Recensione di Maria Luisa Abate. Mantova: ha debuttato il nuovo spettacolo immersivo di Marco Goldin sul grande pittore impressionista, maestro della luce e del colore.

Luce. Luce che filtra tra le foglie di un bosco, che si poggia placida sulle tegole dei tetti, che illumina di riflessi la superficie del mare, che cristallizza nel bianco della neve, che rende ancor più vivo il rosso d’un campo di papaveri. Luce sulla quale galleggiano come sospesi gli elementi naturali e le opere dell’uomo.

Claude Monet era il pittore della luce e del colore. Spesso raffigurava i medesimi soggetti nel loro periodico mutare stagionale. Dipingeva en plein air immerso nella natura e fissava sulla tela non solo ciò che vedeva ma ciò che percepiva vivendola. I suoi quadri non sono fatti per essere semplicemente guardati ma per immaginare di entrare dentro di essi, calandosi all’interno dei paesaggi, delle atmosfere, delle suggestioni visive. Potremmo dire che Monet fu un precursore delle esperienze immersive oggi tanto in voga in ambito espositivo. Così, lo spettacolo di cui ci accingiamo a parlare può essere definito un’esperienza immersiva: Monet insegna e Goldin declina nel presente la sua lezione.

È intitolato “Monet una vita a colori” il nuovo lavoro teatrale di e con Marco Goldin, storico dell’arte e curatore di mostre, uno dei massimi esperti italiani di Impressionismo ma prima ancora fedele innamorato di questo movimento artistico. Goldin non nasce come uomo di spettacolo ma lo è diventato a pieno titolo. Non è infatti nuovo alle trasposizioni sceniche dell’arte pittorica. Nel 2023 il suo focus dedicato a Van Gogh aveva riscosso enorme successo (recensione vedi qui). Confessiamo di esserci recati a teatro immaginando che si concretizzasse il detto “squadra vincente non si cambia”. Invece no, Goldin ha cambiato, e in meglio. Ha allargato la squadra, non si è limitato a replicare i successi precedenti ma ha imboccato la strada dell’evoluzione che, mantenendo i consueti standard qualitativi, ha portato a una crescita nella confezione teatrale.

Nell’anno del centenario di Claude Monet (Parigi 1840 – Giverny 1926) ha debuttato lo spettacolo prodotto da International Music and Arts e co-prodotto da Fondazione Teatro Due. Non chiedeteci di districarci in mezzo alle strategie linguistiche di marketing tra ‘debutto’, ‘anteprima’, ‘data zero’ e chi più ne ha più ne metta. Fatto sta che la tournée che già sta toccando molte città italiane è partita da Mantova, sabato 17 ottobre 2026 nel Teatro Sociale allestito per l’occasione con merchandising nel foyer: il libro (La nave di Teseo) e il CD con le musiche originali (Universal / Decca Records).    

Ai lati del palcoscenico, sofisticati ledwall curvi bifacciali hanno mostrato dettagli dell’immagine principale che veniva proiettata sul fondale di dieci metri di lunghezza e sei di altezza, amplificandone l’ottica e di conseguenza la sensazione immersiva vissuta dal pubblico. Ruotando, le due strutture cilindriche hanno anche svelato i compagni di viaggio di Goldin: l’autore delle musiche originali Remo Anzovino al pianoforte e Daniela Savoldi al violoncello e voce. Artisti di valore che hanno arricchito lo spettacolo. Purtroppo il buio seguito ai loro interventi dal vivo ha favorito gli scrosci degli applausi (che, la musica classica insegna, non si dovrebbero mai fare tra un movimento e l’altro ma solo alla fine della sinfonia) interrompendo più volte il ritmo narrativo.

