Di Enrico Cerasi. Matteo 20: Parabola dei lavoratori delle diverse ore.

“Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa il quale, sul far del giorno, uscì a prendere a giornata degli uomini per lavorare la sua vigna”.

Se questo è il regno di Dio, difficile pensare a un paragone più sconveniente. Quando preghiamo: “Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno…”, dobbiamo dunque invocare l’attivo di un latifondista che assuma i lavoratori a giornata? Lavoratori senza protezioni sindacali, senza coperture previdenziali. Senza giustizia. Lasciati in balia dell’arbitrio d’un ricco possidente terriero.

Oggi spereremmo d’esserci lasciati alle spalle una simile situazione, benché ancor troppo diffusa non solo nei paesi del Sud del mondo ma nella stessa Italia. Vorremmo pensare a rapporti di lavoro fondati sulla pari dignità delle parti in causa. Vorremmo che la diseguaglianza economica sia mitigata dal rispetto della dignità di ogni persona. Invece Gesù paragona il regno dei cieli a un ricco latifondista che assume a giornata dei lavoratori per il suo campo.

Del resto, l’ingiustizia è dissimulata da una patina di giustizia. Il latifondista concorda con i lavoratori la paga giornaliera. Formalmente, non sono degli schiavi ma degli uomini liberi, che liberamente accettano la paga proposta per il loro lavoro. Il contratto, sia pure solo informale e non scritto, dà la parvenza che tutto si svolga liberamente e dunque, in qualche modo, pariteticamente. I lavoratori faranno ciò che è stato loro chiesto e il padrone, alla fine della giornata, corrisponderà loro la paga pattuita. Se ci manteniamo alla forma, non c’è molto da contestare.

È questa la nostra idea di giustizia? Dare a ciascuno quanto si è pattuito? Ripagare il lavoro compiuto secondo quanto previsto dal contratto?  E se il regno di Dio è il regno della giustizia, sarà simile a questa prassi umana? Ne sarà la sanzione eterna?  Do ut des – ti do in proporzione a quanto ho da te ricevuto. Probabilmente, nei rapporti sociali questa legge è inevitabile. Come potremmo regolarci tra di noi, come potremmo intenderci, come potremmo anche solo convivere se non presupponessimo questa legge generale? Avremo dagli altri in proporzione a quanto abbiamo dato a nostra volta. Questo vale nei più campi più svariati. Le pensioni, ad esempio. La mia pensione corrisponderà, più o meno, a quanto ho contribuito negli anni di lavoro al sistema pensionistico. Vale nei rapporti di lavoro. Vale anche a scuola, nella misura in cui lo studente si aspetta un voto più o meno corrispondente al suo impegno. Addirittura, una simile legge sembra valere anche nei rapporti interpersonali. Ad esempio, nei rapporti di amicizia ma anche coniugali. Quello che ho fatto per te mi deve essere dato in cambio. Ti ho assistito – e tu mi assisterai. Ti ho fatto un regalo – e tu me ne farai a tua volta un altro.

Probabilmente, non è nemmeno immaginabile una forma diversa di giustizia, se non altro perché è senza dubbio ingiusto comportarsi diversamente. Ad esempio, ricevere qualcosa senza aver dato nulla in cambio assomiglia molto all’appropriazione indebita. Perché che cos’è il furto se non ottenere dall’altro dei benefici senza avergli nulla dato in cambio?  Ovvero, al limite, ricevere dall’altro una somma molto maggiore a quanto gli si è corrisposto, come ad es. nel caso dell’usura o anche del prestito bancario? Se tutto questo è certamente ingiusto, va da sé che la giustizia sia la situazione esattamente speculare: Do ut des, ricevere in misura proporzionale a ciò che si è dato.

Tutto ciò che così iscritto nel nostro modo di pensare che ci sembra ovvio pensare che questa sia anche la legge del regno di Dio. Meglio ancora: che nel regno di Dio varrà in modo perfetto una legge che qui da noi, sulla terra, è vera solo fino a un certo punto, perché a ben vedere quasi nessuno di noi riceve in misura del tutto proporzionale a ciò che ha dato. Coloro che godono di ingenti patrimoni quasi certamente hanno ricevuto ben più di quanto hanno dato, mentre la stragrande maggioranza del mondo ha ricevuto molto meno di quanto abbia dato. Da noi la giustizia è solo, come si direbbe, un “ideale regolativo”, ossia un’idea mai pienamente attuata che però ci indica la direzione verso cui procedere, mentre in Dio essa è perfettamente reale. O per lo meno lo dobbiamo sperare.

