Due cast: Kurzak, Alagna, Zilio, Hakobyan. E poi Grigorian, Pretti, Koberidze, Hakobyan.

Ottavo titolo nel cartellone dell’Arena di Verona, particolarmente ricco questa estate in cui si festeggia il Festival numero 100, Madama Butterfly, la “tragedia giapponese” di Puccini è tornata a essere rappresentata nell’allestimento firmato da Franco Zeffirelli. Il compianto Maestro, con il suo straordinario senso del teatro, ha fatto propria la pulsione naturalistica presente nel libretto di Illica e Giacosa. Una concezione animistica della natura, esordita con il “gracchiar di ranocchi” dei parenti di Cio-Cio-San, la quale poi attende il ritorno del marito americano “colle rose, alla stagion serena, quando fa la nidiata il pettirosso”.

Ancora, solo per fare pochi esempi, gli spunti astrali di quel “statico d’amor ride il cielo” durante la prima notte di nozze, fino a “sotto il gran ponte del cielo non v’è donna di voi più felice” che segna l’apice del dramma, quando la sposa bambina, costretta dalla vita a crescere repentinamente, si arrende all’evidenza: Pinkerton ama la moglie americana e non lei, che ha atteso l’ufficiale dalla bella divisa bianca per tre lunghi anni. Non lei, che è costretta a cedergli il bambino. Non lei, che può lavare il disonore solo facendo jigai (lo ripetiamo a beneficio dei filo-giapponesi distratti: il seppuku o harakiri è pratica esclusivamente maschile; l’equivalente femminile, che comporta un diverso rituale, è chiamato jigai). Dal libretto, quindi, scaturisce lo spunto ideativo di una natura viva e partecipe ravvisabile nella regia e scenografia di Zeffirelli, che proprio per l’Arena di Verona nel 2004 firmò questo titolo, per la prima volta nella sua lunga carriera.

Il primo atto indulge alla consueta predilezione per la sovrabbondanza, sempre perfettamente studiata, di personaggi, oggetti e controscene (movimenti coreografici di Maria Grazia Garofoli, coordinatore del Ballo Gaetano Petrosino) e immerge lo spettatore nell’affollato quartiere di Nagasaki vicino al porto, brulicante di venditori di mercanzie, di marinai statunitensi in libera uscita in cerca di bevute e compagnia, e di compiacenti geishe avvolte in kimono floreali (della costumista giapponese Premio Oscar Emi Wada). Una umanità affaccendata, ignara, insensibile dell’innamoramento prima e dell’abbandono poi, vissuti da Cio-Cio-San in desolante solitudine. Dal ventre della collina appare la “casa a soffietto” tra altari votivi, fiori, lanterne e ombrellini, a ricondurre in un ambito riservato, attestante la capacità di Zeffirelli di far convivere la spettacolarità con una dimensione raccolta e intima.

Come si diceva, una concezione animistica della natura che ha trovato il suo apice nella magnifica scena – in assoluto tra le più suggestive della vasta produzione zeffirelliana – in cui la montagnola cupa, che ingloba premonitrice la fragile dimora di carta di Butterfly, vive assieme alla fanciulla il tempo dell’attesa, vana e che imprigiona. Le rocce prendono vita, sbattono le ali come falene grigiastre, spengono i sogni colorati della sposa-farfalla. Si leva nell’aria il celeberrimo coro a bocca chiusa che accompagna la veglia di Butterfly, mentre la collina assiste, e partecipa, alla speranza destinata a infrangersi, all’amore che scolora in dolore. E se ciò non fa commuovere, non sappiamo cos’altro possa farlo! Questo, è il senso del teatro di Zeffirelli che perdura nel tempo, che travalica mode e stili: la sua capacità di proiettare lo spettatore in una dimensione “altra”. Ripetiamo quanto già espresso in passato: chapeau, Maestro Zeffirelli, chapeau.

