Recensione di Aurélie Chaffin. Parigi, Salle Richelieu: sei chiamate alla ribalta per il dramma di Victor Hugo riletto da Julie Duclos. In dicembre al cinema.
Mettere in scena “Ruy Blas” per inaugurare la stagione 2026-2027 della Comédie-Française significa ribadire, ancora una volta e senza mezzi termini, il genio visionario di Victor Hugo. Raramente un’opera ha risuonato in modo così brillante con l’attualità; raramente, alla Comédie-Française, il pubblico ha trattenuto il fiato con tale intensità, interrogandosi sulla vicinanza dei personaggi alla nostra epoca. Un fatto sorprendente per un testo scritto da Hugo nel 1838, che fa riferimento al complesso contesto politico della Francia di Luigi Filippo. Eppure, qualcosa in questi versi, in questo intreccio, nelle emozioni che attraversano i corpi, parla oggi con una forza tale da spingere la platea della Salle Richelieu ad alzarsi all’unisono, concludendo la serata tra gli applausi scroscianti di sei entusiastiche chiamate al proscenio.
In effetti, per la riapertura della sala storica della Comédie-Française, chiusa per lavori da un anno, Clément Hervieu-Léger, amministratore generale dell’istituzione, punta in grande. Quest’opera, snodo cruciale del Romanticismo e pilastro del repertorio drammatico francese, sviluppa in modo ambizioso una vicenda articolata in cinque atti, che si dipana nell’arco di sei mesi e intreccia intrighi politici, amorosi e umani. Hugo stesso descrisse così il suo dramma: «Il tema filosofico di “Ruy Blas” è il popolo che aspira alle alte sfere; il tema umano è un uomo che ama una donna; il tema drammatico è un lacchè che ama una regina». In tal modo, egli riassume la forza dell’opera, la sua universalità, ma anche la sua complessità. Non è affatto semplice, infatti, trasformare Ruy Blas – lacchè per condizione sociale – in quel perfetto eroe romantico, intrappolato dal suo padrone, il malvagio Don Salluste, il quale sfrutta il suo amore puro e ingenuo per la regina di Spagna per trascinare tutti verso la rovina. Eppure, è proprio a questa condizione che Ruy Blas rivela tutta la sua bellezza e la sua natura senza tempo.
Il vero colpo da maestro è stato dunque affidare quest’opera a Julie Duclos, regista imprescindibile nel panorama del teatro politico degli ultimi anni. Dopo la sua brillante messa in scena di “Terrore e miseria del Terzo Reich” all’Odéon nel 2024, Julie Duclos fa il suo ingresso trionfale alla Comédie-Française con “Ruy Blas”; il palcoscenico della Salle Richelieu, fresco di restauro, difficilmente dimenticherà il suo nome. Fedele alle sue abitudini e a uno stile ormai riconoscibile, la regista attualizza il tema del dramma inserendolo in un’estetica contemporanea, che trae ispirazione dalle monarchie costituzionali europee. Se Hugo ambientò la vicenda alla corte di Spagna per criticare più efficacemente quella francese, Julie Duclos reinterpreta alla perfezione questo sottile spostamento. Pur mantenendo il contesto spagnolo, fa in modo che ogni parola e ogni verso assumano una portata universale: non viene preso di mira un regime specifico, bensì l’orgoglio umano e le dinamiche della politica internazionale odierna. L’intento politico è chiaramente dichiarato dalla regista, senza mai scadere nel grottesco o nel militante. Senza indicare colpevoli né muovere accuse dirette, invita il pubblico a interrogarsi sul mondo in cui vive, un mondo che somiglia in modo inquietante allo scenario tragico in cui si muove Ruy Blas.

