Recensione di Riccardo Raccuglia. Milano, Palazzo Reale: l’esposizione dedicata alla saga familiare dei Brueghel, protagonisti tra XVI e XVII nel nord-Europa, riflette sia sull’eredità artistica, che sulle dinamiche di produzione e committenza.
Tutto comincia da Pieter, il Vecchio naturalmente. Seppur associamo a questo nome paesaggi ancestrali e crudezza di contenuti, anche il capostipite olandese è un geniale mediatore, che oscilla abilmente tra lo spirito minuzioso dei fratelli Van Eyck e le atmosfere allucinate di Hieronymus Bosch. La sua innovatività sta anche nell’enorme successo del modello di bottega, che oltre a ospitare i figli, Pieter il Giovane e Jan il Vecchio, accoglie copisti e collaboratori, così da rispondere a una richiesta di mercato sempre più ampia e stereotipata, proveniente dalla borghesia più agiata delle Fiandre.
La mostra si pone programmaticamente in continuità con quelle dedicate, rispettivamente nel 2018 e nel 2021 da Palazzo Reale, ad Albrecht Dürer e proprio a Bosch. Le esposizioni sono ben giustificate dalle esperienze degli stessi artisti maturate in Italia e a Milano, osservazione valida anche per la famiglia dei Brueghel, in particolare per Pieter il Vecchio e Jan il Vecchio, chiamati dai prestigiosi committenti del vecchio continente. È bene specificare che questa contingenza è ben giustificata da una comunanza intellettuale che attraversò tra Cinquecento e Seicento tutta l’Europa, da Napoli, a Roma, fino a Bruxelles, sebbene i risultati estetici siano così diversi tra loro. Stupisce sempre, infatti, come accanto al modello rinascimentale tosco-romano, fondato sull’impostazione prospettica e sulla ricerca della grazia, coesista l’esperienza moderna nordica, caratterizzata da uno spirito espressivo più cronachistico che moraleggiante, dall’interesse verso i dettagli della vita quotidiana, piuttosto che ai grandi valori etici dell’umanità.
Ebbene, pur constatando questa splendida biforcazione estetica e di gusto, come tutte le storie, o meglio le Storie dell’Arte, esse sono destinate a riconciliarsi, in particolare nel Seicento, il cui protagonista, nel caso della nostra dinastia, è Jan il Vecchio, viaggiatore insaziabile, sperimentatore, il cui ingegno è impregnato di gusto compositivo e cromatico italiano, in particolare veneto, sebbene rimanga fiammingo l’approccio descrittivo ai contenuti rappresentati. Anticipo già il primo grande merito della mostra: mentre guardiamo opere di artisti stranieri, capiamo in modo abbastanza agevole perché esse parlano anche di noi, e non solo di terre lontane, innevate e arricchite.
Cosa si propone la mostra? Intanto, come già detto, la continuità con le mostre passate, operazione giusta e raffinata. In secondo luogo, lo sviluppo della pratica di bottega, intesa in termini più imprenditoriali rispetto al nostro coevo modello italiano. Soprattutto con il lavoro della seconda generazione, come una certa tradizione d’impresa ci insegna, il successo del prodotto di estrema qualità del padre si espande in modo capillare, su cui si appone anche il prestigio della firma, meccanismo molto familiare alla contemporaneità. Prima che uno splendido paesaggio, quell’opera è un Brueghel, un prodotto desiderato e riconosciuto, oggetto di ammirazione e anche invidia.
La macchina del “brand” Brueghel, che si “europeizza” in “Bruegel”, sostiene un ritmo quasi fordiano della produzione di opere, soprattutto nella diversificazione del prodotto. Ecco il terzo punto: dimostrare l’enorme contributo della famiglia alla diversificazione dei generi artistici, come si intendono nel Seicento e nella Storia dell’Arte successiva, in scene di genere, nature morte, paesaggi, ritratti. Non che non fossero mai stati codificati prima: per esempio l’impulso della tradizione veneziana del Cinquecento al genere del paesaggio come rappresentazione autonoma della natura è innegabile. Eppure, i Brueghel, soprattutto di seconda generazione, non si limitano a questo: definiscono i sottogeneri, quali il paesaggio innevato, quello marino, quello in tempesta. E poi le nature morte: splendide ed eteree, quanto malinconiche. Questa scomposizione dei generi, e quindi la relativa adozione di scomparti di produzione artistica, è quanto di più colpisce della mostra, il punto focale dell’eredità della famiglia.

A questo punto le scelte espositive: quali opere sono state scelte? E con quale criterio sono state ordinate?