Il debutto di questo allestimento, nel 2004, aveva visto salire sul podio Daniel Oren, tornato dopo 19 anni ad affrontare il capolavoro pucciniano alla guida di Orchestra e Coro di Fondazione Arena. Il direttore di Tel Aviv ha “aperto il rubinetto” della sua sensibilità interpretativa, della sua compartecipazione all’atmosfera pucciniana sia intesa nei contorni generali, ricchi di spunti e di leitmotiv, sia estesa ai dettagli e all’intimismo, ai colori e ai sentimenti che la musica esprime e che il direttore ha accentuato attraverso dinamiche e fraseggio. Anche a Oren possiamo solo dire: bravo Maestro! Parimenti, un bravo va al Coro areniano istruito da Roberto Gabbiani, che nel succitato coro a bocca chiusa ha messo in campo “un pezzo da novanta”: una carica di suggestione emotiva nell’esprimere la sospensione temporale dell’attesa.

La sera inaugurale del titolo ha visto protagonista la coppia Aleksandra Kurzak e Roberto Alagna. Uniti anche nel privato, i due cantanti hanno dimostrato un tanto ovvio quanto apprezzabile affiatamento. Il soprano ha sfoderato una tavolozza di colori e di sfumature veramente notevole, con voci e mezze voci parse sussurri dell’anima. Efficace la resa del personaggio di Butterfly / Cio-Cio-San, passata dalla tenera ingenuità adolescenziale di quindicenne, alla granitica fede nell’amore, soppiantata dalla disillusione e dallo strazio del cuore; infine la matura risolutezza con cui decide di seguire le orme del padre togliendosi la vita. Il tenore ha fatto leva sul fraseggio e sulla bellezza del timbro per dare voce a un Pinkerton spavaldo, talvolta arrogante come si conviene a chi è abituato a prendere ciò che vuole semplicemente pagando. Atteggiamento che l’interprete ha correttamente alternato con anse di lirismo, e, infine, di autentico rincrescimento. Ma l’amore è ben altra cosa, e questo ci ha fatto abilmente percepire Alagna.  

A indossare le vesti del console Sharpless, a dare consistenza alla sola figura che dimostri affetto e autentico dispiacere per la sorte di Butterfly, era il baritono armeno Gevorg Hakobyan che, al debutto areniano, ha sfoderato una voce di tutto rispetto, sapendo fraseggiare con gusto e traendo linfa dallo studio della parola. Presenza straordinaria Elena Zilio, dalla carriera incredibilmente lunga, che ha dato ennesima prova delle sue tuttora ottime doti vocali nel ruolo della fedele servitrice Suzuki, rimasta accanto alla padrona con una devozione che il mezzosoprano ha reso empatia.

Il resto del cast, da lodare in toto, ha visto il tenore Matteo Mezzaro, Goro; Gabriele Sagona lo zio Bonzo; Italo Proferisce il principe Yamadori. La cerimonia di nozze è stata officiata alla presenza del Commissario imperiale Gianfranco Montresor; dell’Ufficiale del registro Stefano Rinaldi Miliani; della madre e della cugina della sposa Federica Spatola e Valeria Saladino. Infine “quella donna” che “fa tanta paura”, la moglie americana Kate Pinkerton era Clarissa Leonardi.

L’ultima recita del titolo, con diverso cast, è fissata per il 7 settembre.

Recensione Maria Luisa Abate
Visto all’Arena di Verona il 12 agosto 2023
Foto Ennevi per Fondazione Arena di Verona

CAST ALTERNATIVO
Le ultime due delle quattro date riservate a Madama Butterfly hanno visto l’atteso debutto areniano di Asmik Grigorian, una delle più acclamate interpreti della scena lirica odierna, trionfatrice su prestigiosi palcoscenici mondiali e ora anche su quello dell’Arena. Il soprano lituano, figlia d’arte, possiede quella che si definisce vocalità italiana, e ha offerto una prova superlativa sotto ogni profilo, fondata su una costruzione del personaggio intensa, scaturita dal cuore e arrivata al cuore degli ascoltatori: l’anfiteatro era strapieno, così come il settore riservato alla stampa.

