Recensione di Diego Tripodi. Bologna Festival: il suono ‘nordico’ di Opus 13 ha tenuto a battesimo il ‘Notturno’ di Matteo Franceschini in prima esecuzione assoluta.
Nella lettera del 29 ottobre del 1928 che Bartók scrive al direttore ungaro-americano Frigyes Reiner, leggiamo di come la notizia di un premio di ben 6000 dollari susciti nel compositore, sempre arrabattato in mille progetti e sempre in stato di necessità, un vivo compiacimento, che tuttavia non sottrae il racconto alla consueta sottile ironia. Era accaduto che la Philadelphia Music Found Society premiasse il suo Terzo Quartetto, scritto appena un anno prima sull’onda dell’interesse nato dopo l’ascolto della Suite Lirica di Berg (almeno così ha deciso la tradizione biografica dell’autore) ex -equo con altri tre colleghi, fra cui Alfredo Casella; ma Bartók la notizia l’apprendeva attraverso i giornali e per molti giorni era rimasto in uno stato di beata incertezza, nonché di cauto scetticismo e per la vittoria e per il lauto premio.
Ormai confermato il tutto, però, egli può ironicamente chiudere la lettera chiedendo: «P.S.: nel frattempo ho composto un altro quartetto […] (non è stato bandito per caso un altro concorso da qualche parte?!!)».
Lo scritto è importante per almeno due ragioni: la prima, en passant, per tastare (in modo accennato ma vividissimo) la personalità di Bartók, unione di modestia, intelligenza ed ironia; la seconda, più sostanziale, per riflettere su quanto provvide siano commissioni, concorsi e – oggi si direbbe – “callforscores”, se capaci di garantire al pubblico capolavori come il Terzo Quartetto bartokiano (e in verità, l’elenco di risultati di valore simile sarebbe fortunatamente lungo).
Naturalmente, succede ancora oggi e persino in un Paese come il nostro piuttosto disinteressato alla scrittura contemporanea (in cui fondamentalmente sopravvive giusto un sistema di pochi privilegi parrocchiali), che si abbiano prime esecuzioni promosse con intelligenza in spazi dedicati. Lo ha sempre fatto Il Nuovo l’Antico di Bologna Festival e continua a farlo nella sua versione aggiornata de Il Nuovo l’Antico l’Altrove.
Così, la sera di martedì 6 ottobre, abbiamo potuto assistere al battesimo di Notturno di Matteo Franceschini, commissionato in sodalizio con Ferrara Musica. Si tratta della seconda prova del compositore trentino nel genere quartettistico, in prima esecuzione assoluta e per l’occasione accanto al capolavoro bartokiano e al Quartetto op.18 n°3 di Beethoven, il lavoro con cui questi mosse i primi passi nel genere che avrebbe magnificato con sedici capi d’opera, in una sorta di sublimazione continua.
Protagonista era l’Opus13 Quartet, formazione scandinava con base fra Oslo e Stoccolma (i due violinisti sono norvegesi, mentre svedesi il violista e il violoncellista) che è salita sul piccolo palco dell’Oratorio di S. Filippo Neri di Bologna stringendo fra le dita, fra l’altro, strumenti di pregio: la violinista Sonoko Miriam Welde suona (in prestito) uno Stradivari del 1736, mentre il collega Edvars Erdal un violino Lorenzo Storioni del 1790 (sempre in prestito); Albin Uusijärvi una viola Christophe Landon del 2008 e Daniel Thorell un violoncello (in prestito) Giuseppe & Antonio Gagliano del 1772.
Le letture date dai quattro musicisti, pur nella grande differenza di stili e di scritture cui erano sottoposte e per la quale hanno saputo trovare soluzioni peculiari e specifiche, sottostavano tutte al gusto “alla moda” sempre più comune nella prassi esecutiva quartettistica, specie nordica, che si rivela fondamentalmente in articolazioni snelle, condotta delle parti trasparente, magrezza di suono, tecnica inappuntabile, inclinazione alla minuteria dei dettagli: un’interpretazione “a matita”, che ci ricorda, come ipotetico precedente estetico, un certo fatato mondo mendelssohniano dove tutto danza in punta di piedi.
