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VICENZA
Basilica Palladiana
RITRATTO DI DONNA
Il sogno degli anni Venti
e lo sguardo di Ubaldo Oppi

6 Dicembre 2019
13 Aprile 2020


L’amicizia femminile, il sogno, il doppio riflesso nello specchio, il rapporto tra il pittore e la modella, donne fiere al punto da divenire feline, la nostalgia di paradisi perduti, ma anche la crudezza della realtà, sono i temi centrali della mostra. Dipinti meravigliosi, abiti meravigliosi, gioielli, sogni di esotismo, desideri di viaggi e amori pervadono lo spazio espositivo, in dialogo bellissimo con l’architettura della basilica palladiana.
L’effetto sarà magico, rievocando quegli Anni Venti in cui, come scrisse la prima critica d’arte donna, la potente Margherita Sarfatti, «la pittura appare tra tutte l’arte magica per eccellenza».

Lo scrittore Massimo Bontempelli, quasi evocasse le ragazze di oggi, raccontava con affascinata meraviglia i primi piani delle donne distratte nei caffè. Siamo negli anni Venti e, nell’Europa uscita da poco dalla Prima guerra mondiale, le donne cominciano a conquistare un proprio ruolo: sempre più autonome, seduttive e moderne. I capelli si accorciano come la lunghezza delle gonne, mentre la loro influenza nella società e nella cultura si fa sempre più intensa. Coco Chanel cambia la moda, Amelia Earhart attraversa in volo l’Atlantico, i balli di Josephine Baker incantano Parigi, Virginia Woolf scrive i suoi capolavori.
Sogni di avventure, amori e successi imperniano le esistenze degli artisti che attraversano quegli anni come un viaggio ricco di aspettative e desideri, in un tempo che sa essere anche complicato. Interpreti sensibili dei cambiamenti e dei sentimenti, i pittori danno vita a immaginari nuovi, da cui nascono ritratti di donne che si stagliano da protagoniste con potenti personalità, esaltate nella loro seducente energia.
Di queste signore offrono ritratti magnetici gli artisti che stanno promuovendo l’arte più nuova, all’insegna di una ‘classicità moderna’. Sono tutti stati convocati nella mostra: Felice Casorati, Mario Sironi, Antonio Donghi, Achille Funi, Piero Marussig, Mario Cavaglieri, Guido Cadorin Massimo Campigli e, naturalmente, Ubaldo Oppi. Cresciuto a Vicenza ma formatosi tra Vienna, Venezia e Parigi, Oppi ha un immediato successo in mostre importanti, anche nella Milano e nella Roma dei primi anni Venti, dove viene ‘scoperto’ da Margherita Sarfatti e Ugo Ojetti. I suoi dipinti ci rivelano lo sguardo attraverso cui scorrono in mostra una costellazione di ritratti dei maggiori artisti che sono stati suoi amici e avversari in esposizioni strabilianti, dal Salon d’Automne di Parigi al Premio Carnegie di Pittsburgh, dalla Biennale di Venezia alla mostra di Modern Italian Art di New York.

LA SEDE E IL GRUPPO DI LAVORO
La mostra è parte di un progetto di rilancio della Basilica Palladiana di Vicenza, destinata a ospitare continuativamente esposizioni di rilevanza internazionale.
L’esposizione è curata da Stefania Portinari, docente di storia dell’arte contemporanea all’Università Ca’ Foscari di Venezia, affiancata da un comitato scientifico composto da Gabriella Belli (Fondazione Musei Civici di Venezia), Elena Pontiggia (Accademia di Belle Arti di Brera), Alessandro Del Puppo (Università degli Studi di Udine), Luca Massimo Barbero (Fondazione Giorgio Cini di Venezia), Nico Stringa (Università Ca’ Foscari Venezia), Valerio Terraroli (Università degli Studi di Verona), Elisabetta Barisoni (Fondazione Musei Civici di Venezia), Giuseppina Dal Canton (Università degli Studi di Padova), Sergio Marinelli (Università Ca’ Foscari Venezia), Sileno Salvagnini (Accademia delle Belle Arti di Venezia).

