Recensione di MariaLuisa Abate. Festival Verdi:sgomento dell’Uomo davanti alla morte. Direzione terrena più che spirituale di Daniele Rustioni. Eleonora Buratto innesta un raggio di luce.

È un punto di riferimento dell’intero Festival Verdi. Un rito irrinunciabile che si ripete ogni volta diverso e proprio nella capacità di rinnovarsi trova la sua forza. A Parma è parte del rito indulgere nelle amichevoli, per quanto accese, discussioni che nascono alla fine di ogni recita. Quale Messa da Requiem è la migliore, tra i tanti cast ascoltati negli anni? Impossibile stilare una classifica: la meraviglia della musica è che ognuno metabolizza le esperienze d’ascolto seguendo i gusti personali. Ciò che conta è la qualità, a Parma sempre altissima. In questo caso sfociata in una interpretazione magnifica, particolarmente coinvolgente, travolgente, di dirompente vis drammatica.

Quest’anno, per affrontare il celebre capolavoro sacro di Giuseppe Verdi, è stato chiamato Daniele Rustioni alla testa della Filarmonica Toscanini, presentatasi all’appuntamento in forma smagliante. Una esecuzione di incisivo impatto dinamico, che non ha lesinato forti e fortissimi, ammorbiditi in pagine più riflessive, meditative o interrogative. Una lettura in cui la tensione drammatica ha vissuto di contrasti accesi e turbinosi. Utilizzando come filo conduttore interpretativo il ritornare ricorrente del Dies Irae, Rustioni ha innestato sul tessuto verdiano un netto gioco timbrico di luci, intervenendo sui volumi, dando sovente risalto alle singole voci degli strumenti, sottolineando il continuo oscillare di sentimenti contrastanti.

Nata come omaggio postumo a Manzoni da parte di Verdi ancora affranto dalla scomparsa di Rossini (cui avrebbe voluto rendere tributo, ma il progetto fallì e un lacerto di esso è stato innestato in questa partitura) la Messa non apre autentici spiragli alla speranza ma si concentra sullo sgomento, sullo smarrimento, sulla paura dell’Uomo al cospetto della morte, intento a cercare dentro di sé una serena accettazione, difficile da raggiungere; anzi impossibile e non consolatoria, nella lucida e disincantata lettura di Rustioni. Verdi, laico e anticlericale, concede poco spazio al significato religioso della Messa soffermandosi invece (da par suo) sui contenuti spirituali. Un concetto di sacro che Rustioni ha ricondotto non a una elevazione ma piuttosto a una propulsione generata dalla terrenità, trasformando la Messa nel grido doloroso dell’essere umano nel ritrovarsi solo con se stesso ad affrontare la prova più difficile, cosicché anche le sue invocazioni non sono supplichevoli ma esprimono turbamento o terrore.

[Tagliavini]
[Pirgu]

Una grande ispirazione che ha tenuto conto anche dell’aspetto mistico ha motivato il Coro del Regio, di magnifica omogeneità d’assieme nelle tonanti pienezze e nelle morbide riflessioni, capace di inspessire il suono in un lamento disperato e poi di assottigliarlo in un sussurro orante. Istruito con speciale sensibilità da Martino Faggiani, il Coro ormai possiede questo brano nel proprio DNA ed è capace di volta in volta di sposare la sfaccettatura richiesta dal direttore senza tuttavia perdere la propria anima, tradotta in attenzione sia ai segni musicali che alla parola. Ne è scaturita un’interpretazione anch’essa dai forti contrasti dinamici con esiti grandemente empatici.

Di prim’ordine le voci. Le due maschili erano quelle del tenore Saimir Pirgu e del basso Roberto Tagliavini. Il primo ha esordito con irruenza tenorile, trovando presto un canto più modulato, che agli acuti squillanti e limpidi ha alternato bei chiaroscuri e apprezzabili mezze voci. Il secondo, dal timbro scuro, caldo e di classe, caratterizzato dal canto riflessivo, raccolto, di significante compostezza.

[Semenchuk]
[Buratto]

Senza nulla togliere alla componente maschile, ci è sembrato che quella femminile avesse una marcia in più, ad iniziare da Ekaterina Semenchuk. Voce sontuosa, calda, pastosa, morbida sia nei forti che nei pianissimo, con attenzione agli accenti direttamente sgorgati da un’anima che trova pace nell’atto di accettazione del dolore. Il mezzosoprano ha curato attentamente l’aspetto interpretativo in una esecuzione molto sentita e partecipata dal punto di vista personale, accentuata dalla esibita espressività del viso.

In queste nostre righe abbiamo tenuto per ultima colei che, a parer nostro, è stata la stella della serata: Eleonora Buratto (che sempre nel Requiem a Parma avevamo già apprezzato nel 2020 vedi qui). La bellezza e la luminosità perlacea del timbro sopranile, il velluto delle mezze voci che si sono librate leggere nell’aria, i filati sublimi e adamantini hanno coronato il canto sommesso di pregiata fattura, calibrato elegantemente nelle dinamiche e dai volumi accuratamente contenuti. Ma quando, nei momenti appropriati, Buratto ha tirato fuori tutta la sua potenza d’acuto, ha svettato senza rivali sull’orchestra, oltretutto con sorprendente naturalezza e senza la minima forzatura. Intonazione perfetta, il fraseggio ha condotto alla piena consapevolezza della parola, della frase musicale, della verdianità. Un bagliore luminoso venuto dal soprano ha dato completamento, aggiungendo significato ulteriore, all’impostazione direttoriale dai colori scuri della terra: il Libera me Domine autenticamente toccante ha aperto una finestra sul buio dell’anima smarrita facendo filtrare un raggio di luce.

Recensione di Maria Luisa Abate
Parma, Teatro Regio – Festival Verdi 23 ottobre 2026
Foto © Roberto Ricci

Leggi anche Messa da Requiem a Parma:

2025 vedi qui
2023 vedi qui
2022 vedi qui
2022 (Quattro pezzi sacri) vedi qui
2020 vedi qui

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