Sarebbe tuttavia fuorviante ridurre ad una suggestione tutt’altro che esaustiva il resoconto del potenziale espresso dal quartetto durante la serata: l’Opus13 infatti non ha comunque tradito la vocazione selvaggia di tanta parte della scrittura di Bartòk, liberata nell’esatta asprezza delle sue dissonanze e rivelandone tutta la ancora straordinaria attualità; e se non si è rimasti feriti dall’onda d’urto del suono, è da imputarsi più ad un’acustica ingrata che agli sforzi degli interpreti. Au contraire, la delicatezza ha giovato all’anima più misteriosa del Terzo Quartetto, che lo possiede tanto quanto quella più scatenata.
Anche l’Allegro che apre l’Op.18 n°3 ha goduto di una bella distanza espressiva tra tenerezza e ruspante giovialità, perfettamente resa, ad esempio, nella dicotomia tra un primo tema mostrato in tutta la sua grazia di evidente ascendenza mozartiana e un secondo tema prepotentemente esploso in un fortissimo tutto beethoveniano. E se l’Andante con moto ha dimostrato che il quartetto scandinavo non è affatto allergico a spunti di più calda sensibilità, i due movimenti successivi, specialmente il famoso Presto conclusivo, hanno consentito di completare il suo identikit, portando la prova di brillantezza e solidità di concertazione, anche quando il dialogo si fa più serrato.
In mezzo ai due gioielli del repertorio, era quindi collocato Notturno, composizione che, come dichiara nel programma di sala l’autore stesso, guarda alla “libertà d’immaginazione” del Romanticismo. Diviso in tre movimenti, il quartetto è stato suonato a meraviglia dall’Opus13 Quartet, ensemble adattissimo a farsi interprete delle molte finezze tecniche ed espressive della pagina, che vive di un intrigante confronto con il passato: non si tratta tanto di pescare citazioni azzardate e massaggiarne il cuore, quanto di giocare con delle allucinazioni, con le impronte, con le scie di gesti e idee musicali passati. L’idea più vivida che ci ha lasciato il brano è quella di una macchia di colorato movimento fermata in una fotografia mossa, dietro la quale però possiamo percepire le figure.
Già il suo inizio si esalta nell’entusiasmo di sonorità da ouverture, una retorica spigliatezza che – non ce ne vogliate – ci è parsa ancora una volta mendelssohniana. Tutto in Notturno si basa su un’allusione continua a una tonalità che cerca disperatamente di evadere da una glaciazione e tutto, quindi, si gioca sul fascino di corpi che proiettano ombre distorte, in altre posizioni, in posizioni sbagliate, o corpi che non assumono più i colori giusti; o ancora, armonie che suonano giuste pur essendo sbagliate o suonano sbagliate pur essendo giuste. È tutto fatto di scorie del passato sottoposte a continui processi, quasi organici, di digestione e metamorfosi. Il primo movimento riverbera un fortunatissimo stilema cadenzale, conclusivo, chiaramente con procedimenti di allentamento; il secondo movimento, Lost in thought, è il più spregiudicato nel giocare tramite cristalli di armonici e intrusioni esplicite di lacerti melodici che, oltre al romanticissimo lied fan pensare a progressioni da barocco sacro, e non a caso, dato che la pagina assume un senso di meditazione vagamente “arvopartiana”. Infine, il terzo movimento, Pensive, mette un po’ insieme tutti questi stimoli e tutte le tecniche e ha la sua forza in un ipnotico ingolfamento e nella reiterazione sempre variata, calcata su due accordalità (il quinto e il sesto grado di una scala dispersa), anch’esse sempre completamente cangianti e minimamente variate sino alla loro definitiva consunzione.
Recensione di Diego Tripodi
Bologna, Oratorio di S. Filippo Neri, 6 ottobre 2026
Foto di Jiulia Wesely
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