Recensione di Maria Luisa Abate. Verona: felice debutto areniano del direttore James Conlon. Organici imponenti d’Orchestra, Coro, Voci bianche. Solisti Mihai Damian, Carlo Vistoli, Erin Morley.

Il ritorno dei Carmina Burana all’Arena di Verona ha costituito veramente, come annunciato, una serata-evento, per l’atteso e felice debutto nell’anfiteatro di uno dei direttori d’orchestra più quotati del panorama mondiale: James Conlon. La “cantata scenica” di Carl Orff è un must delle estati areniane ed è uno di quei monumenti musicali che richiedono in egual dose qualità e quantità, valore artistico e numeri imponenti. Questi ultimi sono stati assicurati dalle circa 400 persone impegnate tra Orchestra, Coro, Voci bianche e tecnici.

Come già ricordato su queste stesse colonne in precedenti occasioni, Carl Orff attinse ai canti goliardici dei clerici vagantes del Basso Medioevo, scoperti presso la biblioteca del monastero bavarese di Benediktbeuern (anticamente Bura Sancti Benedicti), nel Codex Latinus Monacensis 4660, o Codex Buranus. Una raccolta poetica suddivisa in 112 fogli di pergamena decorati con miniature, contenenti 228 componimenti pare tutti destinati al canto ma di cui solo 47 riportanti la traccia musicale: neumi non più comprensibili oggigiorno né all’epoca di Carl Orff. Il quale scelse 24 brani in latino, provenzale, alto tedesco medio, alcuni con termini maccheronici, inneggianti al risveglio della natura, alle gioie sfrenate della vita, all’amore fisico licenzioso.

Tra il 1935 e il 1936, sotto al titolo “Carmina Burana: Cantiones profanae. Cantoribus et choris cantandae comitantibus instrumentis atque imaginibus magicis”, Orff riadattò i testi innestandoli su una propria struttura musicale rifacentesi a canoni antichi di semplicità e di bellezza del suono e del ritmo, e all’immediatezza della comunicazione.
La cantata scenica non possiede una trama e accosta i racconti seguendo la casualità di un giro della ruota della Fortuna imperatrix mundi, celebrata nell’apertura che cita la drammaticità e imprevedibilità del fato e richiamata anche in chiusura. Le canzoni profane celebrano la Primavera, l’amore, la goliardia, il destino, sono gioiose, scherzose o sboccate, scosse da turbinose inquietudini, e comprendono pagine di estrema vivacità e oasi tranquille in repentina alternanza. Un tessuto musicale quindi di grande complessità interpretativa derivante dal mutare, tra una cantata e l’altra, di toni e ritmi, di colori e atmosfere.

La lettura di James Conlon si è basata su un approccio analitico tuttavia non freddo, consapevole dell’essere la scrittura di Orff lontana sia da strascichi tardoromantici sia dalle avanguardie novecentesche, ma piuttosto incentrata sulla riscoperta d’una ancestrale linearità del ritmo, della melodia, della parola. Il direttore newyorkese ha accentuato talune sottigliezze compositive, costruendo una architettura che presentasse omogeneità d’insieme e che racchiudesse sotto un arco narrativo unitario le singole movimentazioni ritmiche e timbriche. Dai toni descrittivi e dalle dinamiche pacate, votate alla leggerezza nelle pagine dedicate al risveglio primaverile della Natura, Conlon si è abbandonato all’ebbrezza dei seguaci di Bacco, riservando la potenza e una certa appropriata ruvidezza alla ruota della Fortuna imperatrix mundi, bissata al termine a grande richiesta. La direzione di Conlon era protesa verso una drammaticità declinata in modi confacenti, leggiadri e delicati oppure vivaci e mordaci, sempre con estrema misura, con turbolenza assai controllata in quanto non finalizzata alla ricerca del semplice effetto esteriore bensì incentrata sulla sostanza, sulla matrice generativa dei contenuti.