Iniziamo col dire che il criterio espositivo scelto è quello cronologico classico. Si parte però subito con Pieter Brueghel il Giovane, attraverso cui filtrano i geniali modelli del padre, senza particolari innovazioni rispetto al secolo che viveva, ovvero il XVII. Il grande assente della mostra è quindi il padre, ma è risaputo che la figura più discussa è sempre quella assente. Si procede quindi con un accostamento alla coeva produzione dell’Europa meridionale, l’Italia e la Spagna. Pertinente il riferimento al modello produttivo dei Bassano a Venezia, simile a quello dei Brueghel, sebbene non perfettamente adeso alla poetica del quotidiano fiamminga. Si procede con le intuizioni del secondogenito, il più estroso Jan il Vecchio, che non disdegna composizioni e tratti del nostro Rinascimento insieme alle novità introdotte da Rubens, con cui aveva collaborato il padre. Qui la mostra riceve un’impennata: lo shock tra l’acume descrittivo del fratello e la densità espressiva di Jan il Vecchio appassiona e incuriosisce. Chiude la mostra una selezione di splendide nature morte e un’opera eccezionale, ovvero l’Allegoria della Pittura, di Jan Brueghel il Giovane, figlio di Jan il Vecchio, appartenente alla terza generazione. Una profonda riflessione metapittorica sulla tradizione di famiglia, in cui viene il ritratto dello stesso nonno, Pieter il Vecchio, che non poté mai conoscere, viene accostato ai grandi del Rinascimento italiano, quali Raffaello e Michelangelo. Il linguaggio è diverso, la retorica celebrativa della bottega familiare si ispira ancor più ai modelli internazionali del Seicento europeo, eppure permane l’orgoglio di quella famiglia olandese che, attraverso la decodificazione dell’esistente, consegna all’umanità degli aneddoti universali e senza tempo, dove i protagonisti sono uomo e natura, alleati nella parentesi della storia degli ultimi secoli. È questa l’opera più emozionante e commovente, che ci congeda dall’universo dei boschi innevati olandesi, dei contadini dediti al lavoro, delle brughiere e dei laghi nordici.
Cosa ci rimane appena superata la soglia? Tutti gli obbiettivi sono stati raggiunti? L’ambizione di ascrivere ai Brueghel la suddivisione dell’arte in generi specifici è si presente, ma non perfettamente compiuta. Mi sono chiesto sin dall’inizio perché impostare la mostra secondo la classica scansione cronologica, invece di utilizzare un più coraggioso criterio per generi, così come si trattasse di una collezione privata, piuttosto che di un classico percorso museale. Ragioni di accessibilità del grande pubblico? Eppure, quella sala dedicata alle nature morte è tanto poetica quanto immediata. Certo, non sono da sottovalutare questioni legate all’assetto delle sale o alla disponibilità di prestiti.
Il neo inevitabilmente è stata l’assenza dell’opera principe, almeno per come è impostata la mostra. Si tratta dei Proverbi, epopea del notorio pragmatismo nord-europeo, in cui Pieter il Giovane descrive, su un probabile modello paterno, più di cento proverbi popolari in uno scenario tanto assurdo quanto affascinante. Un trattato di antropologia culturale, cui sono dedicate nell’esposizione anche spazi multimediali con la spiegazione dei vari proverbi. Peccato che l’opera arriverà solamente il 19 ottobre, poiché ancora occupata presso un’altra esposizione in città, che chiuderà appunto il 18 ottobre. Da cosa è dipesa questa scelta? Agli appassionati manca una parte considerevole dell’esperienza della mostra.
Ultimo appunto all’illuminazione, che segue le tendenze di buona parte delle esposizioni più recenti: la luce è drammatica, talvolta aggressiva, e certamente premia l’ipnotica ricerca iconografica degli olandesi, ma durante la visita risulta stancante e talvolta oppressiva rispetto alle opere esposte. Un’illuminazione più soffusa avrebbe permesso ai fruitori di godersi le opere con maggior agio, magari in modo meno emozionante, ma sicuramente dispensandoli da un ulteriore sforzo, favorendo lo studio minuzioso dei dettagli delle opere.
Esce vittorioso Jan il Vecchio, considerato in questa mostra come mai prima d’ora probabilmente. Alla fine, è prevalsa l’anima italiana, vecelliana che è in noi. Ma di questo non ci addoloriamo: in fin dei conti, le Storie dell’Arte manterranno sempre vivo quell’ineluttabile retrogusto italiano.
Altre immagini, vedi annuncio qui
Recensione di Riccardo Raccuglia
Milano, ottobre 2026
Foto allestimento: Sofia Brogi
AVVERTENZA
È fatto divieto a giornali e blog di pubblicare integralmente o parzialmente questo articolo o utilizzarne i contenuti originali senza autorizzazione espressa scritta della testata giornalistica DeArtes (direttore@deartes.cloud).
La divulgazione è sempre consentita, liberamente e gratuitamente sui rispettivi canali, a Teatri, Festival, Musei, Enti, Fondazioni, Associazioni ecc. che organizzano od ospitano gli eventi, oltre agli Artisti e agli Autori direttamente interessati.
Grazie se condividerete questo articolo sui social, indicando per cortesia il nome della testata giornalistica DeArtes e il nome dell’Autore.
I BRUEGHEL. LE ORIGINI DEI GENERI PITTORICI IN EUROPA
29 settembre 2026 – 31 gennaio 2027
Palazzo Reale
Piazza Duomo 12 – 20121 Milano
Info e prenotazioni Tel. 0254912 (lun – ven 9:00 – 18:00)
Singoli: helpdesk.24ore@vivaticket.com
Gruppi e scuole: ufficiogruppi.24ore@vivaticket.com
www.palazzorealemilano.it | www.mostraibrueghelmilano.it
https://www.facebook.com/palazzorealemilano
https://www.instagram.com/palazzorealemilano

