Molti personaggi dello spettacolo inventano una formula che, nel suo ripetersi, diventa stile personale. Pochi, come Federico Buffa, riescono a rendere questo “marchio di fabbrica” capace di rinnovare il proprio fascino, di destare immutata attenzione nel pubblico. Lo storyteller accompagna l’ascoltatore in un cammino attraverso le vicende di personaggi famosi: brevi flash camaleontici che trasmutano in altri e in altri ancora.

Un racconto mai didascalico, mai scolastico, di giornalismo vero benché atipico. Uno spaccato epico di imprese epiche, che non sono mera cronaca ma un vissuto inserito nell’interezza del suo contesto. Gli episodi principali restano sullo sfondo e in primo piano emergono situazioni apparentemente minori o parallele, che delineano con colori straordinari un quadro multisfaccettato della società e del costume dell’epoca citata, che creano un climax vivo e partecipato. Collegamenti apparentemente azzardati che nel momento teatrale acquistano contorni logici. Perché la storia è la quotidianità del passato, e la quotidianità è un insieme di coincidenze indispensabili al verificarsi degli eventi.“Il rigore che non c’era”, andato in scena a Verona in prima nazionale nell’ambito del Festival della Bellezza, parte da imprese calcistiche come il millesimo goal di Pelé. E non può essere altrimenti, vista la vocazione sportiva del mattatore. Proiettato sul fondale, un gruppo di persone in tutto simile alla celebre copertina di un disco dei Beatles pare sfondare il muro di una casina dal tetto rosso per irrompere sul palco. Il novellatore non è solo e le figure che materializza non sono le uniche ad attorniarlo.

 La formula è quella del dialogo, un ping-pong di domande e risposte con la “spalla” fornita dall’attore Marco Caronna, che cura anche la regia fatta di movimenti scenici minimi purtuttavia mai statici. Le musiche originali sono composte e suonate al pianoforte da Alessandro Nidi, con la vocalità intensa di Jvonne Giò a dare corporeità alle presenze femminili, come Elis Regina che morì per un cocktail di droga e alcool e alla cui commemorazione parteciparono centoventimila brasiliani. Anche Buffa intona qualche strofa: la voce si fa da crooner, più declamata che cantata, poi diviene un sussurro che si stempera nell’atmosfera, la vera protagonista della serata.
Lo spettacolo parla di uomini e donne che hanno compiuto imprese memorabili in campo sportivo, politico, musicale, artistico o di lotta per i diritti. Si incontrano Nelson Mandela con la passione giovanile per il pugilato, e Sam Cooke, il re del soul che in una sua canzone rispose all’interrogativo di Bob Dylan: quante strade deve percorrere un uomo per poter essere chiamato uomo? Meno di quelle che credi! Poi Sammy Davis junior, il primo afroamericano ad aver ballato con una bianca, ed Henry Hudson, seicentesco esploratore della baia che ora porta il suo nome; fino all’allunaggio del 1969, circa il quale l’autore propende per la tesi della finzione cinematografica citando come “prove” alcuni riferimenti presenti in una pellicola di Stanley Kubrick. Le domande si fanno incalzanti. E se Kennedy quel giorno non avesse preso la decapottabile? Se Picasso avesse finito il colore blu? Se Pizarro non avesse conquistato gli Inca? La storia è determinata da una serie di casualità.

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Federico Buffa pare un moderno Omero, che racconta favole agli assisi attorno a un “falò” di proiettori che fendono verticalmente la penombra. Le parole si rincorrono in un eloquio discorsivo mai uniforme, mai noioso. Le storie di affastellano, creano costruzioni pindariche dalle solida fondamenta. Trascinano in un entusiasmo da goal per l’intera durata della “partita” teatrale. È impossibile portare con sé il ricordo di tutte le avventure evocate. Non è questo che importa, perché non si torna certo a casa a mani vuote. L’aedo del Duemila comunica emozioni durevoli, come se le trepidazioni rivelate entrassero a far parte di ciascuno, regalando l’orgoglio di appartenere alla razza umana. Fierezza condivisa con chi ha saputo vivere appieno la vita. «Se per un solo minuto hai pensato che fossi il più grande, allora ha avuto senso giocare».

Recensione Maria Luisa Abate

Visto al Teatro Romano di Verona, Festival della Bellezza, il 4 giugno 2018