La scenografia, firmata da Matthieu Sampeur, sottolinea alla perfezione questa visione universale: grazie a elementi imponenti – pareti e colonne che circondano il palcoscenico, rinchiudendovi i personaggi, prigionieri del loro sistema politico – l’azione si svolge in un’atmosfera cupa, quasi assordante, in cui le parole risuonano e vibrano per colpire con maggiore efficacia il loro bersaglio. Di atto in atto, le porzioni di parete si trasformano e si spostano sotto gli occhi dello spettatore: nessun oscuramento nasconde i tecnici che manovrano tali movimenti, come se i cambi di scena fossero parte integrante dell’intreccio. E, in un certo senso, è proprio così: questo fluire di elementi rende lo spazio quasi labirintico, confinando i personaggi – e il pubblico stesso – tra queste mura immense. Matthieu Sampeur rivela, non a caso, di essersi ispirato all’architettura monumentale dei luoghi del potere per creare un’atmosfera tragica e brutale. Ruy Blas, questo “verme di terra innamorato di una stella”, appare dunque realmente intrappolato nella sua condizione di servitore – una realtà che l’ambiente circostante gli ricorda incessantemente – mentre anche la Regina subisce il peso di questi luoghi oppressivi, arrivando a dichiarare: “Oggi sono regina. Un tempo ero libera !”.
Sebbene la regia e la scenografia reinventino, in perfetta sinergia, questo classico della letteratura francese, lo spettacolo perderebbe gran parte del suo valore senza il talento e il virtuosismo degli attori della troupe della Comédie-Française. Tutti dimostrano una padronanza assoluta dell’alessandrino, riuscendo a modernizzare un linguaggio che altrimenti potrebbe apparire datato e superato. Il lavoro di Thierry Hancisse, decano della compagnia, nel ruolo di Don Salluste è sbalorditivo: sulla sua bocca, ogni parola si trasforma in un’arma, una minaccia, un intrigo. L’alessandrino – verso nobile e dignitoso per eccellenza – sembra piegarsi al volere di questo personaggio diabolico, che manovra i fili dell’azione e gioca con gli altri personaggi come fossero marionette. Stéphane Varupenne, ormai perfettamente a suo agio con le esigenze di questo prestigioso palcoscenico, offre un’interpretazione struggente di un Ruy Blas tormentato, lacerato tra i propri ideali cavallereschi e l’umiltà della sua condizione sociale. Ne emerge la figura di un uomo schiacciato dagli ingranaggi spietati della sua epoca, la cui gloriosa tirata – il celebre “Bon appétit, Messieurs” del terzo atto – è destinata a essere presto dimenticata. Va sottolineata la scelta innovativa di Julie Duclos, che ha deciso di attualizzare questo celebre brano di bravura sostituendolo con un discorso di Victor Hugo incentrato sul progetto degli “Stati Uniti d’Europa” e sulla pace tra le nazioni. Svincolando così il personaggio dal contesto specificamente spagnolo, Julie Duclos e Stéphane Varupenne creano una parentesi di riflessione politica che non fa che accentuare l’estrema attualità del testo di Hugo.
Va inoltre sottolineata l’interpretazione ricca di carattere di Morgane Real nel ruolo della Regina di Spagna: entrata di recente a far parte di questa storica compagnia, l’attrice propone una visione forte e sincera di una sovrana profondamente umana, dotata di emozioni esplosive e di un orgoglio incrollabile. Un plauso particolare va anche al nostro beniamino, il favoloso Don César de Bazan interpretato da Sébastien Pouderoux, che gioca con i versi trasformando l’alessandrino in uno strumento umoristico di formidabile efficacia. Questo personaggio romanzesco, un cavaliere quasi del tutto svincolato dalle convenzioni sociali che imprigionano gli altri, crea una complicità con il pubblico attraverso esilaranti “a parte”, diventando ben presto il prediletto degli spettatori, che con lui ridono dell’assurdità di quei giochi di potere che egli stesso denuncia.
Non possiamo che invitarvi ad accorrere a vedere questo spettacolo: un’opera da guardare e riguardare senza moderazione, in una cornice d’eccezione che torna finalmente protagonista della scena parigina. Per chi abita troppo lontano, l’appuntamento è al cinema il 3 dicembre alle 20:10, per assistere alla trasmissione in diretta dello spettacolo in oltre 250 sale. Non capita spesso che un’istituzione così tradizionale come la Comédie-Française riesca a radicarsi tanto profondamente nel mondo contemporaneo, deliziando al contempo l’udito, la vista e lo spirito.