In ciò, seguito con esiti sontuosi sia dall’Orchestra areniana, a ranghi completi e più che esperta sul titolo, sia dal Coro areniano, numericamente imponente, chiamato da Orff a fare la parte del leone grazie alla meticolosa preparazione di Roberto Gabbiani, attento a ogni risvolto interpretativo, grande e piccolo (sono proprio i particolari a fare la differenza!). Altrettanto basilari e non privi di molteplici e insidiose difficoltà ben superate, gli interventi dei tre Cori di voci bianche: alle neonate Voci Bianche dell’Arena si sono aggiunte le storiche formazioni A.Li.Ve e A.d’A.Mus, meticolosamente istruite rispettivamente da Paolo Facincani ed Elisabetta Zucca.

Giovani e d’eccezione i tre solisti, iniziando da colui al quale Orff ha riservato la parte più corposa, di “cerimoniere” di questo mastodontico inno alla vita: il baritono romeno Mihai Damian, del quale in questa stessa Stagione avevamo già avuto modo di apprezzare la bellezza della voce e la lucentezza del timbro, il fraseggio assai curato ed espressivo, l’emissione salda e potente e, non ultimo, il temperamento di volta in volta adeguato, emerso sia nelle pagine “assolate” immerse nella Natura sia nelle buie taverne dove risuonano canti inneggianti al gioco e alle gioie del bere e del mangiare. Carlo Vistoli, contraltista dalla voce naturale (non artefatta) da falsettista, dall’emissione aggraziata e ben proiettata, era al debutto in Arena nell’ironico addio alla vita del cigno che dopo aver sguazzato beato in un laghetto finisce arrostito. Erin Morley ha incarnato le sfaccettature femminee della dolcezza, dell’amore e della sensualità con voce accuratamente rifinita, pulita e ben proiettata, acuti svettanti; pur nei suoi brevi interventi abbiamo apprezzato, del soprano statunitense, i colori, il fraseggio e una musicalità “italiana”.   

Unica nota un poco più modesta ha riguardato la cornice visiva. Accantonate le spettacolari autentiche fiammate viste anni or sono, o i datati elementi di scenografia, si è tornati a uno snello gioco di luci, lontano dalle “immaginibus magicis”, le immagini magiche indicate da Orff: dal rosso circolo rotante proiettato sulle gradinate a evocare la Ruota della Fortuna, all’ingenuo prato verde a fiorelloni ad accompagnare i momenti bucolici. Più efficace, a parer nostro, il minimalismo chic, da light-art, dato dai colori sprigionati dalle sole “bocche” di accesso alla gradinata posteriore. Tutto bello, ma qualcosa in più non avrebbe guastato.

Benché i Carmina Burana in versione sinfonica siano l’indiscusso capolavoro di Orff, entrato nell’immaginario collettivo del Novecento e del Duemila, avanziamo rispettosamente l’auspicio, la speranza, che l’Arena di Verona possa in futuro proporli in forma scenica. E soprattutto, essendo tra i pochi teatri al mondo che potrebbe arrischiare un progetto titanico, sogniamo possa forse prima o poi regalarci l’intero trittico dei “Trionfi” di Orff, comprendente anche i Catulli Carmina (riferiti al poeta romano Catullo che aveva una villa sul vicino Lago di Garda, anche se non i ruderi che gli sono attribuiti, e al quale è intitolato l’aeroporto cittadino) e il Trionfo di Afrodite (pure ispirato a versi di Catullo, oltre che di Saffo e di Euripide, che debuttò nel 53 alla Scala sotto la direzione di Karajan).

Il successo dei Carmina Burana è destinato a rinnovarsi all’Arena di Verona la prossima estate, il 29 agosto 2027. Intanto prosegue fino ai primi di settembre 2026 la programmazione d’opera, arricchita da due spettacoli immersivi dedicati a Vivaldi e Paganini, e due date del balletto “Zorba il greco” al Teatro Romano.  

Recensione di Maria Luisa Abate
Arena di Verona 13 agosto 2026
© Ennevi Foto per gentile concessione di Fondazione Arena di Verona

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