Recensione di Maria Luisa Abate. Mantova, Tempo d’Orchestra: abbraccio del pubblico al celeberrimo violinista lettone attorniato dalla sua orchestra in un programma sintesi dell’intera carriera.
Era il concerto dell’anniversario, un’occasione speciale per Gidon Kremer con la Kremerata Baltica; per il violinista e la sua orchestra (sua a pieno diritto: ne porta anche il nome) tra i più quotati e acclamati al mondo. Un ritorno molto atteso a Mantova, nella stagione Tempo d’Orchestra, dove non si ascoltavano dal 2018. Si festeggiava in realtà un doppio anniversario, quello d’anticipazione degli 80 anni di Kremer (nato a Riga nel febbraio 1947) e dei 30 di vita della formazione orchestrale da lui fondata nel 1997 per promuovere giovani musicisti provenienti dai tre Stati baltici di Estonia, Lettonia e Lituania. Una formazione che nel corso degli anni ha avuto fisiologici rinnovamenti mantenendo quella freschezza unita alla precisione che ne è cifra distintiva. Una festa di compleanno che sta toccando alcune città italiane replicando il successo: due sere prima la data mantovana questo stesso concerto era stato applaudito a Bologna nella stagione Musica Insieme.
Gidon Kremer è noto per il rigore esecutivo che abbiamo potuto apprezzare sia nella prima parte del programma dedicata ad autori classici che nella seconda riservata alla contemporaneità, la sola dove il violinista è comparso di persona sul palco in veste di solista, oltre che di concertatore, mentre l’ensemble declinava il proprio approccio accurato verso lidi espressivi gioiosi. Infatti il programma ha presentato una carrellata tra autori, stili ed epoche diverse, e si è aperto e poi concluso in allegria a chiudere un cerchio curriculare tanto straordinario quanto versatile.

La serata si è aperta con la controllata “confusione” di La Battalia à 10 per archi di Heinrich Ignaz Franz von Biber, un lavoro del 1673 che, nelle intenzioni autorali, intende scherzare giocosamente sul ruolo degli archi nell’orchestra assimilata a un piccolo esercito, a volte visto nei chiassosi momenti di riposo inneggianti a Dioniso, a volte nella rigidità delle marce irregimentate, infine nel pietoso lamento dei feriti. Pur in assenza fisica d’un direttore, sono risultate fondamentali le due caratteristiche peculiari dello “stile Kremer” ossia la precisione cristallina, formale e tecnica, e l’originalità dell’approccio che ha portato a quella molteplicità di effetti sonori ricercata dal compositore, il quale aveva immaginato un uso per l’epoca avveniristico degli strumenti, delle dissonanze, delle tecniche esecutive. La Kremerata Baltica, con Marija Strapcane primo violino, ha risposto con la necessaria e ben dosata ironia nel gestire le dissonanze, tarando con precisione la poliritmia e le frequenti variazioni di tono sfociati in frequenti cambi cromatici.
Netto cambio di atmosfera con Gustav Mahler, il cui Quartetto per pianoforte e archi in la minore è stato eseguito nella versione per soli archi di Alexander Asteriades che ha rimodulato i bilanciamenti sonori. Pertanto la Kremerata ha basato l’equilibrio formale su una componente romantica inquieta e un suono ricco, dal quale si sono dipanati a profusione colori e chiaroscuri, momenti intimistici e abbandoni melodici.
L’equilibrio formale è emerso ancora di più, e impeccabile, in Ludwig van Beethoven affrontato nell’orchestrazione che Mahler fece del Quartetto d’archi “Serioso”. Dicitura apposta dallo stesso Beethoven per sottolinearne il clima severo e la struttura musicalmente priva di fronzoli o abbellimenti. Qui la Kremerata non poteva che sfoderare una disciplina assoluta, contraddistinta dall’espressività studiatamente asciugata, dalla cantabilità netta ed incisiva, dal lirismo teso ma abilmente smussato nelle possibili insidiose spigolosità. Il tutto racchiuso entro un’unica grande arcata espressiva che ha magistralmente compendiato sonorità cameristiche al respiro sinfonico.
Dopo l’intervallo ha fatto il suo ingresso in palcoscenico la “star” della serata, Gidon Kremer, dal passo un poco incerto e dal sempre fresco tocco sul violino, un Nicola Amati del 1641, morbido luminoso e trasparente. La speciale sensibilità e l’esecuzione particolarmente coinvolgente hanno immerso il pubblico nelle atmosfere baltiche integrali, totali, dei tre pezzi dedicati a Kremer e alla Kremerata dai compositori contemporanei Alisson Kruusmaa, Jēkabs Jančevskis e Andrius Žlabys. Una finestra aperta sul Baltico che ha dato spazio non solo ai giovani esecutori di questa vasta terra ma anche ai giovani compositori.

Ennesimo stravolgimento di stile e di registro espressivo nel balzo oltreoceano, dal Baltico al Sudamerica, per il gran finale giocoso e allegro all’insegna di Astor Piazzolla, anch’esso in pieno “stile Kremer” che sovente lo inserisce nei suoi programmi. L’autore di Buenos Aires è stato affrontato in tre diverse sfaccettature del suo percorso compositivo volto a innovare gli schemi tradizionali della musica argentina e in particolare del tango. Ne è uscito un Piazzolla estremamente colto nella sua scrittura. Non a caso, l’ultimo brano eseguito era stato da Piazzolla dedicato a Rostropovič, leggendario violoncellista classico che inizialmente non ne comprese appieno il valore. Kremer ha fatto distintamente percepire tutte le componenti, le ispirazioni o le intenzioni nobili di Piazzolla, a cavallo tra tradizione e avanguardia, aggiungendovi un briciolo di jazz, quel poco che bastava. Sotto la sua guida laicamente “spirituale” è emersa distintamente l’anima giovanile ed entusiastica dell’orchestra con la fondamentale presenza del vibrafono suonato con precisione e brillantezza cristallina da Andrei Pushkarev: uno strumento capace di fare la differenza nella costante ricerca timbrica e cromatica della Kremerata.
Il bis dedicato a “Sopra di noi l’eterna Via Lattea” del compositore estone Jnants Kalnins ha completato il tripudio di colori e di ritmi, stringendo in un abbraccio il grande violinista al suo affezionato pubblico.
Recensione di Maria Luisa Abate
Mantova, Teatro Sociale – Tempo d’Orchestra 21 ottobre 2026
Foto: Guido Mario Pavesi
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