Recensione di Aurélie Chaffin
Parigi 19 ottobre 2026
Foto: Ruy Blas, Salle Richelieu, ottobre 2026 © Christophe Raynaud de Lage, coll. Comédie-Française.
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Presenter “Ruy Blas” pour ouvrir la saison 2026-2027 de la Comédie Française, c’est rappeler une nouvelle fois sans détour le génie visionnaire de Victor Hugo. Rarement une pièce résonna aussi brillamment avec l’actualité, rarement on retint autant son souffle au Français, s’interrogeant sur la proximité des personnages avec notre époque. Surprenant pour une pièce écrite par Hugo en 1838, faisant référence au contexte politique noueux de la France de Louis-Philippe. Pourtant, quelque chose dans ces vers, dans Cette intrigue, dans les émotions qui traversent les corps, quelque chose parle aujourd’hui suffisamment fort pour que la salle Richelieu se lève comme un seul homme, concluant bruyamment la soirée par Six rappels enthousiastes.
En effet, pour la réouverture de la salle traditionnelle de la Comédie Française, en travaux depuis un an, Clément Hervieu-Léger, administrateur général de l’établissement, voit les choses en grand. Cette pièce, tournant du romantisme et pilier du répertoire dramatique français, propose de maniere ambitieuse une histoire en cinq actes, s’étirant sur une demi-année, mêlant intrigues politiques, amoureuses et humaines. Hugo dira lui-même de sa pièce “Le sujet philosophique de Ruy Blas, c ‘est le peuple aspirant aux régions élevées ; le sujet humain, c ‘est un homme qui aime unefemme ; le sujet dramatique, c ‘est un laquais qui aime une reine. ” Ainsi il résume la force de la pièce, son universalité mais aussi sa dimculté. En effet, faire de Ruy Blas, laquais par sa condition, ce parfait héros romantique, piégé par son maître, le maléfique Don Salluste, qui se sert de son amour pur et naif pour la reine d’Espagne pour entraîner tout le monde dans sa chute, n’est point chose aisée. Ce n’est pourtant qu’ à Cette condition que Ruy Blas s ‘illustra dans toute sa beauté et son intemporalité.
Le véritable tour de maître fut donc de confier Cette pièce à Julie Duclos, metteuse en scene incontournable du théâtre politique de ces dernières années. Après sa mise en scène brillante de Grand’ peur et misère du Illème Reich, à I ‘Odéon en 2024, Julie Duclos fait avec Ruy Blas son entrée triomphante à la Comédie Française, et les planches de la salle Richelieu fraîchement rénovées ne sont pas prêtes d’oublier son nom. Selon son habitude, et le style qu’on peut désormais lui attribuer, elle actualise le sujet de 1a pièce en l’inscrivant dans une esthétique contemporaine, inspirée des monarchies constitutionnelles européennes. Hugo plaçait son intrigue à la cour d’Espagne pour mieux critiquer la cour française, et Julie Duclos réinterprète parfaitement ce déplacement subtil. Toujours dans un contexte espagnol, elle s’arrange pourtant pour que chaque mot, chaque vers ait une portée universelle, ne visant donc aucun régime en particulier, mais plutôt l’orgueil des hommes et la politique internationale actuelle. La visée politique est assumée par la metteuse en scène, sans jamais devenir grotesque ou militante. Sans pointer des responsables ou lever des accusations, elle invite le public à s’interroger sur le monde dans lequel il vit, qui ressemble de bien trop près au décor tragique dans lequel évolue Ruy Blas.