Ma lo dobbiamo davvero sperare? Gli studiosi hanno notato che quando Gesù afferma: “Il regno di Dio è simile a” ecc., non sta paragonando il regno al personaggio che subito viene nominato ma all’intreccio della parabola. Gesù non paragona quasi mai il regno a una persona specifica ma a una situazione ovvero alla storia raccontata nella parabola. Questo è vero soprattutto nel nostro caso. Perché alla giustizia intesa come “dare//avere” presto subentra qualcosa di nuovo, che in verità la decostruisce radicalmente. Ricordiamolo brevemente. Il latifondista assume all’alba alcuni braccianti concordando il prezzo della giornata lavorativa. Ma in seguito esce altre volte (all’ora sterza, alla sesta, alla nona e infine all’undicesima) per assumerne altri.

Il punto non è domandarsi come mai il latifondista non li abbia assunti tutti subito, come pure alcuni studiosi si sono chiesti. Non si era accorto che i lavoratori assunti alla prima ora non erano sufficienti per svolgere la mole del lavoro necessaria? Ma è chiaro che non è su questa “insipienza” del padrone che verte la parabola. Il punto centrale è spostato alla fine della giornata, quando il padrone raccoglie tutti i lavoratori per corrispondere loro la paga della giornata. Naturalmente, ci si aspetta che valga la legge della giustizia che prima abbiamo descritto. Per cui, quando il padrone corrisponde ai lavoratori dell’ultima ora la paga concordata con i primi, questi ultimi si aspettano che a loro sarà data una paga assai maggiore, almeno di dieci denari. Invece, come sappiamo, anche loro – i lavoratori della prima ora – riceveranno la paga di un denaro, esattamente come gli ultimi.

Ma che razza di giustizia è questa, chiedono? Giustizia, lo abbiamo detto, è dare in proporzione a quanto si è ricevuto. Non si può dare lo stesso a chi ha dato in misura del tutto diseguale. È ingiusto. È come se un insegnante desse 10 a chi ha risposto a tutte le domande del compito e a chi ha risposto soltanto ad una. Sarebbe assolutamente ingiusto.

E infatti siamo d’accordo. Un comportamento del genere non è giusto. Ma dobbiamo essere più radicali e porci la seguente domanda: il comportamento descritto dalla parabola va oltre la giustizia, o la distrugge, sostituendola con un principio ad essa del tutto opposto?

Osserverei in primo luogo che la parabola narra di una conversione dello stesso padrone della vigna. Non viene detto in modo esplicito, ma mi sembra implicito nel racconto. Alla prima ora decide di assumere un certo numero di lavoratori, concordando con loro il “giusto” salario. Ma più passano le ore, più si accorge che i lavoratori ingaggiati non sono sufficienti. Va in cerca di altri. Ma non offre loro un salario proporzionato alle ore che rimanevano, ma offre loro sempre la stessa somma. Come dice alla fine, decide di non essere “giusto”, ma d’esser “buono”. Il suo comportamento passa dunque dalla giustizia alla bontà, potremmo dire alla grazia.

È forse questo che scandalizza i lavoratori della prima ora. Che il padrone si comporti in modo imprevisto. In un modo che non era stato pattuito all’inizio. La bontà, la gratuità, la grazia, era qualcosa che non era stato messo in conto. Essi erano abituati a ragionare solo in termini di giustizia, e il cambiamento è per loro inaccettabile.

Possiamo capirli, perché sarebbe così anche per noi. Siamo tutti persone oneste, che si sono guadagnatela vita con il proprio lavoro. Abbiamo studiato, lavorato, senza mai chiedere alcun privilegio. Perché è questa la nostra concezione del mondo. Ci si deve guadagnare la vita. Si deve aver meritato ciò che si ha. Non guardiamo con simpatia a coloro che abbiamo ricevuto tutto gratuitamente, per mero privilegio.

E in un certo senso avremmo ragione. Non è facile e forse nemmeno salutare abbandonare il nostro concetto di giustizia quale giusta retribuzione di ciò che si è compiuto. Tutta la nostra visione del mondo e di noi stessi crollerebbe. Che chi non ha mai fatto nulla abbia tanto o più di noi, può capitare, ma non può essere “giusto”. Non può avere una giustificazione morale. Il privilegio immeritato accade ma è immorale e dunque inaccettabile, almeno in linea di principio. Ed è giusto e inevitabile che sia così.

 Lo era anche per Dio, quando ha creato il mondo e ha prescritto agli uomini una legge come condizione per meritare di viverci. Dapprima ad Adamo ed Eva, poi a Noè, poi ancora a Mosè. Leggi giuste. Meglio ancora: leggi che ci hanno rivelato che cos’è la giustizia. “Onora il padre e la madre”. “Non uccidere”. “Non rubare”. “Non commettere adulterio” ecc. Rispettando queste leggi, il popolo di Israele e con esso l’umanità intera avrebbe meritato di vivere nella benedizione dell’Eterno.