LA MOSTRA
Una delle correnti di pittura più affascinanti degli anni Venti è quella del “Realismo Magico”, in cui la visione della realtà è immersa in un’atmosfera di meraviglia e di attesa, che in Italia è affiancata dalle ricerche degli artisti riuniti nella definizione di “Novecento Italiano”, che declinano la loro arte evocando anche memorie della classicità e del Rinascimento.
Tale esaltante alleanza tra modernità e classicità è preceduta da una riflessione profonda sui rinnovamenti della pittura che sono avvenuti a Vienna e a Parigi tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, in particolare da suggestioni della Secessione Viennese guidata da Gustav Klimt, dal simbolismo e dall’espressionismo, in cui le donne sono raffigurate come fanciulle, muse dormienti, ninfe leggiadre o seduttrici, come dentro un sogno di fiaba.

Non a caso la mostra si apre con la leggendaria ‘Giuditta’ di Klimt.
Quelle raffigurazioni pervadono le ricerche di molti protagonisti dell’arte italiana e trovano riscontro in particolare a Venezia, dove quelle influenze fioriscono nelle mostre di giovani artisti che si tengono a Ca’ Pesaro, dove espongono tra gli altri Vittorio Zecchin, Felice Casorati e Mario Cavaglieri, profondamenti influenzati dall’impatto di Klimt, che ha anche una sala personale alla Biennale di Venezia del 1910. Altri, come Arturo Martini, Gino Rossi o Guido Cadorin, seguono la strada indicata dal post-impressionismo o dal cubismo. Da quelle meravigliose scoperte prende avvio un mondo nuovo, un’arte che non si era mai vista, che emana ispirazioni ardite e inebrianti follie, un’idea spregiudicata che innerva la Belle Époque e scorre, rinnovata e intensa, nel primo dopoguerra.
Ubaldo Oppi (Bologna 1889 – Vicenza 1942) è un protagonista assoluto di quegli anni, uno degli artisti più famosi tra l’Europa e gli Stati Uniti: a Parigi conosce Modigliani allo sbando, ha un flirt con la modella Fernande Olivier, che lascia Picasso per fuggire con lui, viene rapito dai colori intensi e dalle pennellate fauves di Kees van Dongen, dai segni sinuosi di Matisse.

Negli anni Venti crea affascinanti ritratti di donne, dalle Amiche all’amata moglie Delhy, che vengono acquistate in collezioni favolose. Dalla Biennale di Venezia al Salon d’Automne di Parigi, dal prestigioso Premio Carnegie a Pittsburgh alla Mostra della Secessione nel Glaspalast di Monaco di Baviera, è conteso da curatori e intellettuali.
Assieme a lui si muovono nel panorama più avvincente dell’arte protagonisti, tra gli altri, quali Felice Casorati, Mario Sironi, Antonio Donghi, Cagnaccio di San Pietro, Achille Funi, Piero Marussig, Mario Cavaglieri, Guido Cadorin, Massimo Campigli.

