Recensione di Federica Giglio. Oltrepassava la materia, apriva uno sguardo rivoluzionario, liberatorio su altre dimensioni. Il docufilm ha raccontato l’intenso viaggio creativo e umano dell’artista.
Un semplice taglio su una tela ha cambiato per sempre la storia dell’arte. Un gesto netto e silenzioso, da alcuni definito scandaloso e distruttivo, con cui Lucio Fontana non distrusse l’opera d’arte, bensì, l’aprì all’infinito. Da questa intuizione è nato Lucio Fontana: The Final Cut, il documentario e l’evento che è arrivato nei cinema nei giorni 25/26/27 maggio 2026 e che ha messo in luce il volto più umano e visionario dell’artista. Tra materiali d’archivio, testimonianze di altri artisti e capolavori dei musei di tutto il mondo, il film ci ha raccontato la rivoluzione dell’arte di Fontana, l’uomo che ha aperto nuove dimensioni nelle sue tele e nelle sue opere.
Il docu-film è iniziato con calma, con una finestra aperta e silenzio in sottofondo, in netto contrasto con tutto ciò che è stato Lucio Fontana, artista che bucava le sue tele, tagliava la superficie per andare oltre; la sua arte era provocazione, non tranquillità. Il documentario si è lasciato guardare in maniera lineare, è risultato scorrevole ed emozionante. Nella pellicola, tra immagini e testimonianze, è emerso chiaramente come Fontana non volesse distruggere la pittura, ma piuttosto, liberarla.
La voce narrante di Miriam Leone ha accompagnato il pubblico fin dalle prime immagini, il film ha raccontato l’universo visionario del nostro protagonista. «Avvicinarsi a Lucio Fontana è un’esperienza spirituale, il senso di calma e di intimità che si prova osservando i suoi tagli e le sue tele bucate sono difficili da spiegare. Sono opere iconiche e senza tempo, così come era il suo autore, uno spirito dissacrante e dalla genialità senza limiti».
La nascita del “concetto spaziale”, che ha preso forma nel 1949 quando l’artista bucò con un punteruolo della carta velata, nel docu-film è stata raccontata egregiamente, portando alla luce la rivoluzione che contraddistingueva Fontana. Il film ha ricordato spesso quanto l’arte innovativa dell’artista venne sottovalutata, fu considerata scandalosa e incomprensibile; inizialmente il pubblico dell’epoca apparve contrariato dall’arte netta di Fontana. Le reazioni furono tra le più disparate: c’era chi le considerava una provocazione e uno scherzo, non comprendendo in fondo la portata della sua immaginazione e rivoluzione. Altri rimasero immediatamente spiazzati e affascinati da quelle opere così essenziali e infinite, capendo che dietro quei tagli si nascondeva una nuova idea di spazio e di libertà creativa.
Tra gli interventi più interessanti è spiccato quello dell’artista Alfredo Jaar, che ha definito l’atto di tagliare la tela «un gesto magico». Le sue parole hanno sintetizzato ciò che era il cuore del docu-film: Fontana aveva trasformato un oggetto bidimensionale in un modello tridimensionale. Jaar lo ha definito «straordinario». Se si osserva dall’esterno la tela di Fontana si rimane bloccati in superficie, ma aprendola con l’immaginazione e guardando l’interno, si vede qualcosa di molto più profondo. Anche la riflessione dell’artista Giordana Bruno ha contribuito ad approfondire questo concetto e, parlando di dimensione volumetrica, ci ha spiegato come quei buchi e quei tagli rendessero la tela non più un oggetto passivo ma una superficie attiva, viva, un corpo pulsante: «La materia non è inerte, è un oggetto attivo», ci ha raccontato la studiosa tra le immagini della pellicola.
Nel documentario non mancavano interviste d’archivio dello stesso Lucio Fontana, un momento significativo e profondo che ha approfondito la narrazione. L’artista ha raccontato con una grande lucidità di essere stato spesso definito «il pittore dei buchi e dei tagli», accogliendo quelle critiche con gentilezza ma con enorme distacco. Il protagonista ha ribadito più volte quanto per lui l’arte rappresentasse pura filosofia e libertà, mostrando come nei suoi gesti si nascondesse una riflessione ben più profonda, una ricerca di tempo, spazio e cosmo: è proprio qui che il film ha restituito a noi spettatori un ritratto di Fontana intimo, emozionante ed estremamente umano.
Nella narrazione è risultata particolarmente interessante l’attenzione che Fontana ha sempre dedicato anche ad altre sfere dell’arte. Oltre che scultore, era un grande appassionato di ceramica, che spesso è stata considerata marginale rispetto ai “tagli” dell’artista, ma la pellicola ci ha mostrato come Fontana riuscisse a superare i limiti della materia stessa, modellandola a proprio piacimento nelle sue mani, un atto di libertà assoluta.
Le opere di Fontana sono tutt’ora un grande lascito, tra le gallerie d’arte di Milano e le sale della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea a Roma, luoghi dove il tempo resta sospeso e in cui lo spettatore riesce ad andare oltre la superficie delle cose, dando uno sguardo nel profondo dell’arte.
Il docu-film, prodotto da Nexo Studios e Good Day Films in collaborazione con Intesa Sanpaolo, Gallerie d’Italia e Sky, ein collaborazione con la Fondazione Lucio Fontana, ha accompagnato gli spettatori nell’universo del genio che era Fontana tramite la narrazione. La regia di Andrea Bettinettiha contribuito alla riuscita del documentario, ha usato uno stile elegante ma non eccessivo, ha scelto di soffermarsi sui dettagli delle opere e ha lasciato che fossero le immagini a parlare. Il ritmo lento e profondo della narrazione ha restituito quella sensazione di infinito che si percepiva davanti le sue opere, mostrando il lato spirituale e più controverso dell’artista.
Il suo voler oltrepassare la materia è frutto della convinzione che l’arte possa elevarsi oltre ogni limite; i nuovi territori scoperti dall’artista con i suoi concetti spaziali portano lo spettatore in una dimensione del tutto nuova e innovativa. Fontana voleva oltrepassare la materia, elevando l’arte oltre ogni limite ha reso accessibile ciò che prima non lo era.
Recensione di Federica Giglio
Città di Roma, 27 maggio 2026
Immagine di copertina, still: Ufficio Stampa Nexo
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