Recensione di Angelina Travaglini. Scenario apocalittico per ‘Frankenstein’ della Compagnia Motus e il desiderio che l’odio per l’oppressione possa trasformarsi in politica comunitaria della tenerezza.
Ad ispirare lo spettacolo teatrale, Frankenstein (history of hate), della Compagnia Motus, è il celebre romanzo di Mary Shelley (1797-1851), Frankstein e anche un altro suo libro, L’ultimo uomo, che forse in pochi conoscono ma che oggi è considerato uno dei più importanti romanzi dell’autrice e una delle opere antesignane della moderna fantascienza; vi si narra la fine dell’umanità a causa della peste: cambiano le cause ma il tema è sempre di grande attualità.
Frankenstein (history of hate) ruota intorno al contributo video estratto dal film documentario [ÒDIO]; il film indipendente, anch’esso targato Motus, realizzato con l’Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, il Teatro Nazionale di Genova e il Romaeuropa Festival, supportato e premiato nel 2024 dall’Italian Council, il programma della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura italiano per la promozione dell’arte contemporanea.

Siamo al Teatro Basilica di Roma e lo spettacolo, andato in scena il 25 ottobre, si muove su più piani; video, performance, musica, letteratura. L’atmosfera è apocalittica: quale è l’origine dell’odio, quale mappatura possiamo tracciare dell’odio? E da dove deriva? Gli attori si muovono e recitano in un clima evocativo e suggestivo e straziante, chiedono empatia; fanno da controcanto al video, sono autonomi e la recitazione è corale e lo spettacolo funziona. La fine dell’umanità si fonde con la morte della creatura e del suo creatore: solo disperazione, nulla più. Le atmosfere sul palcoscenico sono da genere fantascientifico. La messa in scena della fine della civiltà non si limita a esprimere i fantasmi della paura che li accompagna, ma dà corpo a tali fantasmi trasformandoli in figure realistiche seppur metaforiche in grado di agire sulla realtà con conseguenze tangibili e spesso catastrofiche.
«Sono qui per inseguire qualcuno che mi sfugge. Dove sei? Dove sei? Ho vagato per giorni e giorni, dove sei?» La creatura disperata invoca il suo artefice, il dio creatore Victor Frankestein: sono due creature disperse, divorate dall’odio ma allo stesso tempo con il cuore che scoppia di tenerezza, una tenerezza radicale. La creatura è perseguitata da sé stessa: «Tutto chiede gioia tutto all’infuori di me! Vivo dentro l’inferno perché non riesco più ad amare. Tutto era quiete e gioia, tutto all’infuori di me; io, come Lucifero, portavo in me l’inferno e poiché nulla amavo, sentivo il desiderio di sradicare gli alberi, di spargere all’intorno sterminio e distruzione e di sedermi poi a gioire fra le rovine. Desidero solo distruggere … distruggere».

Nel romanzo originale di Mary Shelley, Frankenstein, la storia finisce con una tragedia al Polo Nord; la morte di Victor Frankenstein, stremato dalla caccia alla sua creatura e dal dolore per la perdita di tutti i suoi cari (inclusa la moglie Elizabeth, uccisa dal mostro la prima notte di nozze), muore di ipotermia e sfinimento a bordo della nave del capitano Robert Walton, dopo avergli raccontato la sua storia. Nel video [ÒDIO] il pianto della creatura è struggente nella sua disperazione, solitudine e rimorso, alla ricerca del suo creatore in edifici squallidi, sudici, disabitati, marginali; tra incendi boschivi, echi di guerre genocide e droni assassini e spiagge, dove il mare, da sempre spazio di libertà ma anche di viaggi disperati e di morte, è co-protagonista. Nel video alla voce della creatura mostruosa si sovrappongono alcuni frammenti di interviste testimonianze di giovani, in ambiti diversi, dalle scuole ai centri di ritrovo e accoglienza di piccole e grandi città. Rispondono alla domanda: «Cosa significa per te la parola odio?» La risposta corale è dirompente: «Desideriamo una società in cui l’odio per l’oppressione possa trasformarsi in una politica comunitaria della tenerezza».
L’ideazione e regia dello spettacolo è di Daniela Nicolò & Enrico Casagrande con Tomiwa Samson Segun Aina, Yuan Hu, Enrico Casagrande, in video Silvia Calderoni e Alexia Sarantopoulou; drammaturgia Daniela Nicolò; ricerca e collaborazione drammaturgica Ilenia Caleo; riprese e montaggio video per la scena Vladimir Bertozzi; ambienti sonori Demetrio Cecchitelli; assistenti alla regia Astrid Risberg e Juliann Louise Larsen; assistente al video Isabella Marino; scena e costumi Daniela Nicolò & Enrico Casagrande; direzione tecnica e fonica Martina Ciavatta; disegno luci e video Simona Gallo; tecnico video Theo Longuemare; produzione Francesca Raimondi ed Elena Marinelli; organizzazione e logistica Shaila Chenet e Alessandro Patrini; promozione Ilaria Depari e Beatrice Ottaviani; distribuzione internazionale Lisa Gilardino; comunicazione Dea Vodopi; ufficio stampa UC studio; grafico Federico Magli. È una produzione Motus con Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Teatro Nazionale di Genova, Snaporazverein (CH) e Romaeuropa Festival.
Recensione di Angelina Travaglini
Roma, Teatro Basilica 25 ottobre 2026
Foto Simone Galli
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