreali e divertenti, sia pur dal finale tragico, perché, è il messaggio, la morte fa parte della vita. Quello di Manganelli è un teatro di parola, riuscito quindi particolarmente bene nella versione presentata a Festivaletteratura. La parola, in Manganelli, è tutto. È essa stessa contesto e ambientazione, che rimane indefinita. Gli attori – e così è stato a Mantova – sono chiamati a condensare i personaggi nella loro espressività verbale, che diventa essa stessa un elemento scenico. Ebbe a dire lo stesso Manganelli: «non ci sono personaggi. Ci sono fantasmi, pezzi di sogno, il personaggio non esiste in quanto tale, è come un pezzetto di unghia che mi taglio». I personaggi del funerale si confondono, si sovrappongono, esistono solo in quanto entità linguistiche. A questa complessa natura dell’autore, sono stati capaci di rendere giustizia gli interpreti, soppesando adeguatamente le parole e dando ad esse consistenza tangibile.     

PAOLO POLI E IDA OMBONI
“RITA DA CASCIA”

Noi siamo infatuati di quel genio che fu Paolo Poli, per cui riteniamo che l’apice del ciclo di atti unici presentati a Festivaletteratura si sia raggiunto con “Rita da Cascia”. Pièce teatrale che l’attore, regista, scrittore e cantante fiorentino scomparso nel 2016 (lasciando un vuoto che nessuno, a parte la sorella Lucia, è stato in grado di colmare) scrisse a quattro mani con Ida Omboni, con la quale ebbe un sodalizio artistico lungo e proficuo.

Si tratta, manco a dirlo, di un testo che nei caldi anni ‘60 subì censura, non dalla Chiesa cattolica ma da un partito politico, la vecchia Democrazia Cristiana. Ci fu una interrogazione a Montecitorio, lo spettacolo fu sospeso e, quando tornò in scena, il risultato fu un blitz delle forze dell’ordine. I fatti che vennero riportati non sono univoci e oggigiorno, nelle diverse fonti, differisce perfino il nome di colui che gridò al presunto scandalo. Talune cronache dell’epoca parlano dell’arresto di Poli ancora abbigliato con il costume di scena, ossia una veste monacale.

Va a questo punto ricordato che Paolo Poli, figlio di un carabiniere, era laureato in letteratura francese e aveva affrontato sulla scena molti autori di ogni genere ed epoca prima di perfezionare uno stile proprio e inimitabile. Recitava e cantava con la sua voce inconfondibile e con un tono sempre sopra le righe che faceva apparire tutto irresistibilmente esilarante, surreale e onirico. I suoi testi, tra cui “Rita da Cascia”, erano giocosi e divertenti.

Si ravvisò il vilipendio alla religione in tempi non troppo lontani che oggigiorno paiono arcaici, assurdi e in quanto tali essi stessi comici. Poli era sì dissacrante, irriverente, spiazzante, spregiudicato, ma con leggerezza, con spirito ludico e delicata poesia. Sempre intelligente e scenicamente efficace, aveva la capacità di affondare lame interpretative taglienti con allegra spensieratezza priva di tabù. In questo, e non solo in questo, fu un precursore.

Gli attori, attentamente preparati, che a Mantova ne hanno evocato l’opera infondendovi nuova linfa, che hanno omaggiato il Maestro portandone avanti l’eredità, molto saggiamente si sono tenuti discosti dal tentativo di imitazione. La loro lettura drammatizzata ha avuto esiti più che lodevoli. Tuttavia la fortissima appartenenza autorale è stata incancellabile nella nostra mente di spettatori.

Pertanto gli interpreti, cui ripetiamo un apprezzamento sincero e meritato, ci perdoneranno (e anzi forse apprezzeranno il coinvolgimento che hanno instillato nel pubblico) se ci permettiamo di dare un consiglio ai nostri lettori: andate su Youtube. Vi si trovano diversi spezzoni e una versione integrale di “Rita da Cascia” con lo stesso Poli, le scenografie disegnate dall’immenso Lele Luzzati, i costumi della grande Santuzza Calì, le musiche del fantasioso Jaqueline Perrotin. Se non avete mai avuto la fortuna di applaudire dal vivo Paolo Poli, rimarrete folgorati. Guardate l’originale: sarà amore a prima vista.

Recensione di Maria Luisa Abate
Visto a Festivaletteratura di Mantova il 6, 7,8 settembre 2023