Recensione di Enrico Presti. Maggio Musicale Fiorentino: sapiente direzione di Thomas Guggeis, il cast supera le asperità canore, cinematografico il ritmo registico di Hyemi Shin.

È la partitura a dettare la legge del dramma e, nella recita conclusiva del 3 ottobre, il Wozzeck di Alban Berg ha trovato una veste musicale e vocale di sfolgorante perfezione. A quasi trent’anni dall’ultimo allestimento fiorentino di Zubin Mehta, il capolavoro espressionista della Seconda Scuola di Vienna è tornato sul palcoscenico della Sala Grande del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino per dimostrare come la sua complessa ‘mistica musicale’ non sia un astratto gioco matematico, bensì lo specchio vivo e vibrante della sofferenza umana. Un’opera nata dalle umiliazioni subite da Berg durante la guerra, che trasforma la miseria dell’ultimo degli ultimi in un’esperienza sonora totalizzante.

Il fulcro assoluto di questo successo è la direzione del giovanissimo Thomas Guggeis. Salito sul podio la sera precedente per sostituire trionfalmente Mehta nella monumentale Seconda Sinfonia di Mahler, Guggeis ha concesso il bis con una lettura del Wozzeck monumentale. Il direttore ha saputo governare con polso inflessibile la rigorosa architettura formale della partitura, rispettando millimetricamente i tempi e le strutture delle quindici scene in cui Berg ha sapientemente intessuto forme storiche come la passacaglia, il valzer, la marcia e l’intermezzo.

Sotto la bacchetta di Guggeis, l’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino ha offerto una prova superba per compattezza e trasparenza. La scelta di eseguire l’opera senza soluzione di continuità ha esaltato la tenuta drammatica del racconto, valorizzando gli stupendi episodi orchestrali che intercalano i quadri. L’orchestra del Maggio Musicale Fiorentino ha restituito sonorità di trasparente e misteriosa magia, alternando la violenza acustica dei momenti più brutali – come l’ostinato dei timpani che accompagna la tragica fine di Marie – a squarci di sottile lirismo. Le atmosfere trasfigurate evocate da Guggeis guardano direttamente alle sinfonie di Gustav Mahler, alla cui vedova Alma l’opera è storicamente dedicata, e restituiscono la profonda urgenza comunicativa di un ordito musicale che non si incrina mai.

Sul fronte vocale, i protagonisti hanno offerto interpretazioni straordinarie, capaci di padroneggiare le spietate asperità del canto berghiano, costantemente in bilico tra melodia e Sprechgesang. Wolfgang Koch ha prestato al protagonista una voce granitica e flessibile, capace di scendere nei meandri della follia e del dolore. Il suo Wozzeck è un automa schiacciato dal bullismo dei commilitoni, e la sua aderenza drammatica ha reso palpabile la sottomissione psicologica prima che fisica. Anja Kampe (Marie) ha affrontato il ruolo con una vocalità magnetica ed espressiva, eccellendo sia nei rari momenti di tenerezza materna sia nella disperata sottomissione alle lusinghe del Tamburmaggiore. La sua performance ha conferito al dramma del femminicidio una forza tragica di sconvolgente attualità. Straordinario il Capitano di Wolfgang Ablinger-Sperrhacke, nevrotico e tagliente nei suoi gesti equivoci, così come il Dottore cinico e stentoreo di Clive Bayley, grottesco e terrificante quando scopre il cadavere urlando “Meine Theorie!”. Il Tamburmaggiore di Ian Koziara ha completato il quadro con una presenza vocale e scenica imponente e brutale. Impeccabili, infine, gli interventi del Coro del Maggio diretto da Lorenzo Fratini e del Coro di voci bianche dell’Accademia del Maggio Musicale Fiorentino guidato da Sara Matteucci, perfetti nell’evocare quella massa umana indurita e indifferente che fa da sfondo alla tragedia.

Attorno a questa intelaiatura sonora eccezionale si è sviluppato l’allestimento dal ritmo cinematografico firmato da Hyemi Shin per le scene e valorizzato dal disegno luci di Adam Silverman. Le scene mobili si riorganizzano rapide sotto un telo candido, con velature e trasparenze che creano vere e proprie dissolvenze incrociate tra i quadri. La scenografia oscilla tra il realismo crudo dell’orinatoio pubblico iniziale (dove si intravede la sottomissione forzata del protagonista) e le deformazioni surreali di sei abeti sospesi nel vuoto e di una grande luna sanguigna. L’azione visiva asseconda costantemente le cromìe della partitura: lo studio del Dottore diventa un’infermeria-obitorio dove i pannelli gialli e rossastri citano Kandinskij, pronti a scivolare in gradazioni ocra e luminescenti durante il caos ritmico della taverna o gli esercizi in palestra del Capitano.

Questa memorabile esecuzione si inserisce nella storica linea di amore che l’Italia nutre per Berg. Se la prima italiana risale al 1942 al Teatro Costanzi di Roma sotto il regime fascista (la direzione fu affidata a Tullio Serafin), fu la storica lettura di Claudio Abbado alla Scala nel 1977 – unita allo spazio sghembo di Ronconi e Aulenti – a rompere definitivamente il tetto di cristallo con il grande pubblico. Una dedizione intellettuale portata avanti in Italia da figure rigorose come la studiosa Anna Maria Morazzoni, recentemente scomparsa, i cui testi (integrati da Michele Girardi nel volume Suite lirica) ricordano l’istintiva simpatia di Berg per l’anima tormentata di Wozzeck.

L’allestimento si chiude con l’orchestra che accompagna l’ultimo, raggelante trauma: sulla barriera di lamiera compare la scritta in tedesco «Tua madre è morta». Una chiusura da ‘Berlino anno zero’ (film di Roberto Rossellini) che sigilla una recita indimenticabile, dove la direzione di Guggeis e le voci dei protagonisti hanno saputo elevare la partitura di Berg a indiscusso e spietato motore del dramma.

Recensione di Enrico Presti
Maggio Musicale Fiorentino 3 ottobre 2026
Foto Michele Monasta

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