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ROMA
GRAZIE PER L’OSPITALITÀ
E PER LA SUA ARTE
MAESTRO ZEFFIRELLI


La villa è magnifica, non faraonica. Un bu̯én retiro, un’oasi di pace all’ombra dei pini marittimi secolari e dei cespugli di yucca che costeggiano l’acqua turchese della piscina a filo terra. Un’abitazione dal tetto spiovente e le persiane dipinte di verde, con grandi vetrate che lasciano entrare il sole e fanno correre la vista sulla natura lussureggiante. Qua e là svolazzano le Vanessa Atalanta, farfalle con le ali scure punteggiate di bianco e rigate di un arancio vivace. Sarà un caso, ma è lo stesso colore che domina la grafica del sito internet di Franco Zeffirelli.
Il Maestro spalanca generosamente il cancello della sua dimora romana, tra l’Appia Antica e l’Appia Pignatelli, per annunciare il prossimo progetto: un nuovo allestimento di Rigoletto che sarà inscenato alla Royal Opera House Muscat in Oman, nel settembre 2020. (Leggi il dettaglio qui).
La conferenza stampa richiama più persone di quante la casa possa contenerne, tutti accorsi a rendere deferente omaggio a un artista tra i più rappresentati e acclamati al mondo, un genio che ha cavalcato due secoli e dettato canoni estetici presi a modello, imitati anche se inimitabili.
Gli anni anagrafici sono oggettivamente molti, il corpo è stanco e la voce un flebile sussurro, ma a un certo punto stupisce tutti chiedendo silenzio con tono imperioso, come a dirigere registicamente il consesso. La mente è vivace come sempre e a chi gli porta i saluti da Mantova, patria di Rigoletto, aggiunge con prontezza “e non solo”. Una risposta indicativa della scelta creativa. I bozzetti delle scenografie, uno dei quali per l’occasione è stato montato all’interno di un minuscolo teatrino, mostrano il palazzo del Duca idealizzato, raffigurato attraverso la magnificenza della Corte e lo sfarzo sinonimo di potere, elementi storicamente veritieri. Le sale disegnate da Zeffirelli per il melodramma di Verdi sfavillano d’oro, di scalinate, di colonne, di statue e di marmi, posti in contrapposizione con la notte che avvolge il grazioso giardino recintato dove abitano il Buffone e sua figlia, e anche, ovviamente, con il tugurio del sicario sulle sponde del lago. Una delle caratteristiche del Maestro è la capacità di integrare la visione teatrale e quella cinematografica. In altre parole l’ottica, da grandangolare si restringe in una carrellata intimistica sui personaggi, come spiega il collaboratore alla regia Stefano Trespidi.
Alle pareti dell’abitazione sono appese stampe di monumenti che, per le linee prospettiche che le accomunano, paiono bozzetti teatrali. Nei due salotti, ricordi, onorificenze e una miriade di fotografie in cornici d’argento, disposte sul pianoforte e sulle mensole. Una sovrabbondanza mai caotica, espressione di quello stesso gusto estetico che caratterizza lo stile registico, ricco di dettagli, brulicante di vita. Certo, fuori del comune. La foto della Regina Elisabetta, di Putin e di più di un Capo di Stato americano. Le benedizioni di tre Papi e un pensiero di Madre Teresa di Calcutta, scritto di pugno: «Non siamo chiamati a fare delle cose straordinarie, ma a fare le piccole cose di ogni giorno con grande amore. Grazie di tutto». L’attestato di Membro onorario delle Guardie Scozzesi, poi tanti amici posti fianco a fianco: Maria Callas, Berlusconi, Pavarotti, Liz Taylor, Domingo, Anna Magnani, Bernstein, Rudi (Nureyev), Toscanini per mano della figlia Walli, impossibile nominarli tutti. Al centro della stanza, in una posizione speciale, il bel ritratto di Luchino Visconti, suo Maestro e compagno per un tratto della vita.
La camicia è all’ultima moda, sui toni azzurri come la sciarpa, a citare il blu degli occhi. Gentile e condiscendente, si presta ai selfie famelici. Sollecita che gli vengano poste delle domande. Un ragazzo racconta di aver incentrato la propria tesi di laurea sul periodo artistico che ha visto Visconti e Zeffirelli lavorare fianco a fianco. Il Maestro, con la voce che pare un refolo di vento, incita con decisione il giovane a non arrendersi mai alle difficoltà, ad andare avanti sempre. La medesima filosofia di vita applicata a se stesso, dall’infanzia costellata di abbandoni e di lutti fino all’oggi, quando afferma di non avere alcuna intenzione di mollare.
Dopo che il Maestro si è ritirato cedendo alla spossatezza, Umberto Fanni, direttore generale e artistico della ROHM, si sofferma a considerare quanto numericamente sparuti siano i registi che, come lui, conoscono la musica e sono capaci di far corrispondere il gesto scenico alla nota. Zeffirelli va oltre, fa parte di quella ancor più ristretta élite che considera il proprio lavoro registico come l’atto, dovuto rispettosamente al compositore, di tradurre sul palco le medesime passioni espresse dalla musica. La rispondenza gesto/nota diventa così assonanza tra ciò che l’occhio dello spettatore vede, ciò che l’orecchio sente e i sentimenti che il cuore prova. Zeffirelli possiede un “senso del teatro” come pochi. E come pochi sa proiettare l’osservatore in un mondo descrittivo che desta meraviglia e stupore. Uno stile che travalica le epoche e le mode perché esprime sensazioni senza tempo che colpiscono nel profondo.
Durante l’incontro con la stampa, il Maestro ha continuato a ringraziare incessantemente gli intervenuti, il “pubblico” di quella circostanza. Dimostrando che l’arte non è un fatto personale ma è la capacità di vedere il mondo con nuovi occhi e condividere questa dote con gli altri. I quali a loro volta, attraverso lo sguardo del regista, possono scorgere mondi affascinanti altrimenti sconosciuti. Zeffirelli sa che la sua arte vive negli spettatori e a loro è grato.
Grazie a Lei, Maestro, per consentirci di guardare con le sue pupille Grazie per farci battere il cuore di nuove emozioni. Grazie per l’arte sublime che ci ha donato, che ci dona e che ci donerà. Grazie, Maestro, per la promessa di continuare ancora a farci sognare.

Maria Luisa Abate

Roma, 6 ottobre 2018
Contributi fotografici MiLùMediA for DeArtes

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