Recensione di Maria Luisa Abate. Verona: doppia strepitosa serata inaugurale per il Settembre dell’Accademia. Rigore formale in Mahler, virtuosismo in Beethoven, ricchezza timbrica in Brahms.
È doveroso dare atto nero su bianco che da 35 anni il Settembre dell’Accademia inanella proposte ai massimi livelli planetari. Quest’anno l’inaugurazione “bomba” in due date consecutive ha visto protagonista la Sächsische Staatskapelle Dresden, una delle orchestre più antiche e prestigiose al mondo, fondata nel 1548, che oggigiorno trova magnifica comunanza di intenti col suo Chief Conductor Daniele Gatti, in carica dal 2024 fino al 2030. Nella seconda serata si è aggiunta una delle più talentuose e stimate pianiste internazionali: Beatrice Rana.

L’eccezionalità era data anche dal programma. Il concerto iniziale era annunciato come la prima esecuzione in Italia (la sera prima era a Lubiana) della Sinfonia n 6 di Mahler, nell’ambito del ciclo completo delle sinfonie mahleriane che la Staatskapelle sta affrontando per la prima volta nella sua storia, su iniziativa dello stesso Gatti.
La Sächsische Staatskapelle Dresden si è presentata in un organico gigantesco, imponente per il pur grande palcoscenico del Teatro Filarmonico di Verona. E Dresden/Gatti e Mahler/Gatti sono binomi d’elezione, essendo la musica del compositore austriaco tardo romantico uno degli ambiti prediletti del direttore milanese.
La Sinfonia n.6 in la minore è chiamata “Tragica”. Titolo non presente nella prima edizione di stampa ma, sembra, attribuito dallo stesso Mahler e indicativo di un’atmosfera che Daniele Gatti ha adottato nella sua linea direttoriale. Senza imprimerle toni posticci Gatti ne ha evidenziato la presenza intrinseca nella partitura, più che indagata, più che scavata nel profondo, scarnificata fino a raggiungere l’essenza del tragico e mantenerla come substrato esplicito oppure subliminale in ciascuno dei movimenti: Allegro energico ma non troppo, Scherzo, Andante moderato, Allegro moderato. Eseguiti quindi seguendo l’ordine iniziale deciso da Mahler che in seguito lo mutò in occasione della prima esecuzione, invertendo il secondo e terzo tempo.

Dirigendo a memoria, Gatti si è splendidamente mosso in bilico sul filo d’una drammaticità sia esteriore che interiorizzata, alimentando incessantemente la vena di tristezza come fosse un sottotesto, leggibilissimo. Fin dal primo movimento lo sguardo di Gatti si è mostrato lucido, preciso, coerente nel mantenere sempre viva la tensione, nonché nettamente definito, a iniziare dai contrasti tonali messi in risalto soprattutto nell’iniziale tempo di marcia, austero prima di sfociare nell’evoluzione melodica della parte centrale, in cui Mahler riversò tratti autobiografici riferiti alla moglie e ai figli.
Il compositore, durante un anno costellato da penosi avvenimenti, annotava nelle sue memorie di aver descritto, nell’ultimo movimento, se stesso e la decadenza dell’«eroe che riceve tre colpi del destino, di cui l’ultimo lo abbatte come un albero!». E in orchestra, oltre al celebre martello, è presente una vasta e a dir poco variegata sezione percussiva, alla quale il gesto direttoriale si è rivolto con particolare attenzione, proteso a una resa sonora nitida. Nitore e raziocinio sono infatti stati i must dell’intero concerto. Altrettanta cura è stata riservata agli archi che hanno assunto consistenze diverse, sbalordendo nei respiri magnificamente trattenuti come in preda al terrore, agli ottoni e ai legni sferzanti, al fraseggio che ha circoscritto singole immagini, procedendo per quadri scolpiti.
Gatti ha seguito la connotazione di una tragicità non elegiaca ma energica, sinonimo di un destino soverchiante contro cui l’uomo combatte senza soggiacervi inerme, tuttavia invano, senza possibilità di riscatto catartico. Gatti è riuscito ad instillare nel pubblico questa spinta di pugnace speranza per poi mahlerianamente disattenderla, aprendo splendidamente la porta a un pessimismo nichilistico.
Lunga la pausa di rispettoso silenzio prima che il pubblico si abbandonasse a un applauso trionfale.
Un approccio direttoriale che non avrebbe prodotto frutti strepitosi come quelli registrati se non avesse potuto avvalersi della Sächsische Staatskapelle, universalmente nota per il caratteristico “suono di Dresda”. Che è la summa di una sonorità ricca e sontuosa che non tracima nel ridondante, di abilità tecniche eccelse, della multiforme gamma coloristica, della capacità di bilanciamento dei volumi, di una compattezza più che perfetta e di mille altri pregi che rendono questa storica formazione un unicum nel panorama mondiale.