1. UNA PRIMAVERA DELL’ARTE
Le suggestioni della Secessione Viennese e degli ultimi echi del simbolismo pervadono ancora le ricerche di molti protagonisti dell’arte italiana degli anni Dieci. Quella concezione estetica che innerva ogni aspetto dell’esistente e in cui le arti decorative hanno gran rilievo, che si diffonde anche tramite repertori di motivi legati alle Wiener Werkstätte o a riviste come «Ver Sacrum» (“La Primavera Sacra”), trova riscontro in particolare a Venezia, dove gli esiti di tali influenze fioriscono dal 1908 nelle mostre di giovani artisti che si tengono a Ca’ Pesaro. È una primavera dell’arte in cui, in modi differenti, agisce l’influsso del rinnovamento della pittura d’oltralpe e in cui le donne sono raffigurate come fanciulle, delicate muse dormienti, ninfe leggiadre o seduttrici tra un decorativismo pulviscolare, ma comunque come dentro un sogno di fiaba.
Ubaldo Oppi, dopo avventurosi viaggi tra Vienna, la Germania e la Russia, esordisce proprio in quelle esposizioni: nel 1910, 1912 e nella significativa doppia sala personale del 1913. Nella capitale austriaca, cosmopolita ed elegante, dove ha frequentato la ‘scuola del nudo’, è avvenuto in lui un gran cambiamento. Il contatto con un ambiente in cui hanno agito creativi come Gustav Klimt, Koloman Moser e Joseph Hoffmann ha su di lui un grande impatto.
La sezione “Un sogno” ricrea la suggestione della sala dedicata a Klimt alla Biennale di Venezia del 1910 che ha avuto luminose conseguenze su importanti artisti italiani, esponendo la magnetica Giuditta II (1909) proveniente dal museo di Ca’ Pesaro della Fondazione Musei Civici di Venezia.

Le mostre di Ca’ Pesaro diventano dunque il crogiuolo di una nuova generazione: è una comunione di anime in sintonia, tra cui spiccano i nomi di Felice Casorati, Vittorio Zecchin (evocato con il ciclo delle Mille e una notte, arazzi e la preziosissima coppa delle Vestali proveniente dal Vittoriale degli Italiani, dimora ultima di D’Annunzio) e dello stesso Oppi, che evoca amanti fluttuanti in languidi abbracci o danze musicali, dei quali in questa sezione vengono messe in dialogo le opere. È un tempo in cui Venezia è anche un palcoscenico di anime: la marchesa Casati Stampa (in mostra evocata da un ritratto di van Dongen) acquista palazzo Venier dei Leoni dove tiene feste sfrenate, ancora rimane l’eco del passaggio di Eleonora Duse, come un fantasma evocato dai suoi abiti creati da Mariano Fortuny.

2.LE MUSE STRANIERE
Nella sezione dedicata alle “Muse straniere” si intende dar merito all’intreccio delle affascinanti suggestioni che giungono anche da Parigi, intesa dagli artisti come la Ville Lumière della Belle Epoque, dove imperano divertimenti e dissolutezza, ma che è anche il laboratorio dell’avanguardia, in cui si mescolano intelligenza e disperazione.
Le giovani donne vengono immaginate in arte e letteratura come maliarde, diventano donne fatali o perdute, sono ritratte nel loro incedere nella vita moderna: sorprese vestite alla moda nei caffè, compiaciute della loro gioventù, ma anche distanti e smarrite come falene notturne.

L’influsso dell’espressionismo dei fauves e dell’arte di Picasso giunge contagioso anche in Italia e viene vissuto direttamente da alcuni fortunati protagonisti che frequentano davvero la Francia.  Tra questi vi è Oppi, che dal 1911 è a Parigi: conosce Modigliani allo sbando, ha un flirt con Fernande Olivier sfuggita a Picasso, viene rapito dai colori intensi e dalle pennellate di van Dongen e Picasso, dai segni sinuosi di Matisse. L’urgenza di aggiornamento si fonde con l’esigenza di guardare a modelli conclamati, ma in modo personale. Per questo saranno in mostra, affrontate in un duello di sguardi, la Fernande Olivier (1907) ritratta da van Dongen proveniente dal Musée Fabre di Montpellie, un ritratto della giovane eseguito nel 1906 da Picasso, prestito del Museo Picasso di Parigi e l’iconica Figura in rosso (1912) di Oppi.
Gli esiti di tutto questo sono visibili anch’essi nelle mostre di Ca’ Pesaro – dove colleghi come Gino Rossi e Arturo Martini, sono ugualmente influenzati da espressionismo e cubismo, mentre altri come Guido Cadorin, Ugo Valeri, Ercole Sibellato guardano invece ancora agli impressionisti e ai postimpressionisti e Mario Cavaglieri ritrova i bagliori di Klimt intrecciandoli nella mobilia contemporanea, come nella Piccola russa (1913).