La voce, dalla straordinaria tavolozza timbrica, possiede volume e corposità unite alla capacità di smorzarsi in filati e mezze voci leggeri e limpidi, aventi la capacità di “correre” e perciò di espandersi nell’immenso spazio dell’anfiteatro. In lei, e nel suo fraseggio, si sono ravvisati con stupefacente nitidezza la primavera e il profumo dei fiori, la gioia derivante dalle “piccole cose umili e silenziose”. Il suo canto era, letteralmente, dell’azzurro del cielo e del bianco della spuma del mare. Era sogno di un “amore piccolino, un amore da bambina”; era l’aspettativa ingenua di una quindicenne avente però dignità adulta; era l’incarnazione della speranza. Quella speranza ravvisabile nelle luminose arcate dei legati e condensata in “Un bel dì vedremo” intonato con un “fil” di voce, ben sostenuto e udibilissimo, perché il sentimento si era rinfocolato nel cuore ma aveva già iniziato ad assottigliarsi nella razionalità della mente. Sfumatura, questa, che è intuibile quanto sia complesso riuscire a rendere efficacemente sulla scena. Poi, Grigorian/Cio-Cio-San è divenuta, essa stessa, nella fisicità della sua voce, personificazione della primavera divenuta insopportabilmente “troppa”, della disillusione, dello strazio che le ha scavato dentro fino a sbriciolare la diga della speranza (tema ricorrente in Puccini: basti pensare a Turandot che canta a Calaf “Sì, la speranza che delude sempre”). E quando anche l’unico bene che le era rimasto, il bambino chiamato Dolore, sta per esserle sottratto e condotto di là dal mare, Grigorian ha scolpito nell’aria fattasi densa i sette magnifici “tu” rivolti al suo “piccolo Iddio”, suonati splendidamente asciutti come un oceano prosciugato. Sublime come il soprano abbia fatta propria la partitura. Di più: l’abbia vissuta e fatta vivere agli ascoltatori.

Ma Grigorian possiede anche un innato carisma. La sua presenza sul palco è risultata magnetica e, accanto a lei, ogni altro personaggio è sembrato essere relegato in seconda fila, è parso (anche se così non era) come ricoperto da un velo appannante.

Piero Pretti ha vestito i panni dell’ufficiale della Marina americana. Oltre al bel timbro e allo squillo limpido, il tenore possiede mezzi vocali importanti e attentamente curati, ma in questa occasione risultati meno smaltati del consueto. Forse, alla linea di canto votata al garbo è mancato il contraltare attoriale: il suo Pinkerton è risultato fin troppo educato, lontano dalle caratteristiche che solitamente contraddistinguono il personaggio come la spavalderia, la protervia di un conquistatore. Pretti ha invece preferito soffermarsi sull’amore effimero e illusorio, sull’inganno perpetrato con noncurante indifferenza.  

Lodevole la prova di Sofia Koberidze, mezzosoprano georgiano dal bel colore, dal timbro chiaro e aggraziato, sempre misurata e composta tanto nella linea del canto quanto nelle vesti della fedele e devota servitrice Suzuki. Il baritono armeno Gevorg Hakobyan era il console Sharpless, presenza scenica improntata alla discrezione, affettuosa, paterna; anch’egli assai misurato, dall’emissione morbida, omogenea e dagli interessanti risvolti espressivi rispettosi del dettato. Invariati gli interpreti degli altri ruoli, con la sola eccezione di Kate Pinkerton, parte petit affidata all’esordiente Marta Pluda. Si è rinnovata la carica di suggestioni emotive venute dal Coro preparato da Roberto Gabbiani.

Sul podio è salito nuovamente Daniel Oren, che ha confermato l’osmosi con il compositore lucchese, dote non certo nuova per il direttore israeliano. Ma in questa serata Oren ha dato la “zampata del leone”, proponendo una lettura diversa da quella precedentemente descritta, tarata ad hoc su questo cast e in particolare sulla protagonista. Seguito puntualmente dall’Orchestra areniana e definitivamente accantonata ogni irruenza di dinamiche e di tempi (ma non quelle verbali che hanno accompagnato il suo gesto pronunciato), Oren ha ulteriormente arricchito la tavolozza coloristica, scavando ancora più in profondità nell’ambito intimistico e rendendo splendidamente inquieta la tensione emotiva, giostrata tra un sentimentalismo sincero e una tragicità tangibile. Di nuovo bravo, Maestro!

Recensione di Maria Luisa Abate
Visto all’Arena di Verona il 2 settembre 2023
Foto Ennevi per Fondazione Arena di Verona