Recensione di Maria Luisa Abate. Parma, Teatro Farnese: prima esecuzione in lingua italiana e araba dell’opera contemporanea, musica Lucia Ronchetti, libretto Mohammad Al Attar .
Zenobia visse nel 200, fu la Regina di Palmira e combatté per l’indipendenza del suo popolo dall’Impero romano. Di lei abbiamo notizie dalla Historia Augusta del IV secolo dove è riportata la lettera che l’imperatore romano Aureliano le scrisse per chiederle la resa durante la riconquista dei territori in Medio Oriente. Resa fermamente rifiutata. Era una donna bellissima colta e forte che guidava i suoi soldati in battaglia e nelle campagne di conquista ma fu infine sconfitta, fatta prigioniera e portata a Roma/Tivoli dove fu esibita in catene come trofeo di guerra.
Zeina era una giovane archeologa siriana dei giorni nostri la cui storia conosciamo grazie al diario che lasciò alla figlia Leyla prima di morire. Impegnata contro le ingiustizie del governo di Bashar al-Assad e travolta dalla guerra, dopo l’uccisione del marito fu costretta a rifugiarsi in Germania.
Due donne, due epoche lontane, due mondi diversi e destini simili.
Tomaso Albinoni era un compositore vissuto a cavallo tra Sei-Settecento. A 23 anni scrisse la sua prima opera, “Zenobia, regina de’ Palmireni”, che debuttò a Venezia nel 1694, su libretto di Antonio Marchi; l’unico testo d’opera sopravvissuto alla distruzione della Biblioteca di Stato sassone di Dresda bombardata del 1945.
Lucia Ronchetti è una musicista italiana classe 1963, diplomata in Composizione e in Musica Elettronica presso il Conservatorio Santa Cecilia e laureata in Lettere e Filosofia all’Università La Sapienza di Roma.
Due contesti sociali e culturali differenti, due stili musicali divergenti e destini convergenti.
Nella zona a nord della fertile pianura emiliana sorge il Teatro Farnese, capolavoro architettonico costruito nel 1618 come teatro di corte da Ranuccio I Duca di Parma e Piacenza, distrutto nel 1944 dai bombardamenti della seconda guerra mondiale assieme a parte del complesso monumentale della Pilotta; fu ricostruito e tornò operativo nel 1965.
Nelle terre desertiche a 240 chilometri a nord-est di Damasco in Siria sorgeva la capitale del Regno indipendente di Palmira, governato dalla regina Zenobia. L’odierno sito archeologico tra il 2015 e il 2017 fu barbaramente devastato dai terroristi dell’Isis, che torturarono e decapitarono il direttore Khaled al-Asaad per non aver voluto rivelare dove aveva nascosto alcuni beni archeologici per sottrarli alla distruzione.
Due luoghi geograficamente distanti, dai destini vicini.

Il Festival Verdi nella sezione Ramificazioni, e nell’ambito di Reggio Parma Festival, ha promosso la prima esecuzione nella versione in lingua italiana e araba di “Zenobia Regina”, opera di Lucia Ronchetti nata nel 2023 su commissione della Münchener Biennale come progetto sulla migrazione contemporanea e sviluppato insieme a tre artisti siriani rifugiati a Berlino, protagonisti anche della nuova versione debuttata a Parma: Mohammad Al Attar che ha firmato il libretto, la vocalist Mais Harb e il percussionista Elias Aboud. L’idea di restituire ora il lavoro alla lingua araba – quella parlata dagli archeologici di Palmira – si deve al direttore artistico del Teatro Regio, Alessio Vlad. Ne è nata una nuova versione pubblicata da Casa Ricordi, in grado di raggiungere e affascinare pubblici diversi.
«Fares è morto!» Un grido squarcia il Teatro Farnese. Causa ufficiale del decesso: infarto. Palmira con il suo passato e il suo presente di violenza non è sullo sfondo ma è protagonista in primo piano. Pur a distanza di millenni, Zenobia e Zeina vivono in questa stessa città, ne amano la terra ma devono lasciarla: la prima catturata e deportata in Italia, l’altra trovando rifugio nell’esilio volontario in Europa.
Le parole, i suoni, i luoghi, le vite si dipanano in due fili narrativi, uno parlato e un altro musicale, intrecciati indissolubilmente tra loro. I punti di contatto aumentano col procedere dell’opera fino ad avere la percezione che il tempo abbia cessato di scorrere, che siano azzerate le distanze geografiche, che siano annientate le differenze linguistiche, araba italiana e musicale, in un continuo gioco di specchi, di rimandi, di compenetrazioni.