Non vi sarebbe nulla da obiettare. Se non che la parabola di Gesù ci racconta che, giunta l’ultima ora, l’Eterno ha rivelato qualcosa di nuovo, di nuovissimo. Quando la storia tra Dio e gli uomini stava per giungere alla fine (la fine della giornata è una chiara metafora della fine del tempo), l’Eterno ha superato la giustizia che fino ad allora lo aveva caratterizzato. Per una ragione che il racconto non esplicita, Dio decide di agire non più sulla base della giustizia ma su quella della grazia, che rovescia completamente l’ordine precedente. Ora “gli ultimi saranno i primi e i primi ultimi”.  I primi che avevano i meriti maggiori non saranno cacciati o maledetti, ma dovranno lasciare il posto agli ultimi, a coloro che sembravano senza meriti e senza diritti, o per lo meno con meriti e diritti pressocché nulli.

Ci siamo chiesti prima se la grazia che Dio manifesta alla fine dei tempi integri o rovesci la giustizia. È difficile dare una risposta univoca. Da una parte, sembra integrarla, perché i lavoratori dell’ultima ora sono pagati quanto quelli della prima, senza che ad essi sia tolto nulla. Il padrone continua ad esser giusto con loro. La giustizia non è dunque annullata. Ma la grazia assiste coloro che, sulla base della mera giustizia, avrebbero ricevuto troppo poco per poter vivere la loro giornata. Senza che ai primi sia tolto nulla del necessario per vivere, la grazia aiuta gratuitamente coloro che altrimenti non ce l’avrebbero fatta a sopravvivere. In questo senso, la grazia integra la giustizia senza sovvertirla.

Ma per i lavoratori della prima ora si tratta di un vero e proprio sovvertimento. Per loro il fatto che gli ultimi siano pagati tanto quanto i primi non è un’integrazione ma la distruzione della giustizia. Così la pensava anche il figlio obbediente della parabola del figliol prodigo. Agli occhi dei primi, la grazia è inaccettabile, scandalosa. E Gesù, che è venuto ad annunciarla e a incarnarla, andava senz’altro eliminato per proclamato una tale sovversione.

Ma è proprio questa la tragedia. Rifiutando la grazia, i primi si condannano da sé stessi. Si escludono dal regno che Dio ha deciso di allargare a tutti, e in primo luogo agli ultimi, agli immeritevoli. Loro saranno i primi. Ma c’è il rischio che siano anche gli unici, se i primi “per merito” saranno così stolti da autoescludersi dal regno semplicemente perché non accettano la grazia di Dio.

A questo punto, tutto dipende da noi. Se ci sentiamo gli ultimi, gli immeritevoli, possiamo solo gioire per l’annuncio che ci viene fatto nella parabola e soprattutto nella vita di Gesù. Dio ha sovranamente che saremo noi i primi a entrare nel suo regno eterno. Possiamo solo ringraziarlo e lodarlo per la sua incomprensibile bontà nei nostri confronti. Ma se ci sentiamo i primi, se sentiamo di aver lavorato onestamente dalla prima ora, possiamo solo lavorare su noi stessi fino a che accoglieremo come una meravigliosa notizia che anche gli ultimi, e loro per primi, facciano parte del Regno. Se ci sentiamo i primi, gioiremo della misericordia di Dio nei confronti degli ultimi, che noi non abbiamo saputo aiutare o consolare. In ogni caso, dunque, che siamo gli ultimi o i primi, possiamo solo lodare Dio per la grazia che ha messo in atto in Gesù Cristo.

Riflessione di Enrico Cerasi
Professore Associato di Filosofia teoretica
Università telematica Pegaso
Facoltà di Scienze umanistiche
Scienze umane
Responsabile dei corsi di Filosofia del linguaggio e della comunicazione
Filosofia dei legami sociali
Filosofia della religione

Settembre 2026

Immagine: Hofer Heinrich Lohe, Parabola dei lavoratori nella vigna, circa 1688/89,
Dettaglio (particolare) dal soffitto a cassettoni dell’Hospitalkirche Hof, in Baviera
https://www.hospitalkirche-hof.de
Immagine di pubblico dominio tratta da Wikipedia

AVVERTENZA
È fatto divieto a giornali e blog di pubblicare integralmente o parzialmente questo articolo o utilizzarne i contenuti originali senza autorizzazione espressa scritta della testata giornalistica DeArtes
(
direttore@deartes.cloud).
La divulgazione è sempre consentita, liberamente e gratuitamente sui rispettivi canali, a Teatri, Festival, Musei, Enti, Fondazioni, Associazioni ecc. che organizzano od ospitano gli eventi, oltre agli Artisti e agli Autori direttamente interessati.
Grazie se condividerete questo articolo sui social, indicando per cortesia il nome della testata giornalistica DeArtes e il nome dell’Autore.

Page Links: 3537, 1112, 7441, 16359, 29434, 31168, 12386, 14430, 4144, 42580, 18508, 31026, 19403, 18736, 48169, 4134, 5460, 2406, 21694, 18814, 14331, 44225, 34165, 26159, 9329, 34992, 24865, 5083, 14311, 14658, 45401, 36704, 41047, 577, 15284, 34105, 40023, 4350, 21557, 7449, 30046, 26283, 23232, 31825, 46339, 28819, 23759, 27766, 38134, 20431