Caratteristiche che abbiamo ritrovato anche nel secondo concerto, la sera successiva, all’insegna della pastosità e morbidezza del suono e della sua perfetta calibratura: nitido senza inutili abbagli, morbido senza cadute sdolcinate, incisivo senza diventare urlato e con quella capacità di farlo correre nella sala che solitamente si attribuisce ai cantanti.
Nel secondo programma la formazione di Dresda necessitava di un organico più ridotto tuttavia sempre numeroso, al punto che tra il pubblico serpeggiava la domanda su dove avrebbe trovato posto il pianoforte gran coda. E invece c’è stato, incastrato tra gli archi e la guarnizione di fiori gialli in proscenio, portato sul palco nel bel mezzo della serata apertasi nel segno di Beethoven con l’ouverture di Egmont. Oggigiorno l’ouverture viene per lo più eseguita singolarmente in sede di concerto. Tuttavia la composizione era scritta per la scena, ispirata alla vicenda del conte di Egmont, martire della resistenza fiamminga che fu ucciso a Bruxelles durante la repressione spagnola. Beethoven vi imprime slanci di eroismo, rendendo però principalmente omaggio a Goethe, il quale si complimentò con lui per aver tradotto in musica quel sentimento di libertà e di amore di patria, quella fierezza dello spirito che pervade il suo poema tragico.
Ecco quindi che la tragicità senza possibilità di riscatto della prima serata è stata nella seconda declinata come inno eroico alla libertà. Pertanto Gatti, abbandonate le precedenti frammentazioni in quadri, ha invece privilegiato una architettura unitaria e solenne, un tessuto musicale fluido e in evoluzione nel passaggio dalla spietatezza degli oppressori alla resistenza dei patrioti, fino a sfociare in una sfolgorante vittoria finale celebrata nell’Allegro conclusivo dell’ouverture. Il crescere e poi l’affievolirsi della tensione drammatica è stato affidato principalmente alla sezione degli archi dialogante con i fiati, in un gioco timbrico, dinamico e ritmico attentamente calibrato.

Una ricerca di teatralità che Beethoven espresse nella sua musica e che, secondo Vincenzo Borghetti autore delle belle note di sala, si ritrova anche nel Concerto per pianoforte e orchestra n. 4 che ha visto solista Beatrice Rana. Una esecuzione che ha brillato per personalità, soprattutto nel fraseggio, complice il gesto direttoriale proteso ad assecondarla, nell’intento di rendere giustizia al ruolo protagonistico assegnato dal genio di Bonn al pianoforte, che in tal modo ha instaurato con l’orchestra un rapporto prioritario piuttosto che dialogante: due voci che si sono disgiunte e subito ricongiunte con morbida omogeneità. Da parte della celebre pianista, che anche lo scorso anno era tra i nomi di punta del Settembre dell’Accademia, fluidità nella densità di note, tecnica messa in campo con naturalezza non ostentata, i pianissimo che più pianissimo non avrebbero potuto essere, il gusto per l’ornamento, il tocco attentamente soppesato e una netta predilezione per la dolcezza, nel tessuto dinamico proteso a una linea narrativa che ha proiettato la poetica beethoveniana in un ambito quasi di sogno. Come bis, Romanza senza parole op. 67 n. 2 di Mendelssohn.
Per Brahms che con la Sinfonia n.2 ha concluso il programma, Gatti ha fatto ritorno a una lettura asciutta ma non scarna, poco indulgente agli abbandoni languidi e più propensa agli spunti meditativi. Gatti ha dato totale fiducia all’orchestra e alle sue capacità interpretative, in nome di una sinergia di intenti acclarata, intervenendo in momenti precisi con mano ferma e puntuale. Il risultato non ha sottaciuto la ricchezza timbrica della partitura. Il gioco ritmico e la cantabilità sono stati esplicitati attraverso una espressività rigorosa ancorché di elegante leggerezza, in cui era sempre presente una malinconia di sottofondo autenticamente brahmsiana.
Come succulento bis, se non andiamo errati, il Preludio al terzo atto dei Meistersinger di Wagner.
Recensione di Maria Luisa Abate
Verona, Teatro Filarmonico – Settembre dell’Accademia, 8 e 9 settembre 2026
Foto Mascalzoni
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