La scénographie, signée par Matthieu Sampeur, souligne parfaitement cette vision universelle : grâce à des éléments massifs, murs et colonnes qui entourent la scène, y enfermant les personnages prisonniers de leur système politique, on évolue dans une atmosphère sombre, presque assourdissante, où les mots résonnent et vibrent pour mieux atteindre leur cible. D’un acte à l’autre, les pans de murs se modulent et se déplacent, au vu et su du spectateur : aucun noir ne dissimule les techniciens qui opèrent les déplacements comme si ces changements de décor participaient à l’intrigue. Et c’est bien le cas, d’une certaine manière, tant ce mouvement fluide rend la scène presque labyrinthique, confinant les personnages et le public entre ces murs immenses. Matthieu Sampeur indique justement s’être inspiré de l’architecture monumentale des lieux de pouvoirs, pour créer une atmosphère tragique et brutale. Ruy Blas, ce “ver de terre amoureur d’une étoile”, paraitainsi réellement piégé dans sa condition de valet, qui lui est sans cesse rappelée par son environnement, tandis que la Reine soume elle aussi de ces lieux oppressants, déclarant : “Aujourd’huije suis reine. Autrefoisj’étais libre!”
Même si la mise en scene et la scénographie réinventent main dans la main ce classique de la littérature française, Cette pièce ne serait que peu de choses sans le talent et la virtuosité des comédiens de la troupe du Français, qui s’illustrent tous dans une maîtrise absolument parfaite de l’alexandrin, modernisant ce langage qui pourrait paraître vieillot et désuet. Le travail de Thierry Hancisse, doyen de la Troupe, dans le rôle de Don Salluste est époustounant : dans sa bouche, chaque mot devient une arme, une menace, une intrigue. L’alexandrin, vers noble et digne entre tous, semble se plier à la volonté de ce personnage infernal, qui se tient au cœur des manipulations et joue avec les autres rôles comme avec des marionnettes. Stéphane Varupenne, rôdé aux exigences de Cette magnifique Salle, délivre une performance poignante d’un Ruy Blas torturé et en proie à une quête identitairc melant ses valcurs chevaleresques et la petitesse de sa condition. II ressort de son interprétation un homme broyé par les rouages impitoyables de son époque, dont la tirade glorieuse, du célèbre “Bon appétit Messieurs” au troisième acte, sera vite oubliée. On peut souligner le choix innovant de Julie Duclos, de moderniser cc morceau de bravoure, en lui substituant un discours d’Hugo, mettant en avant son projet des Etats-Unis d’Europe et de paix entre les nations. Sortant alors le personnage du contexte propre à l’Espagne, Julie Duclos et Stéphane Varupenne créent une parenthèse de théorisation politique qui ne fait qu’accentuer I ‘actualité du texte d’Hugo.
II nous faut aussi souligner l’interprétation pleine de caractère de Morgane Real en tant que Reine d’Espagne : pensionnaire récente de Cette troupe ancestrale, elle impose une vision forte et sincere d’une reine profondément humaine, aux émotions explosives et à la fierté bien trempée. Un mot encore pour notre coup de cœur personnel, le fabuleux Don César de Bazan de Sébastien Pouderoux, qui jongle avec les vers et transforme l’alexandrin en outll humoristique diablement redoutable. Ce personnage romanesque, cavalier et presque complètement détaché des normes sociales qui emprisonnent les autres, nous offre sa complicité à travers des apartés hilarants, et devient vite le chouchou du spectateur qui rit avec lui de l’absurdité de jeux de pouvoir qu’il dénonce. On ne peut conclure qu’en vous encourageant à courir voir Cette création, une pièce à voir et revoir sans modération dans un cadre d’exception qui fait son grand retour dans 1a programmation parisienne.
Pour ceux qui habiteraient trop loin, rendez-vous au cinéma le 3 décembre à 20h10 pour découvrir la pièce retransmise en direct dans plus de 250 cinémas. Ce n’est pas souvent qu’une institution aussi traditionnelle que la Comédie Françalse arrive à ce point à s’ancrer dans le monde actuel, ravissant les oreilles, les yeux et l’esprit du meme coup.
Critique de Aurélie Chaffin
Paris, 19 octobre 2026
Ph: Ruy Blas, Salle Richelieu, octobre 2026 © Christophe Raynaud de Lage, coll. Comédie-Française
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