3. PASSAGGI
Dal 1911 a 1913 Ubaldo Oppi vive a Parigi, nel quartiere degli artisti di Montmartre, vicino all’edificio del Bateau-Lavoire, dove aveva studio Picasso. Le figure silenti e concentrate in se stesse delle sue donne sole al caffè hanno eco del suo periodo blu, in particolare dalle suite di incisioni create per il mercante Ambroise Vollard, oltre che di André Derain. Nasce già da qui il tema del doppio e delle amiche.
Nel 1915 rientra in Italia e viene inviato come alpino sul fronte delle battaglie più terribili della prima guerra mondiale, dove viene ferito e preso anche prigioniero. La guerra è cosa da uomini, teatro di battaglia, disperazione e lutto. Il conflitto però significa anche distruzione e perdita: donne e bambini in fuga dalle loro case sono il dolente soggetto di molte pitture del tempo, così come lo è il mondo degli affetti familiari dove mogli, sorelle e madri attendono il rientro dei soldati: da lì soggetti di profughi e addii. Alcuni non torneranno più a casa, come il figlio di Margherita Sarfatti che, arruolato volontario ugualmente come alpino, morirà sui monti vicentini e cui verrà dedicato un monumento progettato da Giuseppe Terragni sul Col d’Echele. Forse anche per questo quando, in occasione di una licenza, Ubaldo Oppi soldato conosce Margherita Sarfatti a Milano, ne nascerà una fortissima intesa artistica.

4. NOVECENTO
Gli anni Venti vedono un rinnovamento anche in pittura: Valori Plastici, Novecento Italiano, Realismo Magico, Nuova Oggettività sono tra le correnti e i gruppi che indicano una strada nuova, ispirata anche alla classicità e all’italianità del Rinascimento italiano.
Ugo Ojetti e Margherita Sarfatti sono due protagonisti forti del palcoscenico del sistema delle arti. La contrapposizione tra uomini e donne si misura anche nelle loro posizioni e nei ruoli che riescono ad assumere. Sarfatti – che è la prima critica italiana donna – sostiene già dal 1919/1920 quello che diverrà nel 1922 il gruppo dei Sette pittori di Novecento, composto da Anselmo Bucci, Leonardo Dudreville, Achille Funi, Gian Emilio Malerba, Piero Marussig e Mario Sironi, di cui fa parte anche Oppi che, tornato dalla prigionia di guerra è ripartito per Parigi dove si è immerso nell’ambiente bohémienne e dopo aver riscosso successo al Salon des Independants, alla fine del 1921 è rientrato in Italia e si è stabilito a Milano, pur mantenendo i contatti con la capitale francese dove espone nel 1922 al Salon d’Automne.
Nella sezione “Novecento” sono posti a confronto i differenti ideali di questi autori che nelle intenzioni di Sarfatti avrebbero dovuto mostrare «le espressioni migliori dell’arte pura italiana» e la frattura avvenuta alla Biennale del 1924. Quando Ojetti offre a Oppi la possibilità di una mostra personale alla XIV Biennale del 1924 infatti avviene però una grande crepa in quegli equilibri: nella sala campeggiano opere magnetiche e differente da quelle degli altri, come La giovane sposa, Le amiche, le Amazzoni, figure possenti e fiere, tornite e dotate di una fissità splendente, iconiche e magiche, esotiche e al tempo stesso realiste, a cui la stampa tributa grandi onori.

L’opera Le Amiche (1924) dà origine a una sorta di riflessi di temi, che si declinano in sottosezioni in cui spiccano consonanze di duplici presenze di amiche o sorelle o sculture classiche, persino modelli da studio d’artista, come doppio di sé, con opere di Mario Sironi, Carlo Sbisà, Bortolo Sacchi, Cagnaccio di San Pietro, Tullio Garbari, Massimo Campigli, Mario Mafai.
Pur nelle raffigurazioni che più corteggiano la classicità, si insinua comunque un’idea di donna differente, capace di dominare con la sua sola presenza un immaginario. Come per Bontempelli, il concetto di ‘inquietudine’ è strettamente connesso a quello di ‘bellezza’. E le «donne degli altri» da Mario Sironi a Felice Casorati sono differenti, o metafisiche o più reali, semmai materne, sebbene mai del tutto in sintonia con i dettami di un momento storico e politico che cerca di ricondurre il ruolo delle donne alla sfera della domesticità.

