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Carlos Álvarez, RIGOLETTO
ESALTA
L’INTROSPEZIONE DOLENTE
del BUFFONE di CORTE


Si è ispirato ai bozzetti storici del Rigoletto inscenato all’Arena nel 1928, l’allestimento firmato da Ivo Guerra nel 2003, che ha fatto ritorno a Verona vivificando le atmosfere tradizionali, dal fascino sempre apprezzato dal pubblico per il realismo pittorico e al contempo fantasioso, declinato in termini pacati, rassicuranti, senza sorprese. La scenografia (Raffaele Del Savio) mostrava il Castello di San Giorgio a Mantova cinto da un’immaginaria muraglia merlata costellata di pioppi cipressini. La scomposizione dei fondali dipinti su più livelli, ha donato profondità allo spazio dell’anfiteatro e rappresentato visivamente l’incombenza del potere politico e mediatico del Duca. In primo piano, accorciando le distanze geografiche, gli affreschi di Giulio Romano a Palazzo Te, luogo storicamente adibito al divertimento della Corte e che quindi ha perfettamente identificato la “reggia del piacer” immaginata dal librettista Francesco Maria Piave, dove “tutto è gioia tutto è festa”. Senonché la sfrenata gioiosità ha ceduto il posto a una gestualità irreggimentata per le masse, costrette a movenze all’unisono. Un ponticello reinventato si affacciava sulle pescherie, veramente presenti nella Villa giuliesca, dalle cui acque “barocche” sono emersi sirene e tritoni dalla pelle verde rilucente (costumi Carla Galleri) che hanno imprigionato in reti alcune fanciulle, obiettivi delle smanie amorose del Duca libertino. Le creature lacustri, preposte a catturare prede, si sono rese in seguito protagoniste anche del rapimento di Gilda: unico guizzo ideativo della regia, purtroppo lì lasciato cadere. Suggestivo l’ultimo atto, con la penombra ad avvolgere la Rocca di Sparafucile prospiciente flutti paludosi e brumosi, mentre il temporale magistralmente musicato da Giuseppe Verdi illuminava di sinistri bagliori il fortilizio dominante sullo sfondo.

Sul podio, Julian Kovatchev pareva bisognoso di una pinta di caffeina, per i tempi nel prim’atto rallentati fino a “sedersi”, fino a porre in difficoltà le voci, spesso colte nel tentativo di affrettare. Una direzione ravvivatasi nel secondo e terzo atto, con accelerate repentine che hanno però mantenuto sobrietà di colori e di accenti. Carlos Álvarez sciorina uno spessore vocale nulla meno che splendido, unito alla magistrale consapevolezza interpretativa. L’ottimale padronanza di tutti i registri, lo squillo sicuro e senza forzature, la nobiltà della linea di canto e di aspetti quali il fraseggio o il legato, gli hanno permesso di delineare il buffone Rigoletto straziato dal dolore, che ha assunto contorni amari di struggente profondità emotiva. Bis di prammatica per “Si, vendetta, tremenda vendetta” assieme a Gilda, Ekaterina Siurina. Il soprano presenta voce limpida dolce e melodiosa. “Caro nome” è stato eseguito con sfoggio di infiorettature, a tornire il canto e a mascherare qualche nota difficoltosa. Arturo Chacón-Cruz  possiede il fisique du role del Duca, bello giovane e spavaldo, e la sua veemenza è calzata come un guanto alle intemperanze caratteriali del personaggio. La voce cristallina e potente, naturale nello squillo, trarrebbe maggior lustro dall’essere meno “spinta” e più indulgente alle sfumature. Magnifico Andrea Mastroni, elegante, padrone delle note basse scritte da Verdi, è stato capace di mezze voci che molto hanno donato all’espressività di Sparafucile. Anna Malavasi si è mossa a proprio agio nel ruolo di Maddalena interpretato con classe, inusuale, nonché foriera di risvolti interessanti, per l’adescatrice di viandanti e sorella di un sicario. Monterone era Nicolò Ceriani, dallo stile  indulgente alle “sporcature” di carattere, retrò nel delineare un personaggio che, benché scagli la maledizione, cattivo non sarebbe, ma vittima. In sintonia la coppia Marullo – Borsa di Marco Camastra e Francesco Pittari; il Conte di Ceprano era Dario Giorgelè; la Contessa di Ceprano Marina Ogii; il Paggio Lara Lagni e l’Usciere Omar Kamata. Il Coro diretto da Vito Lombardi è riuscito a destreggiarsi anche sui difficoltosi tempi impressi da Kovatchev, inanellando un’altra interpretazione di spessore, in questa annata evidentemente felice.

Visto il 19 Luglio 2017; Foto Ennevi, per Fondazione Arena di Verona.

 

Maria Luisa Abate

 

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