Proprio il ritmo è stato uno dei pregi maggiori di questo spettacolo. Goldin ha dissertato su un canovaccio, predefinito quel tanto che è bastato per il sincrono con le immagini, mantenendo sempre viva l’attenzione sul fascino sprigionato dai dipinti di Monet: ne sono scorsi sullo schermo oltre un centinaio, in una mappatura completa d’una pratica artistica durata 70 anni, di cui solo una parte dedicata all’Impressionismo. La tecnologia e le animazioni (di Luca Attilii, Geremia Vinattieri, Matteo Granziera, Matteo Basei) hanno donato ai dipinti piccoli movimenti di grande suggestione, inoltre ai paesaggi fissati sulla tela si sono sovrapposti quelli colti dall’occhio fotografico, a mostrarne la fedeltà.

Lo spettacolo si è aperto con Goldin che, nel buio della sala, intabarrato e reggendo una lanterna, si aggirava in un immaginario cimitero. Monet perse la prima moglie Camille di soli 23 anni, piombando in un cupo vuoto affettivo. La seconda moglie Alice fece di tutto per cancellarne la memoria e ora Goldin ha voluto restituirle un posto nel cuore del pittore assegnandole parole e pensieri poetici cantati dalla vocalist. In ogni caso, con la seconda moglie e la prole il pittore ebbe vita lunga e felice, a quanto hanno lasciato intuire i toni della narrazione e lo spezzone del raro documentario del 1915 di Sacha Guitry. Frequenti traslochi, continui cambi di residenza, incessante ricerca di paesini piccoli e dagli scorci fascinosi finché trovava l’ispirazione giusta, il cielo giusto. Dopo gli esordi in povertà quando vivacchiava come vignettista, il Maestro godette di una situazione economica florida grazie alle quotazioni stratosferiche raggiunte dai suoi quadri. Alloggiava in alberghi di lusso ma anche, alla bisogna, in sistemazioni modeste e non esitava a farsi cambiare stanza per poter vedere dalla finestra l’inquadratura perfetta, come accadde per la facciata della cattedrale di Rouen.

Guidati dai toni affabulatori dell’aedo Goldin, abbiamo passeggiato tra gli alberi secolari, dipinti e reali, della foresta di Fontainebleau; abbiamo percorso, sulla tela e sulla vera rena, le spiagge costellate da scogliere della Normandia; ci siamo sporti dall’affaccio di una collina per ammirare dall’alto i villaggi di Argenteuil e Vétheuil. Accompagnati dagli sbuffi dei treni sui viadotti, ci siamo accodati a Monet nel suo peregrinare su e giù per l’Europa e il Mediterraneo, sempre guardando i luoghi attraverso gli occhi dell’artista, negli ultimi anni di vita annebbiati dalla cataratta. Vedendo, prima ancora dei soggetti, le luci e i colori come lui li vedeva, da Bordighera ad Antibes, tra i fiori olandesi e le nevi norvegesi. Al seguito di Monet abbiamo preso alloggio a Londra e a Venezia, immersi nelle stesse nebbie e negli stessi tramonti che lui fissò sulla tela.

Monet maestro delle cittadine e dei boschi, dei campi delle marine e delle colline, delle stagioni e dei fenomeni meteorologici. E le ninfee? Dove sono le ninfee che l’immaginario collettivo identifica come icone monetiane per eccellenza? Goldin le ha tenute per ultime come coup de theatre, una rassicurante chicca conclusiva dopo averci fatto conoscere, e amare, il pittore nella totalità della sua arte. Finalmente si è svelato il giardino di Giverny, con le ninfee dalle corolle sgargianti a cullarsi sui placidi laghetti, con le fronde degli alberi incurvate fino a lambire il pelo dell’acqua, con il celebre il ponticello giapponese. E abbiamo provato orrore vedendo questo giardino incantato devastato, sommerso dal fango, cancellato da una terribile piena del fiume. Ma la Natura ha un’incredibile capacità di autorigenerarsi e il luogo simbolo di Monet dopo qualche anno è rinato a nuova vita. Anche i suoi dipinti sono sopravvissuti alla catastrofe naturale, immortali testimonianze di un genio anch’esso in perenne mutazione, ma eterno.

Recensione di Maria Luisa Abate
Mantova, Teatro Sociale, 17 ottobre 2026
Foto di scena: © Francesco Consolini

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