5.IMMAGINAZIONE
Negli anni Venti dive del cinema e della moda come Josephine Baker, Amelia Louise Brooks, Greta Garbo o Coco Chanel lanciano l’immagine di una donna nuova e diversa: dotata di una diversa silhouette ma anche di ambizioni moderne. E nel 1928 Amelia Earhart è la prima donna a solcare l’oceano in volo con un aereo. Se cabaret e caffè danno l’ebbrezza di una maliziosa libertà, anche nella vita quotidiana si intravedono dei cambiamenti. L’aver sostituito gli uomini nei lavori e nelle responsabilità finché erano al fronte rende le donne coscienti della possibilità di occupare un ruolo differente, anche in quell’Italia che ancora fatica ad affacciarsi alla modernità, in cui avanzano comunque nuove tecnologie e un certo ruggente progresso.
Splendido emblema di tutto questo è l’opera teatrale Nostra Dea (1925) dello scrittore e critico d’arte Massimo Bontempelli, incoraggiata da Pirandello, che ha come protagonista Dea, una giovane donna moderna che muta personalità a seconda dell’abito: ora dolce e divertente, ora ‘serpentina’. I «primi piani delle donne distratte nei caffè» che Bontempelli sottolinea in quegli anni sono come quelli delle ragazze. Allo stesso modo La giovane sposa (1924) di Oppi emana un eco che mostra le “donne moderne” degli anni Venti, mostrando la moglie di Oppi, una colta signora dell’alta borghesia milanese, nel suo splendore. In questa sezione saranno in mostra anche abiti e gioielli degli anni Venti, da Chanel a Cartier, in diretto richiamo a quanto adorna le donne raffigurate nei dipinti.

Le donne libere degli anni Venti sono immaginate anche crudeli o trasfigurate avvolte nella lontananza irraggiungibile del mito: le Amazzoni di Oppi della collezione Giuseppe Merlini, presentate anch’esse a quella mirabile Biennale del 1924, si inseriscono in un topos intellettuale che dalle Amazzoni urlanti e spaventate (1935; collezioni di Palazzo Thiene, Vicenza) modellate da Arturo Martini e dal fotomontaggio Io+Gatto (1932) dell’artista Wanda Wultz attraversa le nudità del Concerto (1924; collezione RAI Direzione Generale di Torino,) di Casorati, l’idilliaco scenario ne La quiete (1921; Galleria Ricci Oddi di Piacenza) a Lede e muse misteriori di autori come Anselmo Bucci, Guido Cadorin, Pompeo Borra. Anche le donne sulle nuvole e le cacciatrici di Gio Ponti ci guardano o ci minacciano dai vasi esposti anche all’Esposizione Interazionale di Arti Decorative e Industriali Moderne di Parigi del 1925.

6. VISIONE
Un momento di riflessione sul momento storico e sulle figure del tempo, sul ruolo sociale del lavoro e il confronto anche con la controparte maschile, che mostrano ora la virilità dei Pugilatori, ora la tragedia del Cieco, ora la precisione indicata dall’Ingegnere (1926; MART Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto, Rovereto) ritratti da Ubaldo Oppi.
Le donne nella realtà non sono solo presenze glamour e idealizzate, sono anche la Pastorella (1926), le compagne dei Pescatori di Santo Spirito (1924; La galleria nazionale, Roma) che traggono gioia dalle piccole cose come il canto, pur nella miseria, ritratte da Ubaldo Oppi in una compagine intensa di personaggi, che si affiancano al Realismo Magico di Cagnaccio di San Pietro con i lavoratori talmente poveri da essere costretti a lavori umilissimi come nell’Alzaia (1926; Fondazione di Venezia). La religiosità di figure come la Johanna (1928; Museo d’Arte Moderna Mario Rimoldi, Cortina d’Ampezzo) di Tullio Garbari apre a un periodo complesso, sommesso, in cui si collano opere quali Idillio cadorino di Oppi (1930; Gallerie d’Italia – Banca Intesa San Paolo) o Il figlio del falegname (1928) di Carlo Sbisà, che trasfigura in realtà la sua modella preferita e allieva, Felicita Frai.