In questo “Teatro musicale per attrice, vocalist, mezzosoprano, ensemble vocale femminile, ensemble d’archi e percussioni” eseguito in forma di concerto scenico, Susanne Blumenthal ha diretto l’Ensemble della Filarmonica Arturo Toscanini (Mihaela Costea violino, Carmen Condur e Sara Screpis viole, Pietro Nappi e Martino Maina violoncelli, Antonio Mercurio contrabbasso) e la formazione vocale femminile Ready Made Ensemble (Paola Ronchetti, Rita Alloggia, Simona Braida, Claudia Di Carlo, Anna De Martini, Antonella Marotta) impegnati nella partitura di Lucia Ronchetti che presenta parti ispirate alla tradizione popolare siriana in alternanza a stralci rielaborati tratti dall’opera seicentesca di Albinoni.
Blumenthal si è rivelata attenta a bilanciare i volumi di strumenti e voci nonché a rispettare gli sbalzi e i contrasti dinamici di un tessuto variegato, complesso e per nulla facile, presentante pagine articolate e altre disarticolate, assonanze e dissonanze, che hanno reso necessario ri-tarare incessantemente il fraseggio per mantenere alta la tensione emotiva. Il gesto direttoriale era estremamente preciso, soprattutto negli attacchi e nel seguire gli improvvisi cambi di tempi, insidiosi e spesso irregolari come accade nel jazz. L’ensemble orchestrale ha egregiamente svolto il compito di porre in correlazione mondi musicali profondamente diversi, giostrando con abilità tra stili e generi e mantenendo omogeneità drammaturgica. Di grande suggestione, evocativa anche dal punto di vista visivo, le battute che gli archi hanno eseguito frapponendo dei veli bianchi di tulle tra le corde e gli archetti. Il Coro, tra cui sono spiccati interventi solistici, ha svolto un ruolo interlocutorio cantato complementare alla narrazione che ci pare di poter assimilare a quello rivestito nelle commedie classiche dal “coro” greco (non canoro), dando voce alle donne di ieri e di oggi e anche alla città stessa di Palmira, di cui ha riverberato gli echi di sofferenza.

Con funzione sia musicale sia di ulteriore soggetto narrante, Elias Aboud ha declinato in ambito percussivo il ruolo che Albinoni aveva affidato al “continuo”, con un lavorio di dita rapidissimo, agendo sul centro o sui bordi dello strumento per ricavarne infinite modulazioni timbriche.
Il soprano Alice Rossi e la vocalist Mais Harb hanno prestato l’una una voce impostata e dal timbro caldo, l’altra una vocalità libera fatta prevalentemente di gorgheggi o di suoni graffianti, a Zenobia e a Zeina, collocando nel passato e nel presente lamenti di paura e di speranza, grida di disperazione e di resilienza, slanci d’amor di patria e malinconie della memoria. Le due donne evocate sono alla fine diventate una sola e tutte, incarnando le moltitudini vissute in periodi storici segnati dalla violenza e dalle guerre.
A fare da filo conduttore, da collante a tutte queste diverse componenti, la struggente, commovente narrazione dell’attrice Sara El Debuch, le cui parole in arabo abbiamo potuto comprendere grazie alla traduzione nei sottotitoli affidati all’app Lyri. Ma se il testo era di indubbio coinvolgimento emotivo, è stato bello a volte accantonarlo, chiudere gli occhi per pochi istanti e lasciarsi affascinare dalla musicalità della lingua araba, che l’attrice ha modulato espressivamente.
Al termine, lunghi e meritati applausi e l’auspicio che sempre esprimiamo in queste circostanze: che le nuove opere di alto valore qualitativo non vivano di sporadiche rappresentazioni ma possano continuare il loro processo di “ramificazione” in ulteriori contesti.
Recensione di Maria Luisa Abate
Parma, Teatro Farnese, Festival Verdi, 15 ottobre 2026
Foto Roberto Ricci
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