7.PARADISO PERDUTO
Scandali e successi: le donne ‘nuove’ sono ardite e sanno essere anche scandalose, ma sono costantemente rinchiuse anche in ruoli tradizionali, subordinati, come quello della modella per il pittore che diviene solo un oggetto da contemplare o desiderare.
Un momento significativo in cui si mostra quella che vorrebbe divenire la ‘nuova arte italiana’ è la I Mostra del Novecento italiano, che si tiene al Palazzo della Permanente di Milano nel 1926, inaugurata da Margherita Sarfatti alla presenza di Mussolini. Sono chiamati a esporre tutti coloro che vengono ritenuti i nomi più significativi della pittura contemporanea, ma è anche l’occasione per una grande vendetta su Oppi. Viene infatti accusato da un’associazione di pittori locali di aver copiato alcune delle sue opere esposte, tra cui Sera romagnola e Nudo provinciale, da fotografie di nudi francesi, un materiale un po’ scandaloso ma soprattutto che lascerebbe intendere la sua incapacità di essere un vero pittore, una sorta di scorciatoia rispetto all’impiego della modella.
L’artista è costretto a giustificarsi pubblicamente e a spiegare come si tratti di repertori che a Parigi si vendono liberamente nelle edicole, nei negozi di vecchi libri e sui boulevard, come quelli in mostra. Le sue sono donne-presenze corpose e immanenti, che riprendono pose e attitudini da ‘nudi classici’ ma anche che, sfrontate e imperturbabili, si propongono allo sguardo consce di un loro segreto potere.
L’autore continua comunque a conseguire successi partecipando alle edizioni della Biennale di Venezia (1928, 1930, 1932) e a mostre importanti come la Mostra della Secessione nel Glaspalast di Monaco di Baviera del 1928 e la personale alla galleria del Milione di Milano nel 1930. A confronto sono presenti quelle – ugualmente monumentali – di suoi coevi, come Achille Funi.

Sono anni di addii: gli anni Trenta sono quelli della Signorina grandi firme e della Gelosia non è più di moda cantata dal Trio Lescano, ma anche quelli in cui l’influenza del regime fascista si infittisce su tutti gli aspetti della cultura. Oppi torna a vivere a Vicenza: una certa difficoltà a inserirsi nel mutato sistema dell’arte e una crisi personale lo portano a cercare commissioni pubbliche, sia di arte sacra sia per la decorazione dell’atrio del Liviano dell’Università di Padova (1938-1940, poi non realizzata): questa sezione è l’occasione per ribadire anche quella grande avventura decorativa a confronto con autori come Sironi o Gio Ponti.
Le sue opere cercano una maggiore rigidità monumentale e insieme una resa pittorica ispirata ai primitivi italiani, ma è sempre nella raffigurazione delle donne che giungono alcune delle sue prove migliori e trionfanti, come nell’Adamo e Eva del Museo di Palazzo Chiericati e nell’ambiguo bellissimo L’Adriatico (1926; Accademia Olimpica di Vicenza): un imbarco per un’isola di bellezze e felicità come una moderna Citera o lo smarrimenti tra i flutti di una guerra in arrivo, dove le donne prendono comunque coraggiosamente il largo in cerca di un nuovo destino?

C.S.M.
Fonte: Studio Esseci

RITRATTO DI DONNA Il sogno degli anni Venti e lo sguardo di Ubaldo Oppi
6 dicembre 2019 – 13 aprile 2020

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